Vuoi votare alla primarie ma non vivi in Italia? Un gioco da ragazzi: ecco come si fa.

In occasione delle primarie della Coalizione di Centrosinistra che si terranno il 25 novembre sarà possibile, per gli italiani nel mondo, partecipare alle primarie votando online attraverso questo sito.

Chi può votare
Possono partecipare al voto gli elettori registrati all’AIRE che alla data del 25 novembre 2012 abbiano compiuto 18 anni di età e tutti i cittadini italiani residenti o temporaneamente all’estero per motivi di studio e di lavoro, i militari in missione, il personale del corpo diplomatico e conosolare, gli studenti erasmus, i ricercatori universitari all’estero che sottoscrivono il pubblico appello in sostegno alla coalizione di centro sinistra Italia.BeneComune.

Per votare registrati sul sito. Le registrazioni si chiuderanno alle ore 20.00, ora italiana, del 20 novembre 2012.

Cosa ti serve
Votare online è semplice, gli unici requisiti richiesti sono un indirizzo email valido, un cellulare in grado di eseguire telefonate internazionali, un’immagine di un tuo documento di riconoscimento e se non sei iscritto all’AIRE l’immagine del tesserino di lavoro o di studio o che attesti le ragioni della tua temporanea presenza all’estero.

Il cellulare verrà utilizzato durante la fase di voto per accedere al sistema. Con una telefonata fatta dal cellulare indicato durante la fase di registrazione, si certificherà l’identità e la localizzazione all’estero. La chiamata sarà gratuita.

Quando si vota
Le operazioni di voto telematico saranno possibili dalle ore 15.00, ora italiana, del 24 novembre, alle ore 20.00, ora italiana, del 25 novembre.

Io mi sono appena registrato e ci ho impiegato neanche due minuti, basta che abbiate pronte le scansioni del vostro documento d’identità e del vostro badge universitario. Più semplice di così, si muore

Dai ragazzi, riscriviamola quest’Italia!

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Salviamo l’Erasmus!

Erasmus è una nuova città, nuovi amici, una nuova vita. Erasmus è cavarsela da soli, è l’aiuto di un tedesco appena conosciuto, è dover parlare un’altra lingua – almeno – oltre all’italiano. Erasmus è diventare matto per compilare il Learning Agreement, è tanta burocrazia con la speranza di poter dire un giorno: “sì, ne è valsa la pena!”.
Sono in Portogallo da poco più di un mese: sono solo all’inizio di quest’esperienza ma forse qualcosa l’ho già capita e proverò a trasmettervela.

Atterro a Lisbona in una calda serata di fine agosto. So che qualcosa di nuovo sta iniziando, un’altra pagina della mia vita verrà scritta. Ma non me ne rendo ancora conto.
Vado in ostello, il giorno seguente inizio a cercare una casa, un’odissea per molti studenti erasmus. Poi le prime conoscenze, le prime feste, le prime difficoltà con una lingua tremendamente complessa seppur vicina all’italiano. L’inglese risolve però la gran parte dei problemi, non temete.

Il Portogallo non è la Svezia, è risaputo. La mia università portoghese risulta però comunque più organizzata dell’Università di Bologna. Anche il metodo d’apprendimento è differente: classi poco numerose, rapporto studente-professore, compiti per casa. Pensi per un attimo di essere tornato al liceo. Ma è solo un sogno dal quale mi sveglio quando, al secondo giorno di lezione, mi ritrovo a fare una presentazione sulla condizione delle coppie omosessuali in Italia; davanti a me, una classe attenta, silenziosa. Inizio a parlare, la voce mi trema, poi si schiarisce. Di cose da dire ne ho tante, provo a essere il più imparziale possibile ma non credo di riuscirci dato l’argomento che devo trattare. Alla fine sembrano tutti soddisfatti. Torno al posto, sorridendo sotto i baffi, che non ho.

Le giornate non scorrono in maniera diametralmente opposta a quelle trascorse per due anni a Bologna. Corsi, pranzi frugali, il riordinare gli appunti ogni tanto, spesa proletaria, birre della buona notte. Le stesse cose. Il tutto però è elevato al quadrato, forse al cubo. Sarà forse che si respira un’aria internazionale, e non solo all’interno dell’università, sarà dover prendere la metro invece che la bici per andare a lezione. Sicuramente c’è dell’altro, qualcosa di complesso da spiegare a parole, che vi auguro di provare sulla vostra pelle, di viverlo in prima persona.
Ve lo porterete dietro tutta la vita.

