Balcani finali

(continua da qui)

Giorno 3.
Cinque ore di sonno e alle dieci siamo operativi. Andiamo alla Galerija 11/07/95, foto (molto belle) e video sul genocidio di Srebrenica. Edoardo mi dice che fa fatica a pensare che sia accaduto neanche venti anni fa, non troppo lontano da casa nostra. Tendo a convenire con lui.

A pranzo andiamo da Zeljo, un punto fermo della città, celebre (da alcuni addirittura venerato) per i suoi ćevapčići. Io e il buon Edoardo, ad esempio, ci convertiamo subito alla Zeljo-religione: i 15 (quindici) ćevapčići – con due etti di kajmac e pita calda – non ci bastano, aiutiamo anche un Lorenzo poco ispirato i finire i suoi.

Qualche ora e qualche chilo più tardi, e dopo un ultimo giro per la Baščaršija, facciamo ritorno all’ostello. Beviamo qualche Sarajevska aspettando che l’amico-di-Unkas ci venga a prendere. Tarda un po’, poi finalmente arriva e partiamo. Ci fermiamo poco fuori Sarajevo, davanti a un minimarket e qualche casa. Staremo fermi per una decina minuti, il tempo di salutare la famiglia, ci dice l’autista. Lo immaginiamo di ritorno in compagnia di qualche amico e qualche fucile d’assalto. Non accade, ma non ne rimaniamo troppo delusi.

Poco dopo iniziano tornanti, strade di montagna, linee continue. Milan, l’autista del minivan, ha il piede pesante, sorpassa chiunque si trovi davanti, anche in curva se necessario (necessario a lui, s’intende). Io provo a dormire e le poche ore di sonno sulle spalle effettivamente aiutano a prendere sonno. Ogni tanto però sobbalzo, e mi sveglio: mi guardo intorno, impreco, insulto quel pazzo scatenato di Milan. Le strade di pianura arriveranno presto, spero.

Mi sveglio in una stazione di servizio poco prima del confine con la Serbia. La polizia bosniaca non fa tante storie e ci lascia passare. Un centinaio di metri dopo ci fermiamo da quella serba. Milan ci consiglia di dire che siamo un gruppo di amici. “No gay tour”, ci tiene a precisare.
Le guardie serbe non sono amichevoli, danno un occhiata agli zaini, ai documenti, poi ci danno il via libera. Arriviamo a Belgrado sotto la pioggia. Poco male, visto che ci facciamo lasciare a due metri dall’ostello.

Check-in, appoggiamo gli zaini, e poi bicchiere sulla Sava. Ci fermiamo lì, Morfeo sa essere convincente e la serata non sembrava comunque decollare. Buona notte, quindi.


Giorno quattro.
Sveglia complessa ma affrontabile. Doccia, caffè solubile violando così diversi impegni morali con se stessi e siamo operativi. Approfittiamo di un free walking tour per girare la città. Dal Parco Kalemegdan si ha un bello scorcio della Sava e del Danubio, e più in generale della città dall’alto. Camminando si colgono i segni dei bombardamenti NATO durante la guerra del Kosovo: ci sono edifici ancora completamente sventrati, forse volutamente lasciati così, simbolici, da monito.

Belgrado è quel tipo di città che ti prometti di rivisitare tra una decina di anni, sicuro che la troverai cambiata. Che poi in realtà non si sa bene perché, ma tu sei sicuro lo stesso.

Sono circa le sette di sera, si è camminato praticamente tutto il giorno, ci si è fermati giusto per qualche pit stop: pausa-panino-veloce-a-pranzo e qualche doverosa pausa-birra.
Siamo sulla via dell’ostello quando incontriamo, per caso, ancora, Kelsi e Carla, in un dehors di un bar a caso, a bere cose a caso (ma a caso veramente). Ci propongono di aggregarci a un pub crawl che sarebbe partito di lì a un’ora. Il loro era un pre-partita, deduciamo.

Decidiamo di giocare la partita anche noi. Al ritrovo pre-partenza in Trg Republike (Piazza della Repubblica) Kelse sembra dover partire per un botellón più che per un pub crawl. La osserviamo trangugiare degli strani intrugli da una bottiglietta di plastica. La stimiamo molto.

Ci spostiamo di bar in bar. Kelse mi fa strani discorsi, mi dice che negli ultimi anni è stata sia con ragazzi che ragazze ma, visto che le piacciono più i primi, si definisce comunque eterosessuale (ah beh allora, penso tra me e me).
A fine serata il buon Lorenzo è provato, biascica insulti contro i serbi, definendoli assassini (ma lui, sia chiaro, pronuncia “assasshini”, da buon pesarese quale è).

Raggiungiamo finalmente l’ostello, saranno le quattro. Puntiamo la sveglia per le 6:30, Zagabria ci aspetta.


Giorno cinque.
Salgo sul pullman. Mi addormento in una posizione scomoda. Mi sveglio al confine tra Serbia e Croazia. Scendo. Controllo documenti. Risalgo sul pullman. Mi addormento. Mi risveglio alla bus station di Zagabria, che è leggermente fuori città. Camminiamo così una mezz’oretta fino a raggiungere il centro. Troviamo un ostello.

Giriamo per Zagabria nel pomeriggio. Sembra una città austriaca: ordinata, pulita, trasporti pubblici efficienti, poco croata insomma. Una capitale europea molto piccola, compatta, da girare in poche ore. Non brutta, eh, per carità. Non una perla però, ecco.
Degno di nota invece il cimitero di Mirogoj, sulle pendici del monte Medvednica: belle simmetrie, prospettive notevoli, stile neorinascimentale.


Giorno sei.
Arriviamo a Zara verso l’ora di pranzo. Vorremmo girarla un po’ ma la moltitudine di turisti ci convince che forse è meglio giocare a fresbee in una piazzetta poco affollata.
Prendiamo un catamarano fino a Premuda, dove è ormeggiato il Fiji.

Molliamo gli zaini. Ci tuffiamo. Il viaggio finirà esattamente quando i nostri corpi impatteranno con l’acqua, penso.

SPLASH!

 

 

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Un pensiero su “Balcani finali

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