Il giorno della verità

C’è tensione nell’aria. Ma non di quelle da tagliare con un grissino. Una tensione accettabile, controllabile.
Oggi è il giorno della visita di controllo. Sì, non sono ancora passate due settimane ma l’ortopedico riceve solo di venerdì: il prossimo è feriado qui in Portogallo e quello successivo sarebbe stato troppo in là nel tempo.
Non ho grandi aspettative, sono consapevole di aver fatto dei progressi ma so di non poter ancora camminare sulle mie gambe.
Forse non sono ancora a conoscenza delle doti nascoste del buon Antonio Oliveira, ma non credo mi dica: “Filippo, ora alzati e cammina!”.

Fortunatamente questa volta c’è Nayara con me, mia coinquilina brasiliana che mi aiuterà con le domande più difficili.

Il tutto scorre incredibilmente veloce: Oliveira mi fa qualche domanda e poi mi spedisce a fare le lastre. A radiologia non c’è fila, sono il primo. Cose mai viste. Mi dirigo nuovamente in ortopedia, pochi minuti e vengo ricevuto: l’intervento è scogiurato. Il frammento osseo non è dislocato. Ora camminerò con un sola stampella e, quando me la sentirò, senza.
Non dovrò fare della fisioterapia e anche questa è una buona notizia.
Forse troppe per oggi. Aspetterò rassegnato la punizione del karma.

Stasera cena di corso: buona cucina portoghese a prezzi estremamenti bassi, pare. Vi saprò dire meglio più avanti.

Che dire, ora si tratta di tornare lentamente (ma non troppo!) alla vita normale, ricominciare a camminare e magari tornare su un campo da basket presto.
Ma non voglio correre troppo, occorre stare con i piedi per derra. Ed appoggiarli bene, evitando altri infortuni.

Io, lo scheletro e Nayara
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Giornate di ordinaria normalità

Son tempi duri. Mala tempora currunt direbbero i latini. Il weekend è passato lentamente, non il più scoppiettante della mia vita oserei dire. D’altronde quando anche cuocere un pizza surgelata diventa un’impresa capisci che forse rubare il posto auto riservato agli handiccapati è da dementi. Sì lo so, sto delirando. Mi fermo qui, perdonatemi.

Altra giornata di battaglia con il sito dell’università, ieri. Complicatissimo districarsi tra i vari orari delle lezioni e posizioni delle aule. Per non parlare poi del Learning Agreement non ancora definitivo. Ma ci sto lavorando su, vedo la luce fuori dal tunnel.
Arrivo a casa alle sette e mezzo. Stremato e affamato. Elsa e Estelle mi propongono di cenare con loro: le piccole gioie della giornata.
Cena frugale come piace a me: baguettes croccanti, svariati formaggi ed affettati disposti con sapienza transalpina su di un tagliere spazioso. Da notare una mortadella stranamente gustosa.
Loro vino rosso, io fedele alla mia Super Bock – la Moretti portoghese, la birra dello studente.
Mi faccio raccontare da Estelle del suo weekend nell’Algarve, la regione più a sud del Portogallo. Tre giorni di delirio, ovviamente.
Pensiamo di guardare un film: io propongo Drive, l’unico in inglese che ho sul computer. Poi però si fa tardi e rimandiamo. Ricevo e ricambio la buona notte.

Mi sveglio alle 9, oggi. Colazione del campione da Dona Rosa, chioschetto sotto casa mia, e poi la solita odissea verso l’università. Pranzo con Giulia, conosciuta al corso di Relações Internacionais. Toscana di Viareggio, simpatica per antonomasia. Molti interessi in comune, tanto di cui parlare.
Poi ognuno a lezione: lei Scienza Politica, io la cara vecchia Sociology of the Family and the Parenthood. Farei volentieri a cambio.
Arrivo in classe in anticipo. Poco dopo arrivano le ragazze norvegesi. Ingeborg mi dice che ha letto il mio blog, e così han fatto anche le altre, mi lascia intendere. Inizialmente penso abbiano guardato solamente le foto, alla Totti, per intenderci. Mi vedono confuso così decidono di tranquillizzarmi dicendo che non si sono sentite offese. Continuo a non capire. Lampo di genio: Google Translate? Ovvio, mi dicono. E si mettono a ridere.

