L’ospite

Prendo in prestito il titolo del primo libro di Andrea Marinelli: appunto, L’ospite. Ho cominciato a seguire Andrea a inizio gennaio di quest’anno, in occasione dei caucus dell’Iowa. Era solo all’inizio di un viaggio all’inseguimento delle primarie repubblicane. Un viaggio che lo avrebbe poi portato negli angoli più remoti d’America, dormendo sui divani di gente super interessante conosciuta grazie al Couchsurfing e macinando kilometri su sgangherati pullman Greyhound. Quest’avventura l’ha raccontata qui e io ogni mattina mi svegliavo con la speranza di leggere una sua nuova storia, prima di andare a lezione. Così, giusto per incominciare la giornata con un pizzico d’invidia in più.
Il blog, o forse più un diario di viaggio, è poi diventato un libro che si è autopubblicato su Amazon. Ne trovate un estratto qui.

Ecco, io devo ringraziarlo perché è soprattutto grazie ad Andrea se ho deciso di aprire questo blog. Perché è la dimostrazione vivente di come prima o poi, se si crede in quel che si fa, qualche sogno si avvera.

Torniamo al titolo: in questi giorni mi son sentito anche io un ospite. Ospite di Giulia e i suoi coinquilini, per qualche giorno. Ma ospite soprattutto delle quattro ragazze norvegesi che esattamente due settimane fa hanno deciso di accogliermi in casa loro fino alla fine di questo mese. E io le ho ascoltate, le ho osservate, ho provato a metterle in difficoltà, a scalfire le loro corazze emozionali. Proverò a scrivere quello che mi ha colpito di più, alcune differenze tra me e loro, qualche aneddoto. Ma non adesso, manca ancora qualche giorno prima che mi trasferisca dai messicani.

Mi ritiro nelle mie stanze ora, voi statemi bene e, per dirla con Mario Platero, keep going!

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Lotta e Laura

Eccomi, ci sono. È stata una settimana intensa, l’ennesima. Ora digito da un bus Rede expressos Braga-Lisboa, mi aspettano quasi cinque ore di viaggio. Sedile comodo, silenzio e wi-fi gratuita. Va bene così.

Ma partiamo dall’inizio. Dormo le notti di sabato, domenica e lunedì sul divano della mia vecchia casa. Sì, ufficialmente non dovrei più starci ma, parliamoci chiaro, non mi sento certo di rubare in chiesa dopo tutto quello che è successo. Scopro che il divano è più confortevole del letto. Piccole gioe.

Martedì sera vado a prendere Giulia (ne parlai qui) all’aeroporto. Torna da una settimana in Italia: con sè, tra le altre cose, porta svariati ragù fatti in casa, marmellata di pere e altre goloserie simili. Mi ospiterà per qualche giorno.
La casa è un ex ostello, la sua è la camera più spaziosa. Prendiamo uno dei due divani della sala e ce lo posizioniamo all’interno. È il divano più scomodo di sempre ma me ne frego perché Giulia è super disponibile e simpatica, e i suoi coinquilini pure.

Mercoledì ho la terza lezione di Social Work Methodology, corso scelto inserito quasi a forza nel mio L.A. e dal quale non mi aspetto niente di particolare. Simuliamo una riunione di famiglia, o almeno come dovrebbe esserlo secondo un modello elaborato da social workers scandinavi. Ognuno ha il suo personaggio, e qualche informazione su di esso per meglio immedesimarsi. Lotta, quindicenne, una carriera scolastica mediocre, ha un padre che da tre anni vive con un’altra donna. La madre invece, secondo l’assistente sociale, non è in grado di occuparsi di sé stessa né della figlia. Lotta vorrebbe andare a vivere con il ragazzo 21enne di cui è follemente innamorata. La situazione è complessa e va risolta con tutta la famiglia: padre, madre, nonni, zii, cugini. Non importa se i due genitori si odiano. Non ci sono attriti e resistenze che tengano. Tutti nella stessa stanza, seduti in cerchio cercando di trovare la la quadra, per dirla con Bersani. Dopo quattro ore di discussione arriviamo alla soluzione ottimale per Lotta. Non mi dilungherò nei dettagli della decisione presa né sul percorso seguito per giungervi, mi basta darvi un’idea generale. In ogni caso penso che riuscirete a dormire sonni tranquilli ugualmente.
Una volta tornati nelle vesti di studenti mi limito ad osservare che una cosa così in Italia non funzionerebbe mai. Le due professoresse mi dicono però che tale metodo è stato sperimentato con successo anche nel Bel Paese. Il pessimismo in questi giorni mi pervade, penso.
Devo dire di essermi divertito. Allo stesso tempo però si fortifica in me la convinzione che il mio percorso di studio debba proseguire verso le relazioni internazionali, la scienze politica, lasciando da parte il filone delle scienze sociali.

