L’importanza di chiamarsi Adam

(segue da qui, per certi versi)

Dove eravamo rimasti? Ah, giusto, Adam. Che ci aspetta a Tel Aviv.
Ci occorre però fare un passo indietro.

Domenica 22 dicembre. Ultimo giorno a Gerusalemme: è appena scesa la notte, io e Natalia camminiamo per lo Shuk Mahane Yehuda, o semplicemente ‘Machne’ per i gerosolimitani. Banchi di frutta, spezie, dolci, e tantissimo altro. Ho appena contrattato il prezzo per un bicchiere di succo di melograno, faccio per bere il mio secondo sorso quando un ragazzo mi approccia: “Ciao! Sto portando avanti un progetto: fotografo persone in un vestito da tigre. Ti va di partecipare?”.


Il proggetto si chiama The Tiger Suit. Di Adam dirò un po’ nei prossimi paragrafi ma voi intanto guardatevi il video qua sopra. Un capolavoro, così, per capire il personaggio che è.

Ci penso qualche secondo, poi gli dico di sì. Scambiamo due parole, mi fa vestire. Mi fa capire che posso fare quello che voglio, io sono un po’ spaesato. La gente mi guarda neanche fossi un marziano, io sbircio tra la frutta, cammino, rimango fermo, poi mi muovo ancora. Adam, intanto, scatta.

A un certo punto dice che può bastare, ché pensa di avere almeno cinque o sei scatti buoni. Ritorno in borghese e poi gli chiedo se sa di un posto dove lasciare la valigia a Tel Aviv (un locker alla stazione dei treni, per esempio). L’idea era infatti quella di visitare la città il giorno dopo, fare serata e poi andare in aeroporto. Il mio aereo sarebbe partito alle 7:10 di martedì mattina.
Lui mi propone di lasciare la valigia a casa sua, mi avrebbe dato le chiavi, così sarei potuto venirla a riprendere quando avessi voluto. Diventa subito il mio idolo, no doubt about it.

Così, il giorno dopo, con sempre meno ore di sonno alle spalle, butto i miei quattro stracci in valigia e via verso la stazione degli autobus di Gerusalemme.
Adam ci viene a prendere, camminiamo fino a casa, ci offre della shakshuka per colazione. Una colazione – preparata da Tzafrir, amico e coinquilino – abbondante, diciamo. Ci dà una cartina, numeri dei bus da prendere, consigli vari.

La linea che porta a Giaffa – la 240 – è la stessa dove il giorno prima avevano messo una bomba. La legge dei grandi numeri mi dice però di non preoccuparmi più di tanto.
Giaffa, in ebraico Yafo, ‘la bella’ (è detta così non da me, come invece mi permisi per Gerusalemme), secondo il racconto biblico fu fondata dopo il Diluvio universale e oggi ha assunto il ruolo di città vecchia di Tel Aviv. Ci perdiamo un po’ per i suoi vicoli. Poi tocca al famoso lungomare.

C’è chi dice che Tel Aviv sarebbe la Rimini israeliana. In realtà chi lo dice non sa di quello di cui parla, perché Rimini non potrebbe neanche stare nelle stessa frase con Tel Aviv. Ma non scandalizzatevi più di tanto, c’era anche chi diceva che Aveiro è la Venezia portoghese. Vi ricordate? Paragoni a caso, insomma.

Percorriamo poi le vie di diversi quartieri di Tel Aviv. Tutti diversi, alcuni molto belli. Ad esempio la Città Bianca, un trionfo del Bauhaus. Oppure Neve Tzedek.
Sulle 7 ci fermiamo in uno dei tanti cafè che i giovani telavivim frequentano, in compagnia dei loro laptops e del loro hipsterismo.
Sento Adam via messeggio, dice chi ci raggiunge. A cena ci porta in un ristorante etiope: si mangia con le mani e i sapori sono forti, veri. E anche buoni, che male non fa.
Un amico di Adam suona in un posto poco distante (Hanasich HakatanIl Piccolo Principe in italiano). Ci andiamo. Ne vale la pena, l’amico suona e canta in modo divino.

Dopo qualche birra ci incamminiamo verso Florentin, che sta a Tel Aviv come SoHo sta New York City, per capirci. Entriamo alla Perla, un pub molto curato dalle birre molto ricercate, molto buone, e molto costose. Si parla un po’ di tutto, poi si fa l’una e decidiamo di andare. Cerchiamo quindi uno sherut (un pulmino, un taxi condiviso che ti porta sotto casa al prezzo di un biglietto di autobus, più o meno) fino a Ramat Gan, casa di Adam.