Inizia la lezione. Un’ora circa di lezione frontale. Poi ci dividiamo in gruppi da due. Io sto con Hanne e dobbiamo confrontarci sullo stato delle same-sex couples nei nostri rispettivi paesi. Ora sì che mi diverto, penso. Ma l’entusiasmo nello sparare a zero su tutto e tutti lascia presto spazio allo sconforto nell’ascoltare la situazione norvegese, una specie di paradiso per le coppie omossessuali. Successivamente cerchiamo di schematizzare ciò di cui abbiamo appena discusso poiché da lì a poco andremo ad esporlo alla classe.
A fine presentazione un’americana mi chiede se i pochi diritti delle coppie omosessuali in Italia hanno a che fare con l’influenza della Chiesa nella politica. Perspicaci questi yankees.

Guardo fuori dalla finestra: il cielo è plumbeo, fosco. È la prima volta che lo vedo così da un mese a questa parte. Da lì a poco verrà a piovere, a catinelle. Non accenna a smettere e io incomincio a preoccuparmi per il ritorno a casa. Fortunatemente dopo un’oretta smette. Prima di arrivare alla fermata dell’autobus c’è un tratto di strada in discesa: cammino sul marciapiede di ciottoli levigati dal tempo e dalle intemperie. È scivoloso ma le ragazze norvegesi mi fanno gentilmente compagnia e mi danno manforte. Silje mi dice che i miei post le sono sembrati molto riflessivi. Evidentemente il suo Google Translate fa miracoli.
Le dico che andrò a tradurre il suo, di blog, ma non che sono scettico sulla qualità della traduzione.

Anche oggi si son fatte quasi le otto e sono appena arrivato a casa. Elsa mi ha fatto la spesa: toccherebbe farla santa.
Faccio una doccia, mi scaldo una pizza e guardo gli ultimi minuti di Fiorentina-Juve. Mi bevo una birra con le ragazze ascoltando della musica folk.

Dopotutto, anche da invalido, si può passare una serata sorridendo.

Tim e la pizza

Non sono abituato. No, le stampelle non fanno per me: faccio duecento metri sotto il sole e la t-shirt potrebbe sembrare appena uscita dalla lavatrice.
Ma devo portarle, almeno fino al 28 settembre, giorno della visita di controllo. Lì spero mi daranno nuove indicazioni. Metto in conto di doverle tenere anche oltre quella data ma spero di non dovermi sottoporre a un intervento chirurgico. Farei anche la danza della pioggia se servisse a scongiurarlo.
In caso contrario, dovrei valutare se farmi operare qui a Lisbona o in Italia dal re del ginocchio aka Raul Zini.

Ogni cosa, ogni semplice azione quotidiana è diventata complessa. Ci farò il callo. Quello alle mani già ce l’ho, ça va sans dire.

Ieri non ho avuto lezione, mi son riposato e nel pomeriggio ho accettato l’invito a cena da parte di Caterina. La casa la conosco bene poiché è quella a cui mi sono appoggiato qualche giorno prima di trovare la mia, se ricordate. Esco di casa con largo anticipo, prendo un bus fino a Cais de Sodré e poi un altro che mi porta a Praça Luís de Camões. Da lì in poi non ho scelta: stampelle. Ma sono neanche trecento metri, poco male.

Il menù della serata prevede la pizza. Sono le otto e mezza ma l’impasto ancora non è pronto. Intanto arriva tale Tim, tedesco, e un suo coinquilino spagnolo. Proprio a Tim viene affidato il compito di impastare. Il tempo passa e così decidiamo di buttar su una pasta per fermare lo stomaco. Intanto l’impasto è pronto, lo lasciamo lievitare neanche un’ora e poi stendiamo le pizze. Mentre si cuociono Tim mi racconta un po’ della sua vita: appena diplomatosi decide di imparare un mestiere, quello del carpentiere. Una volta appreso parte per l’Australia. Lì fa mille lavori diversi, dal carpentiere al pescatore, dal raccoglitore di fragole al barista.
Ovviamente non perde l’occasione anche per viaggiare e conoscere quell’immenso paese che è l’Australia.
È poi in quel periodo che inizia a surfare e non è un caso se oggi è a fare l’erasmus qui a Lisboa, con una casa vicino all’oceano.

