Primi Balcani

Giorno uno.
Spalato poco dopo l’alba è sempre la stessa. Il tempo di assumere qualche caloria e poi si va: verso la Bosnia su gomma, quella del pullman. L’idea è di fermarsi a Pocitelj, una mezzor’oretta prima di Mostar. Così, anche se con due ore di ritardo, e nonostante un tempo poco amico, scendiamo nella ridente cittadina bosniaca. La scaliamo fino al castello diroccato, e con gli zaini al seguito si suda. Da lì però lo scorcio che ci si apre è degno di nota.

Pocitelj dall'alto

Sono circa le cinque del pomeriggio e si vorrebbe proseguire per Mostar. Pensiline e orari, però, paiono non fioccare. Ci si mette ad aspettare, fidandoci di balkanviator.com (grave errore) che dava un pullman in arrivo una decina di minuti dopo.
Un’ora e mezzo sotto una pioggia leggera ma costante, poi arriva un minibus scarrocciato. Si è a Mostar per le sette. A quel punto propongo di farci lasciare alla bus station invece che al celebre ponte, così, per sciogliere qualche dubbio. Chiedo a che ora passasse il prossimo per Sarajevo. Mi si dice che sarebbe stato la mattina seguente, in alternativa un treno sarebbe partito di lì a dieci minuti. Ci si prende qualche minuto per decidere.
L’opzione-passare-la-sera-a-Mostar viene scartata, si continua: Sarajevo, e poi si vedrà.

Il treno sembra uscito da Budapest Grand Hotel, versione sudicia. Ci sediamo a un tavolino con due ragazze, Kelse e Carla. Parte un Perudo a tre, poi allargato alle due australiane. I “Don’t doubt me” detti con tono di sfida da Kelse al buon Eddi sono molto belli. Vinco le prime tre, la quarta invece è una finale tutta Down Under.
Avevano imparato a bluffare anche loro.

Finalmente Sarajevo. Unkas è un signore sulla sessantina, un pazzo scatenato nonché il gestore del nostro ostello, il Balkan Han. Il bicchierino di benvenuto consiste in una grappa-alla-pera-senza-pera. Bene ma non benissimo.
Il tempo di farci segnare due posti sulla mappa e usciamo con Rafa, ragazzo spagnolo conosciuto appena scesi dal treno.
Allo Sloga di lunedì ci sono balli latini ma soprattuto musica a caso, molliamo presto. Puntiamo il Kino, poco distante. Questo è una specie di ex teatro occupato (ma senza i pacivendoli che te la menano con la retorica benecomunista) dove fumano praticamente tutti. Ordiniamo tre acque ragie mascherate da rakija (Lollone inizialmente si rifiuta di berla, poi fa il furbo versandomene un po’ nel mio bicchiere) e una birra.

Sulla via per l’ostello c’è una finestrella, da quella finestrella esce solo junk food, è quindi il posto giusto per noi.
E buona notte!


Giorno due.
Sarajevo è piccola, in fondo. In un giorno praticamente la vediamo tutta. Andiamo con Kelse, Carla e altra gente al tunnel. Lì il ragazzo che ci fa da guida mostra tutto il suo scetticismo, più che comprensibile visti anche gli ultimi avvenimenti, nei confronti dell’ONU. Tuttavia, se arrivi a parlare della scarsa qualità del cibo degli aiuti internazionali, beh, allora scadi nel vittimismo fine a se stesso.

Torniamo in ostello prima di cena. Cerchiamo di capire come ripassare per Mostar prima di buttarci verso la costa meridionale dalmata. Nessuna soluzione ci convince, così si cambia tutto: Belgrado sia, senza paura.
Mentre decidiamo se optare per il pullman o il treno, Unkas ci approccia dicendo che ha un amico che ci può portare in macchina, praticamente allo stesso prezzo del pullman. Ci pensiamo molto, tipo quarantatré secondi, e poi gli diciamo di sì. Allarghiamo l’invito anche a Rafa, che è subito dei nostri. Si parte il giorno seguente nel pomeriggio.

Intanto è sera e andiamo a prenderci una birra. Serata spenta, la mozione-ostello sembra passare. Mentre però lasciamo il tavolino e facciamo per avviarci, Carla, vedendoci passare, ci tende un agguato, e ci invita a seguirla nel bar lì vicino. Ci sono Kelse, alcuni kiwies, e una tipa non meglio identificata – capelli rossi, lentiggini, smandibolante – che emette suoni strani.

Altre birre, panini a prezzi imbarazzevolmente bassi e buona notte.

(segue)

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