Erasmus è tante cose, alcune bellissime, altre meno. Non è certo tutto rose e fiori. Come ogni esperienza lontano da casa dopotutto. In poco più di un mese sono riuscito a infortunarmi giocando a basket con dei compagni di università (e le colline di Lisbona non sono simpatiche da scalare in stampelle!), sono stato buttato fuori di casa in seguito a una torbida storia. Ora dormo su un divano a casa di un’amica sperando che quando leggerete questo pezzo avrò di nuovo un tetto sopra la testa.
Queste e tante altre storie provo a raccontarle sul mio blog, forse più un diario di viaggio. Pensavo di non aver mai avuto la costanza di farlo e invece l’ho trovato tremendamente naturale e divertente. Mi piace l’idea di razionalizzare e condividere alcune esperienze, e farlo per iscritto è forse la cosa migliore.

Sarebbe giusto spendere qualche parola in favore del progetto Erasmus che compie 25 anni quest’anno. Ma non lo farò. Penso che dalle righe qui sopra già si possa capire che chi solo abbia pensato di abolirlo non sappia di cosa stia parlando. Perché quando sei in Erasmus rimani quel che sei, rimani italiano, pesarese nel mio caso, ma in più diventi qualcos’altro. E penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di diventare quel qualcos’altro. Per questo dico, e continuerò a dire, giù le mani dall’Erasmus!


In foto la compagna Judith, che vive e lotta insieme a noi.

Quello che ho capito del Kongeriket Norge

Come promesso, eccomi qui a cercare di buttare giù qualche riflessione scaturita dal tempo passato a stretto contatto con quattro ragazze norvegesi. Mi muovo lento sulla tastiera, forse per la prima volta da quando ho incominciato a tenere questo diario di viaggio. Sarà perché è sempre difficile mettere nero su bianco le proprie sensazioni, sarà perché so che vorranno sapere cosa ho detto di loro. Non fraintendetemi: non che voglia scrivere delle falsità o delle cattiverie, semplicemente mi dispiacerebbe urtare la loro sensibilità. Ok, mi piace mettere le mani avanti. Ora però inizio a scrivere qualcosa, giuro.

Inizio dai nomi: Hanne, Ingeborg, Lisbeth e Silje (sì, lo ammetto, di quest’ultimo ho dovuto controllare lo spelling). Dirò fin d’ora che ho passato la maggior parte del tempo con Ingeborg e Lisbeth poiché Silje si è fatta una dieci giorni in Norvegia mentre Hanne è stata per una settimana impegnata col suo fidanzato, dormendo in hotel. Ah, il potere d’acquisto norvegese.

Da sinistra a destra: Hanne, Silje e Ingeborg
Ingeborg e Lisbet, aspettando la metro

Tra di loro parlano norvegese, ma non lo stesso norvegese. Dovete sapere infatti che esso è diviso in due differenti forme scritte: il bokmål e il nynorsk. Nel titolo del post ho utilizzato la prima, ma usando la seconda non sarebbe stato troppo diverso: Kongeriket Noreg, (difficilmente però sono sempre così simili). Nelle scuole vengono insegnate entrambe ma, mentre la prima è utilizzata dall’85% della popolazione, la seconda solo dal 15%. In realtà però quasi tutti conoscono entrambe. Oltre a comprendere danese e svedese. Semplificando, nella parte est del paese, quella confinante con la Svezia, la lingua parlata è il bokmål. Mentre nel Vestlandet, la regione bagnata dall’Oceano Atlantico, e alcune contee limitrofe si parla il nynorsk. Che poi è la lingua parlate da tutte tranne Ingeborg, che abita, appunto, a un centinaio di chilometri a nord di Oslo. Ognuna ha inoltre un proprio dialetto: non voglio immaginare le difficoltà di un immigrato in Norvegia. Ovviamente parlano anche un inglese fluente, e senza accenti. Tempo fa qualcuno propose di rinunciare al norvegese come lingua ufficiale a favore dell’inglese. Ma non se ne fece niente: identità nazionale, difesa delle proprie radici, solite storie. Per essere un paese di 5 milioni di abitanti e infinite lingue (ah, ho dimenticato il sami e il finlandese) parlate, non sarebbe stato forse una cattiva idea. IMHO, s’intende.
Qui di seguito Lisbeth alla prese con uno scioglilingua italiano.