La pizza non solo è commestibile ma è anche gustosa. Si può far meglio ma non c’è male come primo tentativo.

Poco prima di mezzanotte decido di tornare casa, stavolta in taxi con Anna, mia coinquilina. Siamo alla prima rampa di scale, perdo l’equilibrio, e rotolo giù per cinque o sei scalini. Temo subito il peggio ma fortunatamente non è niente di grave. Mi rimetto i piedi e, scalino per scalino, lentamente, raggiungo porta di casa incolume.

Ora mi aspetta un weekend di riposo e di studio. O forse anche di mare, ginocchio permettendo.

Gita fuori porta all’Hospital de S. José

Ortopedia. Radiologia. Ortopedia. Il tutto abbastanza rapidamente. Meglio di quanto avrei mai sperato, quanto meno. L’ortopedico però vuole vederci meglio e mi prenota una TC Articular – Coxofemural. Aspetto quattro, dico quattro, ore e finalmente arriva il mio turno.
Aspetto un’altra ora abbondante e poi rivedo l’ortopedico. Osserva la TAC, mi dice che era come pensava. Io lo maledico sotto voce e gli chiedo di spiegarmi in inglese la situazione. Sembra scocciato. Se masticassi un buon portoghese lo prenderei a male parole ma mi limito a maledirlo ancora una volta.

Morale della favola: entro in ospedale alle undici del mattino circa, passo la giornata in sedia a rotelle ed esco alle sette della sera con un’osteocondrite femorale diagnosticata.
Ora stampelle per due settimane sperando non ci sia bisogno dell’operazione chirurgica.

Fortuna che Lisbona è una città senza salite e discese, tutta in piano. Fortuna.

Essere alla frutta e far finta di niente

Ricordate la giornata da turista di giovedì? È lì che conosco MJ, tedesco, un nome tutto un programma. Viene fuori che gioca a basket. Chi l’avrebbe mai detto.

Lui e altri ragazzi hanno trovato un campetto e sono andati già qualche volta nei giorni precedenti. Gli lascio il mio numero e lui mi dice che mi chiamerà per la prossima.

Oggi nel primo pomeriggio mi scrive “It’s time to play basketball!”. L’appuntamento è alle cinque e tre quarti e io sono in facoltà dal mattino, stranamente. Oggi finisco alle quattro ma tornare a casa per poi andare al campetto mi peserebbe. Decido così di fermarmi in università, anche per provare a trafugare i bellissimi case per laptop che l’Iscte regala ai nuovi iscritti. Niente da fare: escogito un piano che farebbe invidia a Diabolik ma vengo beccato da una specie di bidello, il Ginko lusitano. Me la cavo con un sorriso di circostanza e poi scappo, da buon italiano quale sono.

Al campetto siamo una dozzina: sei o sette tedeschi – due dei quali straforti – un olandese, un americano, una ragazza italiana e un locale-tanto-cuore. Siamo due pari, facciamo la bella: ogni canestro vale 1 (2 quelli da dietro la linea dei 6,25) e si arriva ai 10.
Salto a rimbalzo, poi cado malissimo sulla gamba destra. Dolore lancinante, penso subito alla cara vecchia caviglia che tanto mi face dannare negli anni passati. Stavolta non c’entra niente però. È il ginocchio, e fa malissimo. Tutti subito si preoccupano, io sono a terra e non riesco ad alzarmi. Mi chiedono se ho sentito un crack. Io faccio no con la testa. Chiedo di aiutarmi ad uscire dal campo: mi prendono in braccio, troppo buoni.

L’americano mi fa una serie di domande per capirne qualcosa in più. Studia medicina, credo. Io do poche risposte. Farei fatica in italiano ad usare quel tipo di linguaggio specifico – e scientifico; figuriamoci in inglese.
L’olandese va a prendere un po’ di ghiaccio da un bar nei dintorni.
Il ginocchio non è gonfio, ma non riesco a flettere la gamba completamente. Ergo, non posso camminare.

Qualcuno mi consiglia di andare in ospedale, altri sono più scettici. Io appartengo alla seconda corrente di pensiero.
Dopotutto siamo in Portogallo, e già mi immagino in sala d’aspetto ad aspettare infinite ore.

