Verso Porto

Un autobus per Porto. Compagni di viaggio a torso nudo nonostante l’aria condizionata. Dei bagagli, tanti bagagli, troppi bagagli.

Ho lasciato Lisbona poche ore fa. Sicuramente ancora non me ne rendo conto. Ed auspicabilmente anche i prossimi giorni tra Porto, Bologna e Pesaro, passeranno veloci.

Ma prima o poi arrivverà quella mattina in cui mi sveglierò e vorrei andare da Corinto insieme a Giovanni. Non tanto per farsi una bica ed una pasta, ma piuttosto per vedere ed ascoltare il barista più triste di tutta Avenida Almirante Reis. Aspettando un suo “então foi…” al quale avrebbe quasi sempre seguito “e mais?”. Piccole cose, ma in fondo grandi. Routine fino a stamattina, il passato d’ora in poi.

Arriverà quel pomeriggio in cui vorrei passare dei minuti solo a decidere in quale miradouro andare a vedere il tramonto. Arriverà sicuramente.

Ma ora non ci voglio pensare. Avanti con questi ultimi giorni in Portogallo.

Che poi, a pensarci bene, il sole tramonta anche in Italia.

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Che strano

L’addio di poche ora fa, a Pablo, è stato diverso dagli altri. Forse perché questa volta parto anche io.
Quando ci rivedremo? Bella domanda. Un abbraccio, poche parole. Facendo finta che fosse un fine di serata qualunque. Sapendo di mentire a noi stessi.

Torno a casa. Mi stendo. Inizia un film. Parla più o meno degli ultimi dieci mesi della mia vita. È un film malinconico. Alcune lacrime.

Domani lascio Lisbona. Lei difficilmente lascerà me. E mi costringerà a tornare. Presto. Spero.

Mancano ancora pochi giorni però. A Porto. Prima di tornare. Voleranno, già lo so.

Lisbona. Mancherai. Tanto.

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Miradouro crossing e poi l’alba

Venerdì sera. Il penultimo venerdì sera del mio erasmus. Ed anche la notte più breve dell’anno. O forse era quella tra giovedì e venerdì, ma poco importa: è chiaramente un pretesto per passare una notte in giro.

Pablo propone quello che lui chiama un ‘miradouro crossing’. Un neologismo, ad occhio e croce. L’idea è quella di passare da un miradouro all’altro, facendo in ognuno un pit stop: rosso, bianco o ambrato non fa differenza.
Lo stesso Pablo propone: “Picnic in the other side. Go to the beach. Go to hell, and returm home without theet, trourses and dignity and only one shoe.”. Propone anche dei typo, ma a Pablo si concede (quasi) tutto. Anche perché dire di no ad una tal proposta parrebbe illegale.

Si parte dal Miradouro Sophia de Mello Breyner Andresen da tutti conosciuto come Miradouro da Graça. Probabilmente uno dei più affascinanti della città. Si stappa un rosso alentejano del 1997.

Poi scendiamo verso l’Alfama. Altro giro, altro miradouro (questo qui, di giorno).
Giù verso Praça do Comércio, e poi dritti in Bica: così di giornocosì di notte.
Da lì saliamo verso il Bairro Alto (che è bello anche di mattina presto), finiamo un rosso delle Beiras e passiamo al luppolo.

Ad un certo punto, saranno state le 4, ci ritroviamo, non si sa bene come, in tre: io, Pablo e Matthias. Ci sediamo quindi su una panchina di un vicolo poco illuminato. Il sonno si fa sentire e l’alba sembra troppo lontana. Il Bairro è chiuso e di spingerci fino a Cais non ne abbiamo voglia. La temperatura incomincia ad essere poco piacevole (sì, l’estate, qui a Lisbona, è arrivata solo due giorni fa, che ci crediate o meno), tra le altre cose.
Non molliamo però, e ci dirigiamo verso il Jardim do Príncipe Real, una delle tante oasi verdi nel bel mezzo della città. Ci arrampichiamo su di un albero dai rami incredibilmente comodi (albero storico, qui una testimonianza), per poi darci a del whiskey, del Bushmills per la precisione. Brucia ma riscalda. Parte quindi del deep bro talk a tre, ed è tutto molto bello.

Si fanno le 6. Ci caliamo giù dall’albero (senza riportare fratture) e camminiamo verso il Miradouro de São Pedro de Alcântara, tappa finale. Lisbona si sta svegliando, ma il sole si fa attendere. È nascosto dietro Graça, e si sta alzando con lentezza. All’improvviso si mostra, illumina la Baixa e i nostri cuori. Che ormai appartengono a lei, a Lisboa.

Nel frattempo, mentre noi attendiamo, delle ragazze fanno il bagno nella fontana. Le invitiamo a nuotare.

