Ve la ricordate Barbara Spinelli?

Ve lo ricordate quando Spinelli, Ovadia e Prosperi promettevano che se eletti al Parlamento Europeo avrebbero lasciato il seggio «a candidati che più di noi hanno le energie e le competenze per portare a Bruxelles e Strasburgo la nostra voce e i nostri valori in un lavoro quotidiano che sarebbe al di sopra delle nostre forze»?

Se sì, vi ricorderete anche la lettera della Spinelli che, una volta eletta, decise di accettarlo, quel seggio. Sulla questione, tra i tanti, aveva scritto anche Marco Furfaro, escluso dall’Europarlamento dopo la decisione della Spinelli. Un commento poco diplomatico e molto liberatorio l’avevo fatto anche io:

In quelle lettera, comunque, si leggevano cose così:

La linea mae­stra alla quale intendo atte­nermi è di ope­rare nel Par­lamento euro­peo – e anche nella comu­ni­ca­zione scritta, come rap­presen­tante degli elet­tori euro­pei – per una poli­tica di lotta vera all’ideologia dell’austerità e della cosid­detta «pre­ca­rietà espan­siva», alla cor­ru­zione e alle minacce mafiose in Ita­lia; per i diritti dei cit­ta­dini; per la rea­liz­za­zione di un’Europa fede­rale dotata di poteri auten­tici e demo­cra­tici: quell’Europa che sinora, gestita dai soli governi in un mici­diale equi­li­brio di forze tra potenti e impo­tenti, è man­cata ai suoi com­piti. Il Par­la­mento in cui intendo entrare dovrà, su spinta della nostra Lista e delle pres­sioni che essa eser­ci­terà in Europa e in Ita­lia, essere costi­tuente. Dovrà lot­tare acca­ni­ta­mente con­tro lo svuotamento delle demo­cra­zie e delle nostre Costi­tu­zioni, a comin­ciare da quelle ita­liane e dal vuoto demo­cra­tico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha.

Per curiosità mi sono andato a vedere su VoteWatch Europe come procedesse questa «lotta vera all’ideologia dell’austerità» e «allo svuotamento delle nostre delle democrazie e delle nostre Costituzioni».

Come procede? Con lentezza, senza fretta, Barbara ha infatti partecipato solo a 3 delle 39 votazioni per appello nominale.

Attività parlamentare di Barbara Spinelli

Il 17 luglio sono state votate risoluzioni su Iraq, occupazione giovanile, Nigeria e conflitto arabo-israeliano. Non dalla Spinelli però, che era a Roma a un convegno con Alexis Tsipras e Stefano Rodotà. Ah beh allora, verrebbe da dire.

(Le sessioni plenarie del PE sono stabilite mesi prima, il convegno con Tsipras e Rodotà si può organizzare di conseguenza. Questione di priorità, direi.)

Votazioni Europarlamento Barbara Spinelli

I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 prefe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­rebbero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.

Sulla trasformazione di una candidatura di servizio in una vera candidatura in nome dei voti presi ha già scritto tutto Francesco Costa.
Mi limiterò quindi suggerire timidamente a Barbara che partecipare alle votazioni costituirebbe un primo passo per dimostrare di tenere veramente alla volontà dei propri elettori. Poi Barbara faccia come meglio crede.

Io nel frattempo continuerò a pensare che con persone come la Spinelli, la sinistra italiana (insieme ai suoi elettori) continuerà a perdere, anche quando penserà di aver vinto. Che è triste, se ci pensate.

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Con gli yazidi

In piazza del Popolo a Pesaro, mercoledì 20 agosto, dalle ore 18.30, le compagne e i compagni sono invitati a esprimere la propria solidarietà agli yazidi del nord dell’Iraq.

L’operazione militare dello Stato Islamico ha già fatto centinaia di vittime e non accenna ad interrompersi. Consideriamo questa aggressione un criminale attacco diretto contro tutti gli yazidi, messo in atto con armi sanguinarie, stupri di massa e rastrellamenti che stanno facendo strage della popolazione nel totale disprezzo di qualsiasi forma di umanità.

Con la nostra presenza in piazza rivendichiamo il pieno diritto a vivere in pace (e all’autodeterminazione) degli yazidi.

Libertà per gli yazidi!

Fermiamo il massacro!

Liberamente tratto da uno dei tanti appelli in solidarietà al popolo palestinese.


Displaced children from the minority Yazidi sect, fleeing violence from forces loyal to the Islamic State in Sinjar town, ride on a donkey as they head towards the Syrian border, on the outskirts of Sinjar mountain, near the town of Elierbeh (Photo: Reuters)

Perché forse non tutti i massacri meritano la loro indignazione.

Perché hanno usato così tante volte la parola ‘genocidio’ (svuotandola così del suo significato originale) da non saperli riconoscere più, i genocidi.

Ora regna il silenzio, un silenzio assordante.

Balcani finali

(continua da qui)

Giorno 3.
Cinque ore di sonno e alle dieci siamo operativi. Andiamo alla Galerija 11/07/95, foto (molto belle) e video sul genocidio di Srebrenica. Edoardo mi dice che fa fatica a pensare che sia accaduto neanche venti anni fa, non troppo lontano da casa nostra. Tendo a convenire con lui.

A pranzo andiamo da Zeljo, un punto fermo della città, celebre (da alcuni addirittura venerato) per i suoi ćevapčići. Io e il buon Edoardo, ad esempio, ci convertiamo subito alla Zeljo-religione: i 15 (quindici) ćevapčići – con due etti di kajmac e pita calda – non ci bastano, aiutiamo anche un Lorenzo poco ispirato i finire i suoi.