Dico a MJ di chiamarmi un taxi. Calçada Ribeiro Santos, grazie.
Martina ed Estelle mi danno una mano a salire le scale. Mi metto in sala, altro ghiaccio. a situazione migliora un po’, vado a fare una doccia e mi stendo nel letto. Di nuovo ghiaccio.

Mentro scrivo questo post – il primo interamente dall’app per iPhone – penso: fortuna che oggi dovevo iniziare la preparazione per la Corrida do Tejo del 21 ottobre. Fortuna.

Snus

Ieri: welcome dinner dell’Iscte. Per arrivarci prendo la metro fino ad Alameda, sulla verde. Intanto mi ascolto il podcast di Lateral della mattina, un Bottura sempre geniale. Arrivo dieci minuti in ritardo e trovo tutti già seduti. Non mi costava niente arrivare puntuale e quindi me lo merito, penso tra me e me.

Cerco un posto libero quando vedo Lisbeth sbracciarsi: mi aveva tenuto un posto. Oltre ai volti già conosciuti, al tavolo siedono anche delle polacche e alcune ragazze da paesi dell’est non meglio identificati. Dieci minuti dopo arriva anche Judith. Quando si dice la puntualità tedesca.

Il ristorante è decisamente kitsch, il tempo sembra essersi fermato negli anni anni ’70. C’è un tipo che suona dal vivo. Riconosco varie canzoni di Cat Stevens: ben cantate, per carità, ma rendono complicato parlare se non urlando. Fortunatamente poco dopo il volume verrà abbassato.

Si mangia e si beve. L’all included è deleterio per tanti ma non per le norvegesi: impressionante come riescano a buttare giù bicchieri di vino rosso uno dopo l’altro e senza battere ciglio.
Una di loro, Ingeborg, insiste per farmi provare lo snus. Mi spiega che in Norvegia, e in tutta la penisola scandinava, è molto diffuso. Si tratta di tabacco umido in polvere all’interno di piccoli sacchetti composti dello stesso materiale delle buste per il tè. Va tenuto in bocca tra il labbro e la gengiva superiore.
Può sembrare disgustoso e in effetti, almeno inizialmente, lo è.

Lo tengo per un po’: non mi dà fastidio ma neanche piacere. In Scandinavia invece sembrano amarlo tutti. E da quando nel 2004 il governo norvegese ha approvato una legge fortemente restrittiva del fumo nei locali pubblici, la vendita di snus è salita alle stelle.
Lo snus, a differenza delle sigarette, non ha effetti sul sistema respiratorio, sebbene contenga più nicotina. Tuttavia la possibilità che lo snus possa causare un incremento del rischio di cancro alla bocca è  oggetto di studio.

Dopo cena andiamo al Bairro Alto. La serata continua sugli scalini di un vicolo a bere birra e a chiacchierare. Poi incontro due mie coinquiline e decidiamo di avviarci verso casa insieme.

Viva lo snus siempre! Ma anche no.

Giornata da turista e Che Guevara

Giovedì è il giorno del bus tour organizzato dall’Iscte erivolto a tutti gli studenti erasmus. Non mi ispira per niente ma è gratis, e ci vanno praticamente tutti.
Ritrovo alle 3pm davanti all’Ala Autónoma. Faccio gruppetto con alcune ragazze del mio corso: quattro norvegesi e una tedesca super simpatica, Judith. Prima tappa: Castelo de São Jorge. I bus ci lasciano davanti alla Sé, la cattedrale di Lisbona, il simbolo della città.
Da lì continuiamo a piedi, ovviamente in salita. Con nostro grande stupore, l’entrata è gratuita. Dal Castelo si gode di un magnifico panorama su tutta Lisboa; in lontananza si scorge il Ponte 25 de Abril, copia perfetta del Golden Gate di San Francisco.

Faccio le mie prime foto con la P6000 e non con l’iPhone: tutta questa differenza, di giorno, io non la percepisco. Ma lo dico da profano della fotografia, lo confesso.