Lisbona è bella

Non era certo la prima volta che sfogliavo una guida turistica del Portogallo. Ma era la prima che, forse, mi fermavo su Lisbona. Che dire, mi mancano quasi tutti i musei, tra i quali il Museu do Azulejo, quello del fado, e il Museu da Marioneta. Insomma, tutti hanno in comune almeno una caratteristica: il fatto di essere altamente prescindibili.
Una visita al giardino botanico di Belém forse varrebbe la pena, perdersi per qualche quartiere poco conosciuto anche.

Lisbona non è immensa e dispersiva come lo può essere Londra o Parigi. È una capitale europea anomala. La si può girare a piedi, sempre che non si abbiano tempi stretti o rigide tabelle di marcia da seguire.

Dopo dieci mesi, mi piace sapere di poter andare nel posto giusto al momento giusto. A seconda del mio stato d’animo, del momento della giornata, so che posso andare in quel posto lì, e tutti i pensieri se na vanno. Almeno per un po’.
Che sia sul Tejo, di notte, la luna alta in cielo, il ponte illuminato a festa sullo sfondo. Che sia al tramonto, nel miradouro vicino a casa, e la città, in un attimo, ti sembra tua.

Perché Lisbona è strana. È quel tipo di città nella quale vorresti vivere, perché sai che potresti stare bene. È quel tipo di città che ti fa pentire troppo spesso di non aver portato la macchina fotografica con te. Perché quello scorcio, quella strada, quel viale alberato, li hai visti cento volte, e cento volte vorresti fotografarli.

Perché qui, anche i container sono belli.

Tramonto a Lisbona

Tenere un blog è complicato

La prima banalità di questo post la trovate nel titolo. Aspettatevene delle altre. Aspettatevi anche delle considerazioni a caso e delle quali nessuno sentiva il bisogno.
Cercherò da qui in avanti, almeno fino al ritorno in Italia, di trovare quella continuità che forse ho avuto solo nel primo mese di vita di questo blog. Mi sono imposto di scrivere post brevi ma più frequenti. Vediamo come va.

Sono le 11.45 di una sera dal sapore strano, con tanti pensieri per la testa. Pensieri confusi, ovviamente. Ma mi è venuta voglia di scrivere.

Gli esami li ho finiti il 3 giugno. Da lì in poi avrò più tempo per tutto quello che ho non ho fatto, ho fatto poco od ho fatto male poiché sotto esame, mi dicevo. E invece eccomi qui, quindici giorni dopo, con le stesse aspettative e gli stessi propositi. Più o meno.
Cosa ho fatto in questi due settimane? Il primo weekend l’ho passato in Alentejo: 2 macchine e 7 amici, delle strade non asfaltate e della pioggia, delle tende e delle sagre di paese, del vino rosso e del churrasco, dei sorrisi e della spensieratezza.
L’Alentejo è la regione più povera del Portogallo, e una delle più povere d’Europa. C’è poco da vedere, molto da sentire, da capire. Non ero mai stato, per esempio, così tante ora in una città come Mértola – che conta poche migliaia di abitanti. Eppure, a mente fredda, ci stava. Un luogo per certi versi affascinante.

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Qui sopra siamo in quello che la Lonely Planet considera una delle cose da vedere assolutamente Portogallo. Si tratta di un cromlech costituito da 95 monoliti di granito smussati, alcuni dei quali presentano delle incisioni simboliche. Sì, esattamente quello che state pensando, sono delle pietre in mezzo a degli ulivi. Niente di speciale. Ma con una maschera da ippopotamo, il sole che lentamente si nasconde dietro la collina e degli amici tutto diventa bello. E anche un po’ speciale.

Facciamoci del bene.

Sono un signore.

LOSCURO

wpid-correnti-300x242.jpegIo sto con D’Alema,  perché le grandi  tradizioni politiche del ‘900 vanno rivisitate, ma non possono essere superate. Diciamo.

Io sto con Veltroni, perché le grandi tradizioni politiche del ‘900 vanno superate, ma anche valorizzate.

Io sto con Bersani, perché serve qualche misura per il lavoro, due ammortizzatori sociali, due provvedimenti per il mezzogiorno, una spruzzatina di diritti qua e la. Ragassi, chiaro? Oh.

Io sto con Franceschini. Bella barba.

Io sto con Vendola, perché lo sguardo di chi governa deve pesare ciascuno dei beni da tutelare, deve custodire tutte le promesse di futuro, ma soprattutto deve sentire la responsabilità di evitare che vinca il caos, e che l’ardire utopico dei pensieri lunghi si pieghi alla disperazione di un presente immobile, quasi divorato dal suo passato (autentica).

Io sto con Renzi, perché con questa classe dirigente non vinceremo mai. Forse, oltre la rottamazione. Vediamo.

Io sto con Barca, perché sono…

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