Che Dio sia con te, continua a pregarlo!

Gonz me l’aveva accennato più o meno un mese fa: “Oh Filo, si pensava di fare un giro su gomma per il Portogallo, a gennaio. Una settimanella e passa la paura. Ci saresti?”. Lì per lì avevo ringraziato e gentilmete declinato, consapevole di avere un esame il 18 gennaio.
L’idea era quella di andare verso sud, verso l’Algarve. Partenza lunedì pomeriggio e ritorno a Lisbona mercoledì in serata. Questa almeno la prima parte del viaggio, quella alla quale decido poi di prendere parte anch’io.

Da Lisbona parto insieme a Gonz, Ilse e Diego. Prima tappa, forzata, Faro,capitale dell’Algarve: Luis e Ana atterreranno in serata. Luis studia a Città del Messico ed è venuto a trovare la ragazza, Ana, che studia al Politecnico di Torino.
Arriviamo in ostello, il tempo di appoggiare gli zaini e usciamo per mangiar qualcosa: saranno anche le 11 di un lunedì sera di inizio gennaio, ma la città pare disabitata e triste. Non malinconica, proprio triste. Non mi sorprendo più di tanto, nessuno me ne aveva mai tessuto le lodi.

Io giorno dopo ci dirigiamo verso la Capela dos Ossos, alle spalle dell’Igreja de Nossa Senhora do Carmo. Fu costruita con le ossa e i teschi di oltre mille monaci, a ricordare in modo inquietante che la permanenza sulla terra è cosa breve. Potrebbe sembrare un’attrazione macabra – e forse lo è.

È circa mezzogiorno, gli altri si avviano verso Lagos in macchina: sulla strada si fermeranno a vedere una casa progettatta da un architetto loro idolo (qui ne trovate uno scorcio ad opera di Gonz).
Io mi fermo un paio d’ore in più a Faro, giusto il tempo di (far finta) di perdermi per la Cidade Velha e dare un’occhiata al porticciolo.
Insomma, città senza infamia e senza lode, niente di particolare: se avete qualche ora passateci altrimenti evitatela senza troppi sensi di colpa.

Prendo poi il primo autobus per Lagos (circa due ore di viaggio), dove mi ricongiungo con gli altri. La città vecchia, anche qui, si lascia guardare volentieri. In ogni caso rimane prevalentemente una città turistica, che si anima per lo più in estate. Una Cattolica lusitana, mettiamola così.

Si sta facendo sera, così decidiamo di fare una spesa per la cena. Ci rimettiamo quindi in viaggio verso l’ostello, distante qualche decina di minuti. In 6 in una Punto, da codice penale. Con non poche difficoltà giungiamo a destinazione. Ci accoglie un ragazzo evidentemente fatto, ride come un matto, ci mostra la camera e non ci chiede i documenti. “Per ogni cosa, chiedete a me tranquillamente”: non mancherò, tranquillo.
Buttiamo su una pasta pomodoro e peperoni, tipica cena da battaglia. Tiriamo fuori le birre dal congelatore e parliamo di cose a caso. Ma non solo: Ilse mi racconta che suo padre, conduttore di una trasmissione radiofonica su argomenti culturali e d’informazione, in seguito all’elezione di Peña Nieto, aveva perso il posto. Ora lavora in tv, ma solo un giorno alla settimana. Insomma, la classe media messicana vive ancora tutto sommato bene – mi dicono – ma la crisi e in alcuni casi l’appartenza politica possono far stringere la cinghia da un momento all’altro.

Stamattina ci svegliamo non troppo presto. Colazione dei campioni con frittata e cipolla, e poi in macchina per qualche minuto (abbastanza per incontrare una pattuglia e rischiare un infarto) verso Sagres, nella punta sud-ovest del Portogallo.
Parcheggiamo vicino alla fortezza. Spoglia come una prigione, il primo impatto da fuori. All’interno però si può godere di un panorama da pelle d’oca sull’oceano e sulle ripide scogliere che si impongono su tutta la costa fino Cabo de São Vicente. Si respira un’atmosfera da fine del mondo: roba da perdere il fiato.

Si fa l’una e mi faccio portare verso Lagos da Ilse e Diego. Loro poi faranno una serie infinita di tappe lungo la strada verso Lisbona, tante case bizzarre e futuristiche li aspettano.
Ah, la passione per l’architettura.

Non mi faccio lasciare alla stazione degli autobus di Lagos ma a qualche kilometro più a sud della suddetta: precisamente alla Ponta da Piedade.
Non c’è nessuno. Mi avvio tra i cespugli verso la punta, impreco un po’ ma alla fine giungo sano e salvo in cima. Prendo fiato e mi siedo su una roccia. Davanti a me l’Atlantico, alla mia destra e alla mia sinistra scogliere di arenaria policroma: spettacolo. Rimango imbambolato per una mezzora buona.