Venerdì mattina la mia università consegna una laurea honoris causa a Manuel Marin – promotore del progetto Erasmus. Noi studenti internazionali siamo obbligati a partecipare. Fin qui tutto ok. Dai primi interventi, la lingua ufficiale sembra essere il portoghese. Dato il contesto si darebbe per scontato l’inglese e infatti molti incominciano a spazientirsi. Si tocca il fondo quando il Marin tiene il suo discorso di ringraziamento in spagnolo. Assurdo ma vero.
Il dibattito a seguire si tiene in inglese, ma ormai è tardi e l’auditorium è semi-vuoto.

Aspetto l’applauso finale, saluto velocemente i pochi eroi come me rimasti fino al termine e m’incammino verso la stazione degli autobus.
Ora la posso dire: vado a fare una sopresa a Laura, in erasmus a Guimarāes. Sono emozionato.

Guimarães, Capitale Europea della Cultura 2012, si visita in poche ore e vale assolutamente la pena dedicargliele. Il nostro sabato inizia dopo pranzo: visitiamo il castelo e il centro storico, meritano entrambi.
Oggi invece Braga, Capitale Europea della Gioventù 2012 (m’immagino il seguente dialogo: “che lavoro fai?”, “lavoro all’U.E. e mi diverto a selezionare città e renderle capitali di qualcosa per un anno!”… “ah, figata!”).
Il centro è interessante, nonostante sia invaso da tutti gli scout del Portogallo che oggi hanno deciso di ritrovarsi nella stessa città per un qualche motivo a me ignoto. Ma la vera perla della città secondo me è un’altra: la scalinata barocca che porta al santuario Bom Jesus do Monte. Mozzafiato.

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Il pomeriggio scorre veloce, chiamiamo un taxi che ci porta fino alla stazione degli autobus di Braga. Le nostre strade si dividono. L’ultimo saluto con Laura è un po’ straziante, speriamo non sia l’ultimo veramente.

Sono quasi a Lisbona. Ultima notte da Giulia. Poi da domani fino alla fine del mese starò a casa delle ragazze norvegesi. Dal primo novembre mi trasferirò definitivamente. Con due measicani. Ma questa è un’altra storia e ve la racconterò più avanti.

That’s life, buddy

Avrei voluto raccontarvi del dibattito con Estelle e Elsa sul sistema universitario francese: ottusamente elitario secondo Elsa che ha infatti deciso di sottrarsi alla farsa, così dice lei, dei test d’ingresso, preferendo trasferirsi in Belgio, precisamente a Bruxelles, per studiare architettura.

Avrei voluto raccontarvi della cena brasiliana cucinata da Fernanda e Nayara. Che poi propriamente brasiliana non era causa scarsa reperibilità delle materie prime, ma deliziosa lo era ugualmente.

Avrei voluto raccontarvi che anche qui sono riuscito a trovare degli studenti italiani che si dicono di sinistra ma che alla domanda su chi voteresti alla primarie rispondono: “quali primarie?”. No, forse questo avrei preferito non raccontarvelo.

Vi devo raccontare invece quello che ho passato negli ultimi tre giorni. In realtà non mi va di parlarne ma qualcosa la dirò ugualmente.
Da oggi, ufficialmente, sono sono senza una casa. Sono stato sbattuto fuori di casa perché, secondo la proprietaria, non ho pagato l’affitto. Non entrerò nei dettagli anche se so che qualcuno di voi potrebbe essere curioso. So che la storia può sembrare assurda, allucinante, perché di fatto lo è. Vi chiedo però di non farmi ulteriori domande perché il solo parlare di questa storia mi darebbe la nausea. Certo, più avanti, a mente fredda, ne parlerò, magari anche qui.
Per ora posso dirvi che non ho messo da parte l’orgoglio nè calpestato la mia dignità. Altrimenti sarei potuto stare ancora in questa casa. Ma a quale prezzo? Un prezzo troppo alto: l’ammettere di aver fatto qualcosa (di molto grave) che non ho fatto.
Mi sembra di aver vissuto un film, uno di quelli in cui il protagonista viene incastrato da qualcuno più in alto di lui, si trova in mezzo a qualcosa più grande di lui. Ma non può fare niente perché, pur sapendo di essere innocente, non può dimostrarlo.
Il film non è ancora finito, forse. Io intanto mi posso consolare sapendo che i miei coinquilini si fidano di me, mi credono una brava persona. Ma non basta, ovviamente.