Qualche ora e qualche chilo più tardi, e dopo un ultimo giro per la Baščaršija, facciamo ritorno all’ostello. Beviamo qualche Sarajevska aspettando che l’amico-di-Unkas ci venga a prendere. Tarda un po’, poi finalmente arriva e partiamo. Ci fermiamo poco fuori Sarajevo, davanti a un minimarket e qualche casa. Staremo fermi per una decina minuti, il tempo di salutare la famiglia, ci dice l’autista. Lo immaginiamo di ritorno in compagnia di qualche amico e qualche fucile d’assalto. Non accade, ma non ne rimaniamo troppo delusi.

Poco dopo iniziano tornanti, strade di montagna, linee continue. Milan, l’autista del minivan, ha il piede pesante, sorpassa chiunque si trovi davanti, anche in curva se necessario (necessario a lui, s’intende). Io provo a dormire e le poche ore di sonno sulle spalle effettivamente aiutano a prendere sonno. Ogni tanto però sobbalzo, e mi sveglio: mi guardo intorno, impreco, insulto quel pazzo scatenato di Milan. Le strade di pianura arriveranno presto, spero.

Mi sveglio in una stazione di servizio poco prima del confine con la Serbia. La polizia bosniaca non fa tante storie e ci lascia passare. Un centinaio di metri dopo ci fermiamo da quella serba. Milan ci consiglia di dire che siamo un gruppo di amici. “No gay tour”, ci tiene a precisare.
Le guardie serbe non sono amichevoli, danno un occhiata agli zaini, ai documenti, poi ci danno il via libera. Arriviamo a Belgrado sotto la pioggia. Poco male, visto che ci facciamo lasciare a due metri dall’ostello.

Check-in, appoggiamo gli zaini, e poi bicchiere sulla Sava. Ci fermiamo lì, Morfeo sa essere convincente e la serata non sembrava comunque decollare. Buona notte, quindi.


Giorno quattro.
Sveglia complessa ma affrontabile. Doccia, caffè solubile violando così diversi impegni morali con se stessi e siamo operativi. Approfittiamo di un free walking tour per girare la città. Dal Parco Kalemegdan si ha un bello scorcio della Sava e del Danubio, e più in generale della città dall’alto. Camminando si colgono i segni dei bombardamenti NATO durante la guerra del Kosovo: ci sono edifici ancora completamente sventrati, forse volutamente lasciati così, simbolici, da monito.

Belgrado è quel tipo di città che ti prometti di rivisitare tra una decina di anni, sicuro che la troverai cambiata. Che poi in realtà non si sa bene perché, ma tu sei sicuro lo stesso.

Sono circa le sette di sera, si è camminato praticamente tutto il giorno, ci si è fermati giusto per qualche pit stop: pausa-panino-veloce-a-pranzo e qualche doverosa pausa-birra.
Siamo sulla via dell’ostello quando incontriamo, per caso, ancora, Kelsi e Carla, in un dehors di un bar a caso, a bere cose a caso (ma a caso veramente). Ci propongono di aggregarci a un pub crawl che sarebbe partito di lì a un’ora. Il loro era un pre-partita, deduciamo.

Decidiamo di giocare la partita anche noi. Al ritrovo pre-partenza in Trg Republike (Piazza della Repubblica) Kelse sembra dover partire per un botellón più che per un pub crawl. La osserviamo trangugiare degli strani intrugli da una bottiglietta di plastica. La stimiamo molto.

Ci spostiamo di bar in bar. Kelse mi fa strani discorsi, mi dice che negli ultimi anni è stata sia con ragazzi che ragazze ma, visto che le piacciono più i primi, si definisce comunque eterosessuale (ah beh allora, penso tra me e me).
A fine serata il buon Lorenzo è provato, biascica insulti contro i serbi, definendoli assassini (ma lui, sia chiaro, pronuncia “assasshini”, da buon pesarese quale è).

Raggiungiamo finalmente l’ostello, saranno le quattro. Puntiamo la sveglia per le 6:30, Zagabria ci aspetta.


Giorno cinque.
Salgo sul pullman. Mi addormento in una posizione scomoda. Mi sveglio al confine tra Serbia e Croazia. Scendo. Controllo documenti. Risalgo sul pullman. Mi addormento. Mi risveglio alla bus station di Zagabria, che è leggermente fuori città. Camminiamo così una mezz’oretta fino a raggiungere il centro. Troviamo un ostello.

Giriamo per Zagabria nel pomeriggio. Sembra una città austriaca: ordinata, pulita, trasporti pubblici efficienti, poco croata insomma. Una capitale europea molto piccola, compatta, da girare in poche ore. Non brutta, eh, per carità. Non una perla però, ecco.
Degno di nota invece il cimitero di Mirogoj, sulle pendici del monte Medvednica: belle simmetrie, prospettive notevoli, stile neorinascimentale.


Giorno sei.
Arriviamo a Zara verso l’ora di pranzo. Vorremmo girarla un po’ ma la moltitudine di turisti ci convince che forse è meglio giocare a fresbee in una piazzetta poco affollata.
Prendiamo un catamarano fino a Premuda, dove è ormeggiato il Fiji.

Molliamo gli zaini. Ci tuffiamo. Il viaggio finirà esattamente quando i nostri corpi impatteranno con l’acqua, penso.

SPLASH!