Veniamo al cibo. Mi dicono che in Norvegia è normale cenare verso le quattro del pomeriggio e poi, se si ha ancora fame, fare uno spuntino in serata. Fortunatamente spesso finiamo le lezioni alle sette, e così si cena a un orario decente. Non hanno piatti piatti tipici degni di nota, e pure loro non ne fanno un segreto. In compenso però sembra non riescano a stare senza i loro sapori (sic!) e così hanno fatto la scorta di cioccolate (molto buone per carità), caramelle gommose, zuppe al pomodoro liofilizzate (di dubbia qualità, sicuramente niente di introvabile qui a Lisbona), brunost (un formaggio di capra caramellato di colore marrone), la lista continuerebbe ma mi fermo qui. La cosa mi stupisce perché se io, da buon italiano quale sono, posso fare a meno dei sapori del Bel Paese senza troppi problemi, allora possono farlo tutti. Evidentemente mi sbagliavo. Ovvio, se i miei genitori mi regalano del Parmigiano Reggiano da due 2kg abbondanti, non rifiuto ma accetto volentieri.

Ah, vanno anche pazze per lo snus, ma ne avevo già parlato qui.
I norvegesi non hanno una cucina tipica consolidata e quindi, un po’ come gli americans, amano sperimentare cucine etniche e ricetta dal mondo. Legittimo, più che legittimo direi. La situazione acquista però tratti grotteschi quando mi dicono che negli ultimi anni, soprattuto tra le famiglie appartenenti alle fasce più povere della popolazione, si è diffusa la frozen pizza come piatto principale al pranzo di Natale. Loro ci ridono su, io nascondo goffamente tutta la mia incredulità e il mio sgomento. In realtà anche loro sono preoccupate da questa tendenza, mi rivelano successivamente.

Sono ragazze molto attente, interessate a cogliere le dinamiche sociali che le circondano. Questo forsè è dovuto anche e soprattutto a ciò che hanno studiato alla triennale, e al master cha stanno seguendo qui in Portogallo, International Programme on Family Social Work and Social Policy il nome preciso.

Hanne ed Ingeborg dicono di me che ascolto molto e parlo poco, ma che forse con i miei amici questo non avviene. In fondo, qualche mia carta l’hanno scoperta anche loro. È sempre piacevole chiacchierarci, ho sempre modo di conoscere un punto di vista dal mio, ma allo stesso tempo ho costantemente l’impressione che ci sia qualcosa che non mi vogliano dire. Mi dicono che non è così. Forse sono semplicemente diverse dall’italiano medio, pesano le parole, non le sprecano.
Da loro forse dovrei imparare il rispetto per le regole, la puntualità e l’organizzazione. Ma questi sono stereotipi, mi farebbero notare. Ed avrebbero ragione, non è giusto (e forse neanche possibile) incasellare le persone. Perciò mi limito e limiterò a scrivere quello che vedo e vivo; qualche volta provando anche a togliere gli occhiali di Filippo Galeazzi, per osservare le cose senza filtri. Difficile ma non impossibile.

Gli argomenti trattati sono stati tanti, alcuni molto tecnici, altri scanzonati. Probabilmente avrei altro da raccontarvi ma credò lo farò un’altra volta. Nel complesso un’altra esperienza (nell’esperienza) che porterò con me per sempre.

Questi sono stati e saranno giorni di lezioni, studio, presidenziali americane, e primarie italiane. Non sempre in quest’ordine, purtroppo o per fortuna.
Ora scrivo da Rua de Olival, dalla mia nuova casa. Abito con due ragazzi messicani, Gonzalo e César – per tutti Chicharo. Ma questa, come già avrete immaginato, è un’altra storia. Appena iniziata.

P.S. Forse qualcuno di voi si sarà chiesto dove abbia dormito durante il periodo dalle ragazze norvegesi. Ebbene, avevo una stanza tutta per me, la più grande della casa. Ricevendo quasi 1000 euro di borsa al mese (una parte dall’Unione Europea e un’altra più sostanziosa dal proprio governo – sotto forma di prestito d’onore, va detto), hanno pensato bene di affittare una casa con una camera in più, per gli ospiti.
Ah, di nuovo, il potere d’acquisto norvegese.