Judith

Chiedo a Judith un’opinione sull’operato della Merkel. È molto evasiva. Mi chiede allora – senza nessun tipo di nesso logico – se c’è un viaggio in particolare che mi piacerebbe fare. Le rispondo che il mio sogno è l’America Latina, magari con i mezzi pubblici, gliela butto lì. Non è d’accordo, sostiene che costano troppo. In motocicletta?  Come il Che Guevara mi chiede sorridendo? Vorrei rispondere con un “massì dai” per uscire dall’impasse, ma non riesco a trovare un’equivalente in inglese.
Finiamo poi a parlare di un suo viaggio in Brasile e di altri che vorrebbe fare, tutti in paesi africani.

Seconda e ultima tappa: Belém. Ammiriamo il monastero, mosteiro in portoghese, edificio dallo stile architettonico stravagante e bellissimo. Poi ci dirigiamo verso l’Antiga Confeitaria de Belém che da 1837 delizia gli abitanti di Lisbona. C’è un fila infinita, allora ci spostiamo dall’altro lato della strada dove c’è un McDonald’s. Prendiamo qualcosa da bere e dei Chicken McNuggets. Poi ci sediamo sull’erba di parco poco distante aspettando il bus.
Tuttavia non mi dimenticherò delle pastéis, verrò a prendervi prima o poi!

BBQ da Andreas

“Hey, tonight we will have another BBQ at our house (rua vilhena barbosa 11). Be here at 19 with your own preferred meats and veggies!”.

La giornata di mercoledì era iniziata con questo messaggio.
Il pomeriggio stava lentamente giungendo al termine ma io, di quel messaggio, me ne ero completamente dimenticato. Ci inciampo però di nuovo verso le sei. Rileggo l’invito e soprattutto gli invitati. Non conosco nessuno tranne Andreas: svedese di Stoccolma, biondo e occhi azzurri tanto per non uscire dallo stereotipo.
L’avevo conosciuto al corso di portoghese, prima che lo abbandonasse. Impossibile stare al passo di chi viene da una lingua neolatina, avevamo due marcie differenti e lui ne aveva preso atto.

Ci penso un po’, tutto mi dice che andare a casa, passare, è la cosa giusta da fare.
Ma il BBQ mi attira e gli scrivo che ci sono. Passo al Continental a prendere della carne e delle birre, poi vado diretto verso casa sua. Faccio un po’ di fatica a trovarla e così chiedo aiuto al buon signor Maps.
La casa è in un quartiere residenziale tipico lisboneta poco distante da Alameda, sulla verde.

Sento odore di brace, capisco di essere vicinissimo. La casa si sviluppa su tre piani, tra il portone e il marciapiede vi sarà un’area di 10m², non di più. È lì che mi accoglie una coinquilina di Andreas, ungherese. Ed è lì che ovviamente sta preparando il BBQ.
Con mio grande stupore trovo già tanta gente. Sono solo le sette e venti. Un’estone, una romena, svariati tedeschi, un portoghese e qualche polacca. Aiuto Andreas nella preparazione delle patate arrosto, tipico piatto scandinavo. Poi mi sposto al BBQ, e dispongo con cura le mie salsicce sulla graticola. Nel frattempo un tedesco prepara dei mojito come dio comanda, altro che quelli del Best Seven. Si mangia in piedi, ognuno coi suoi tempi (di cottura).

Le birra va giù come l’acqua. Si sta bene, non è troppo caldo, gira anche una discreta aria. Si fanno quel migliaio di foto con persone che hai appena conosciuto, si ascolta di dubbia qualità, si parla, si scherza.
Sembra passata un’eternità ma sono solo le 11. La maggioranza decide di spostarsi all’Urban Beach, il tempo di riempire la lavastoviglie e si parte.

Mancano un centinaio di metri alla meta e altrettanti a casa mia. Questa volta sì, decido di passare. Sarà per la prossima!

Lavoro di squadra

Mercoledì 12. Guardo l’ora: 8 e 40. È tardissimo. Mi tiro su dal letto, faccio colazione con l’imbuto, mi vesto e scendo. Fortunatamente ho la fermata dell’autobus sotto casa. Il tabellone elettronico mi concede altri 4 minuti, decido così di prendermi un caffè per provare a svegliarmi realmente.