Ritorno sui miei passi, e mi ributto sulla strada autoconvincedomi di trovare una pensilina, prima o poi. Mi rendo subito conto che non passerà alcun autobus e quindi me la prendo con calma. Mi metto a camminare, verso la città. Dopo un po’ mi allontano leggermente dalla strada principale per godere di un’altra bella vista su alcuni faraglioni vicino alla costa. Qui incontro una signora, tra i 75 e gli 80 direi, mi chiede di dove sono e dove sto andando. Ci parlo un po’ e le spiego la situazione. Il marito si offre di accompagnarmi alla stazione degli autobus.
Lei non smette un secondo di parlare ma è simpatica. Lui è più sulle sue, e non sembra badare più di tanto a quello che dice la moglie.

Lungo il tragitto, sapendo che ero diretto a Lisbona, la signora mi dice di non bere alcolici fuori casa, potrebbero scioglierci delle strane pastiglie e “strane diavolerie” dentro, dice. Le dico che seguirò il consiglio. Senza meno.
Vivono entrambi fuori Porto, sono ovviamente in pensione e si son regalati questa vacanza per i cinquant’anni di matrimonio. E non sentirli.
Prima di scaricarmi alla stazione lui mi augura buon viaggio e lei: “che Dio sia con te, continua a pregarlo!”. Ora, in una situazione normale le avrei chiamato un’ambulanza, invece mi sono limitato a un “farò quello che posso, grazie del passaggio!”, prima di chiudere la portiera.

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Un pensiero su “Che Dio sia con te, continua a pregarlo!

  1. Riccardo

    Leggendo il post, mi chiedevo se il fatto di averti dato un passaggio così out of nowhere fosse ascrivibile alla cultura portoghese o si sia trattato semplicemente di un caso fortuito.

    Pensavo a cose simili l’anno scorso, in seguito a un episodio particolare. Come sai il mio rapporto con la città di Bologna si esaurisce sostanzialmente nel percorso stazione-università-stazione, e tanto mi basta per detestarla a morte. Detesto l’essere continuamente fermato da studenti perditempo che cercano di coinvolgerti in ogni sorta di attività/convegno/manifestazione/sagradellasalciccia in sostituzione al fare qualcosa di serio della propria vita, detesto essere fermato dai disperati neri che al grido di ‘Africa, fratello!’ cercano di venderti i più disparati oggetti e carabattole e che alla peggio, ormai persuasi del tuo disinteresse, ti chiedono un caffè (che poi uno pensa sia uno stereotipo, un tratto che adottano loro stessi nel tentativo di far simpatia, ma mi sono pure sentito chiedere “Fratello, sai dov’è il binario sei?”), detesto di essere fermato dai disperati bianchi che ti propongono di sovvenzionare mirabolanti campagne anti-AIDS o che mi chiedono se ho qualcosa contro chi è stato in carcere, quasi fossero poveretti & vittime, per poi proporti stampe o braccialetti assortiti a titolo di sussidio per il ritorno nella società dabbene, e soprattutto detesto essere fermato dal tizio che – lo conoscerai di certo – ti chiede immancabilmente due euro gracchiando “Aiutami, signore, che sono messo male!”. Mi si dice essere un veterano, dedito all’attività da quindici anni e forse più. All’epoca pare chiedesse mille lire. Ci sono altre cose assai detestabili, ovviamente, ma finiremmo fuori tema.

    Insomma, il risultato è che in una città del genere si diventa sospettosi e maldisposti non appena qualcuno che non conosci ti rivolge la parola, foss’anche solo per chiedere un’indicazione stradale. E così succede che un giorno, all’incrocio tra Via dell’Indipendenza e Via Irnerio, mentre camminavo pensando ai fatti miei, mi sento toccare da dietro sul gomito e inizio a temere per la mia vita, il mio portafogli e il mio futuro di dominatore del mondo. Subito dopo, maledicendo la mia compagna di corso che deve aver pensato che chiamare il mio nome non fosse un metodo soddisfacente per attirare la mia attenzione, pensavo che l’essermi spaventato tanto fosse funzione del trovarmi in un contesto simile, che per quanto la mia reazione non avesse nulla di strano o particolare, se fossi stato a Pesaro avrei avuto meno paura.

    Dopotutto queste cose sono più legate a un fattore di percezione che a un dato obiettivo. Quand’ero in Giappone riflettevo, al contrario, che trovarmi di notte in una zona periferica, non particolarmente illuminata e pressocché deserta non mi angustiava affatto (almeno a Tōkyō e Oosaka verso la mezzanotte il numero di persone nelle strade declina vistosamente, al punto che non si incontra quasi più nessuno). Anche gli occasionali ubriachi a vederli ti sembrano innocui. E ovviamente la percezione delle persone si riflette sul loro comportamento verso gli altri.

    E niente, mi interessava sapere qualcosa sulla percezione che hai dei rapporti più superficiali, quelli tra sconosciuti o giù di lì, nella società portoghese. Come sai io di cronaca, italiana o estera che sia, e soprattutto di politica non so veramente nulla e fatico a starti dietro (ricordo all’epoca del liceo una giornata di sciopero per protesta contro la Gelmini, e io dovetti farmi spiegare chi accidenti fosse. Tant’è che la prima volta lessi Gèlmini, per assonanza con ‘gèmini’, il segno zodiacale). Sono inoltre un assoluto ignorante per quanto concerne arte, monumenti e affini, mentre sociologia e compagni sono più nel mio campo, e magari su essi ho qualcosa di sensato da dire anch’io. ^^

    Ciao!

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