Questa è la panqueca con cioccolato e kiwi fatta con passione dalla ragazze brasiliane per la mia partenza (poi rimandata). Mancheranno. Come mancheranno Anna, Antonio, Elsa, Estelle e Martina. Non credo però sarà un addio, piuttosto un arrivederci.
Ora bivaccherò da amici o nel divano di questa stessa casa finché non troverò di nuovo un tetto.

Una compagna di università qualche settimana fa mi scrisse che il mio diario le piaceva perché non era insopportabilmente entuasiastico. Lì per lì non gli diedi troppo peso. In questi ultimi due giorni però ci ho riflettuto a lungo: molti vorrebbero essere al mio posto, in una bella città, a studiare, a divertirmi, a conoscere ogni giorno gente nuova, a stabilire contatti, relazioni, perché in fondo l’erasmus è questo, essere ambasciatori per il proprio paese in missione in un paese europeo. Allo stesso tempo la vita lontano da casa è faticosa, complessa, può essere frustrante a volte. Cose che già saprete, forse. Io credo di averne passate tante in questo primo mese, tra ginocchi mal messi e bonifici fantasma, e ora quest’altra brutta storia.

Ora però la vita va avanti. Alla ricerca di un’altra casa, alla ricerca di nuove avventure.

Bacalhao ed Spd

Avviso ai naviganti: sì, il ginocchio va meglio, semmai ve lo chiedeste. Cammino con una stampella ma a breve lo farò senza.
Vediamo, è qualche giorno che non scrivo qualcosa. Eravamo rimasti alla cena portoghese di venerdì, giusto?
Calcolo male i tempi di percorrenza: errore madornale sopratutto se si cammina per la prina volta con una sola stampella. Alla fine arrivo, quasi un’ora di ritardo, trafelato, ma arrivo. Gli altri mi propongono di ordinare per me, ma ho voglia di sfogliare il menù così declino. Prendo un bacalhao cozido com feijão-frade e batata cozida: non è certo il piatto che m’ispira di più, però va provato. Dopo tutto sono a Lisbona: la leggenda narra che esistano più di cento ricette per cucinarlo. Temevo di mangiare in solitaria ma fortunatemente tutti i piatti arrivano in simultanea. Sarò sincero: non mi fa impazzire, lo trovo abbastanza anonimo, insapore. Forse perché è semplicemente un pesce bollito? In ogni caso, il salmone alla piastra ordinato dalla ragazza di fianco a me sembra ed è prelibato. Anche altri optano per il bacalhao e non paiono particolarmente soddisfatti. Chiediamo poi la carta dei dolci: infrango la severgninana regola del ‘mai ordinare qualcosa da un menù con foto incorporate’. Ci vedo lungo, anzi lunghissimo. Il mio cheesecake al whisky si scoglie in bocca: Leo, mio vecchio coinquilino in quel di Bologna, parlerebbe di orgasmo alimentare. A ragione, aggiungerei. Ne ordino un’altra fetta, neanche due euro. Alla fine della fiera ne spendiamo nove. Scopro solo dopo che il vinho da casa della casa viene 2,20 € a bottiglia. Forse è meglio così, già barcollo abbastanza di mio ultimamente.

La cena mi dà la possibilità di conoscere meglio Anna, tedesca pingue e mai banale, soprattutto nelle sue analisi politiche. Il padre e il nonno sono due dinosauri dell’Spd, e anche lei rispetta la tradizione di famiglia militando nel partito. Se ne colloca alla sinistra, dice, ma non riuscirebbe a votare per la Linke, di cui apprezza alcune posizioni ma del quale non condivide alcune idee, a suo dire troppo utopiche. Studia Scienze Politiche alla Universität Mannheim e ha condotto il suo ultimo studio sul Piraten Partei tedesco. Me ne parla un po’, molto convincente, altrettanto interessanti alcune delle sue teorie. Nel complesso non lo demonizza, ma non crede sia un partito destinato a durare nel tempo: la politica si fa tra le gente, non solo sulla rete, afferma.
Mi sento in dovere di parlarle di Grillo, poi mi lascio prendere dall’entusiasmo e arrivo a parlarle de ‘er Batman’ e di Bossi, forse spaventandola. Parlavo di dimissioni quando Anna se ne esce col caso Guttenberg: indignata, mi dice di essere scesa in piazza per chiedere le dimissioni dell’ex Ministro dela Difefa tedesco. Siamo alle solite: non posso che annuire sperando che un giorno anche in Italia ci si batterà per chiedere le dimissioni di un politico che ha copiato la sua tesi di laurea.

Non faccio in tempo ad intristirmi che ci dirigiamo verso il Bairro: mille birre con Judith che mi parla della sua famiglia e di Sean Penn. Poi cornetto al cioccolato della buona notte e che mi manda definitivamente al tappeto.