Arrivo al corso di portoghese 15 minuti in ritardo, fortunatamente non siamo in Norvegia e il professore non mi dice niente.
Questa è la terza giornata piena consecutiva della settimana: 930am-1230am corso di lingua e  3pm-7pm  il simpatico Sociology of the Family and the Parenthood. Negli ultimi due giorni avrò dormito sì e no dieci ore e faccio fatica a seguire. Stasera vado a letto presto, me lo riprometto.

Prendo la metro a Saldanha, solo due fermate sulla gialla fino a Entre Campos. Da lì all’Iscte, la mia università, sono cinque minuti a piedi. Decido di provare una delle mensa che non ho ancora provato: stessa robaccia, nihil sub sole novum.

Le 3pm si avvicinano e io non ho ancora ben deciso come impostare la mia presentazione sul seguente interessantissimo argomento: Becoming a mother in a neoliberal and multicultural Western society: the UK. Non ne avrò il tempo.

La prof. è svedese: alle tre in punto sono seduto in classe. A parte una svedese e una yankee, anche gli altri mi confessano che non sanno bene cosa andranno a dire da lì a poco. Scopro che la mia vicina di banco olandese ha scelto il mio stesso argomento. Le chiedo di unire le forze e di dividerci il lavoro. Dopo un’ora arriva il nostro turno: io imposto una linea cronologica alla lavagna, stilizzo mamma papà e figli, mentre Eline espone. Poi ci diamo il cambio. Nel complesso parliamo per circa di 15 minuti, meno dei precedenti espositori ma la prof. pare soddisfatta. Vola anche un “great couple” dalle retrovie, insomma cose a caso.

Fino alla sette è ancora lunga ma la parte peggiore è passata. Ora posso tornare a giocare ad Angry Words in pace.

Surfin’ in Guincho

Domenica 9 mi sveglio presto: devo leggere alcuni testi per il giorno seguente. In realtà il corso, Sociology of the Family and the Parenthood, non è ancora iniziato ma abbiamo già dei compiti per casa: una sorta di preconoscenze di base utili alla comprensione di quello che ci verrà spiegato. Non ci posso credere, mi sembra di essere tornato al liceo. Ma me ne faccio una ragione e incomincio a sottolineare. Dura la vita dello studente Erasmus.

Qualche ora dopo mi arriva un messaggio da Caterina: mare oggi? Ci penso due secondi e poi ripongo matita e righello nell’astuccio, vado in camera e mi metto il costume. Il sistema di welfare delle famiglie scandinave messo a a confronto con quello bulgaro può aspettare.

Prendo il treno alla stazione di Santos. Comodissimo, 30 secondi da casa mia. Dopo 40 minuti circa giungiamo al capolinea Cascais – una volta tranquillo villaggio di pescatori, ora una delle mete preferite dai lisboêtas per il weekend e le vacanze estive, un po’ troppo mainstream forse. Decidiamo quindi di proseguire fino a Guincho, altri 15 minuti di bus, 3 euro, un furto legalizzato. Speriamo ne valga la pena, pensiamo.

Scegliamo Praia da Crismina: sabbia finissima, buone onde e una forte risacca. Il tempo di sfilarmi la t-shirt e mi lancio in acqua: è gelata. Faccio dua bracciate per scaldarmi un po’, già meglio.
Già esperta di windsurf, Caterina noleggia invece una tavola da surf. Inizialmente titubante, poi provo anche io.
Mi pare estremamente duro e complesso come sport ma vedere l’onda che si forma dietro di te per poi sentirla rompersi sulla tua pelle è adrenalinico, emozionante.
Numero di volte in posizione eretta sulla tavola per più di due secondi? Zero, ca va sans dire.

A fine giornata sono esausto. Ma ne è valsa la pena. Guincho è bagnata dall’Atlantitico, e la sponda orientale mi mancava.

Sulla via di casa rifletto sulla possibilità di replicare l’esperienza surf altre volte.
Mi frena l’idea che a Pesaro e dintorni sia uno sport difficile da portare avanti. Insomma, Bagni Margherita o la foce del Metauro non assomigliano molto ai surf spots hawaiani – con buona pace di tutti gli appassionati pesaresi.

La prossima volta, se soffia il vento giusto, vorrei testare il kite-surf

Voi intanto statemi bene, amarcmand!

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