Ho poco più di un’ora. Decido di non andare a dormire. Adam mi lascia comunque la sua camera, ci diamo un abbraccio e una stretta di mano. Una bellissima persona, va detto.
Il tempo di una doccia, poi saluto Natalia. È tutto così strano, i giorni sono praticamente volati. Non vorrei partire, ma devo.

Arrivo in aeroporto verso le 4. C’è tantissima gente. Mi metto in fila per il primo controllo bagagli. Un’agente mi fa domande strane. E io non posso rispondere come vorrei.

Un altro agente mi apre la valigia (la aprono a tutti, niente di strano). Poi però mi accompagna personalmente al banco check-in, di fatto mi fa saltare la fila, e non se ne va finché la mia valigia non è stata presa in consegna. Mi saluta augurandomi buon viaggio.
Imbuco delle cartoline. Poi mi dirigo al gate nonostante manchino due ore. Mi siedo. Mi addormento in sette secondi sette.

Una hostess mi sveglia. “Istanbul?”. Sì, Istanbul. Mi strappano il biglietto, vado verso il finger, il gate chiude.
Penso solo a una cosa: ci tornerò, in Israele. Fosse anche l’ultimo viaggio delle mia vita, ma ci tornerò.

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Gerusalemme la bella

Di post in questo blog ne ho scritti un po’ ormai. Il primo lo scrivevo in metropolitana, a Lisbona, in una serata di fine agosto: l’erasmus sarebbe iniziato proprio in quelle ore. Questo, come quello di qualche giorno fa, insieme a molti altri, lo scrivo da un autobus.
Non so, sarà che c’è sempre un silenzio rumoroso tra queste lamiere, facce strane anche: i pollici scivolano velocemente sulla tastiera, senza pause.
Mi piace moltissimo scrivere dall’autobus. Lo volevo dire. L’ho detto.

Ma veniamo a noi. Veniamo a Gerusalemme, per esempio.
Non ci siete mai stati? Beh andateci, e fate presto (semicit.). Passateci più tempo possibile, per apprezzarne a pieno sia la parte nuova che quella vecchia.
Non ve lo sta dicendo un cattolico talebano ma uno che, al di là del legame religioso e spirituale (che ovviamente non sente e non ha sentito), si è trovato davanti alla cultura, alla storia, alla bellezza. E ne è rimasto impressionato, colpito, affascinato.
Gerusalemme merita, merita tutta.

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Due consigli due (ché non sono mica una guida turistica, io).
Il primo è di fatto un invito spensierato a salire sul tetto del Austrian Hospice, una guest house situatoanel quartiere arabo. Suonate il campanello e vi verrà aperto il portone. Poi salite le scale fino al tetto. Non sarete soli, ma sicuramente non troverete una folla oceanica.
Voi però, da buoni italiani quali siete, non rimanete nella porzione di tetto delimitata da una specie di transenna. Osate. Andate oltre, sedetevi poco più in là, trattenete il respiro.
Chiudete gli occhi se volete, apriteli. Richiudeteli. Riapriteli. Davanti a voi avrete sempre la stessa meravigliosa vista: i tetti di Gerusalemme: quelli popolari, colorati dai panni a asciugare al sole, oppure la maestosa (e dorata) Cupola della Roccia.
Il secondo è invece un consiglio culinario: Hummus Ben Sira. È dove mangerete il migliore hummus della vostra vita . Le porzioni sono giganti e vengono accompagnate da due pite (plurali a caso), tre falafel (appena fritti, paradisiaci) e qualche verdura fresca. Vi prendete una birra e credo che potreste anche morire in pace con voi stessi. Anzi ne sono quasi sicuro.

E questa era l’ultima sera a Gerusalemme. Il giorno dopo Tel Aviv mi aspettava. E anche Adam. Chi? Adam? Chi è?

Boni, state boni.

(segue)

Iraniani brava gente

C’è tanta fila al controllo passaporti di FCO (no, io non l’avrei mai chiamato con la sigla aeroportuale ma un amico un po’ particolare dice che è giusto parlare per sigle, nel 2013. Io gli credo poco ma lo accontento ugualmente). Che poi questa parentesi non c’entrava niente ed era molto a caso. Colpa forse di Matteo Bordone che nel suo Mu divaga e si perde sempre molto volentieri. O forse no. Viva i podcast siempre, tra l’altro.

Ok, basta. Dicevo, sono stranamente in anticipo, l’unica cosa che mi dà da pensare è il non aver rinnovato il bollo – una tassa barocca e tutta italiana (e poi diciamolo, 40 euro e spicci all’anno sono un furto di Stato, altro che patrimoniale). Va tutto liscio alla fine.

Atterro con un ora di ritardo al Sabiha Gokcen, il secondo aeroporto di Istanbul, sponda Asia.
Di nuovo cotrollo passaporti: la coda scorre lentamente, fortuna una rissa a pochi metri da me tra due turchi dal baffo ‘alla turca’, appunto. Molto bravi, loro.

Chiamo Babak. Mi ospiterà per la notte. Poi prendo un autobus fino a Kadıköy İskelesi, sempre sponda asiatica.
Il tempo di appoggiare la valigia a casa e poi usciamo. Anzi no, “whiskey, man?”. Massì dai. Ghiaccio, anche, che non si sa mai.

Usciamo veramente. Sono le dieci passate e metterei volentieri qualcosa sotto i denti. Hamburgerino speziato (sul menù esposto c’è scritto proprio così: hamburgerino speziato) propone Babak. Accetto, molto buono, non mi riempie ma non glielo dico.
Ci dirigiamo quindi in uno dei tanti bar che offre la Kadıköy-by-nite. È un giovedì sera ma c’è tanta gente, quasi tutti turchi, ed è bello così. Il posto si chiama Karga, una specie di pub su più piani. Avranno 10 birre sulla carta, ma neanche una della mezzaluna. Poco male. Parliamo.

Babak è un ragazzo iraniano sui 35 anni, vive da due anni a Istanbul (in un appartamentino nell’area di Kadıköy) insieme alla ragazza, iraniana anche lei. Fa il programmatore freelance, qualunque cosa voglia dire, e guadagna abbastanza bene, dice. È tornato da poco da Beirut (invidia, tanta).
Mi chiede dove sono diretto. Israele. “Ci sei mai stato?”, chiedo. Non una delle domande più brillanti che abbia mai posto, ammetto immediatamente. Mi risponde che, fosse per lui, Israele dovrebbe essere cancellato dalla mappa. No, non è vero, l’ho inventato io.

Mi racconta di aver fatto da guida a un giornalista italiano nei mesi delle proteste dell’Iranian Green Movement. Confessa anche di essere stato arrestato, una volta, per aver comprato alcol (alla terza si rischia la pena di morte. Uno Stato progressista, tipo).
A Babak piacerebbe vivere nel suo paese ma per ora non ci sono le condizioni, soprattuto per il tipo di lavoro che fa. Insomma, i paesi dove internet è libero non iniziano per ‘i’ e non finiscono per ‘ran’. Poi i blocchi si aggirano eh (a proposito, consiglio un bellisimo articolo sui giovani di Tehran, su un Internazionale di qualche settimana fa), ma non è la stessa cosa.

Leviamo le tende e ci infiliamo in un ristorante, semplice, senza pretese. Mi vuole far provare la kele ve paça, una zuppa con delle lingue (non ho capito di quale animale) a pezzettini. Piatto scaleno, senza dubbio.

Taxi fino a casa. Dormo qualche ora. Mi alzo. Principio di hangover. Bevo dell’acqua dal rubinetto. Non è Levissima, diciamo. Saluto e ringrazio il grande Babak.

Torno al Sabiha Gokcen. C’è baggage screening e metal detector anche all’entrata. Date le facce di queli in fila in me neanche io mi sentirei troppo sicuro (il PKK vive e lotta insieme a noi. E anche Lombroso), effettivamente.

McMuffin, caffè. E una coca. Colazioni bulgare, anzi turche.

Sono quasi le 9 ma la giornata mi sembra iniziata da dieci ore.
Dai, basta, tra poco ci imbarchiamo e poi ho scritto troppo. Non volevo, davvero, scusate.

Solo un’ultima cosa. A costo di essere ripetitivi, ma quelli che si mettono in fila anche mezzora prima, pronti ad imbarcarsi, pur avendo il posto numerato, secondo voi, capiscono? Secondo me poco.
Poi però ci penso un po’, li osservo, e alla fine ci arrivo: senza di loro io non potrei starmene comodamente seduto fino all’ultimo.
Quindi viva loro, viva i poretti!