Paraguay chilometro zero

Arrivo alle 6 di una mattina qualunque, in una stazione degli autobus già brulicante di persone. Ne fermo una incravattata per chiederle cosa mi consiglia qui a Asunción. Mi dice non so, non c’è molto qui, fossi in te andrei al nuovo centro commerciale x. Non ci vado al nuovo centro commerciale x, prendo un autobus a caso e mi faccio lasciare in quello che sembra il centro.

Tuttavia, quanto è divertente (e triste) immaginarsi i saviano e i gramellini nella stessa situazione, indignati, pronti a spiegarci sul giornale di domani l’importanza delle vecchie botteghe (e dei mestieri-di-una-volta, ovviamente), schiacciate da un modello (aggiungere aggettivi netti e apocalittici ad libitum) che ha fallito, andando a appiattire e omologare le vite dei poveri paraguaiani.

(Inoltre, chissà cosa pensano di Bush che a pochi giorno dall’11 Settembre invitava gli amercani a fare shopping, a consumare il più possibile.)

Ovviamente i paraguaiani poveri lo sono davvero (il Paraguay è il secondo paese più povero dell’America Latina) e lo son sempre stati – ma è innegabile che nell’ultimo decennio, nonostante la comparsa dei centri commerciali, sono diventati tutti un po’ più ricchi. Certamente più ricchi di cibo (dato che va di pari passo con il diminuire della quota del bilancio familiare destinata al cibo, appunto). Un’abbondanza mai vista prima che ci permette, nella nostra parte di mondo, di seguire vere e proprie mode come, per esempio, quella del chilometro 0, ma ci arrivo tra poco.
Dicevo, in un paese del terzo mondo come il Paraguay i mestieri-di-una-volta esistono ancora: dal vecchio signore in bottega che lavora il cuoio con mano tremolante e lo sguardo perso nel vuoto, alla bambina del piccolo alimentari dove ho comprato una Coca-Cola. La bambina, che ha al massimo dieci anni, invece di essere a scuola vende, tra le altre cose, frutta e verdura che i genitori e i nonni coltivano da qualche parte – la quantità e la varietà è bassa, e probabilmente anche la qualità (banalmente: la grande distribuzione garantisce competitività, se un prodotto è pensato per l’autosostentazione e venduto a una cerchia ristretta di vicini, all’interno di uno schema de facto monopolistico – un monopolio locale –, la sua qualità tenderà ad essere pessima). Tutto a chilometro 0 però, che figata.
A me di verdura non ne serve, tuttavia al supermercato leggermente fuori città (ci vado poiché di fronte al terminal de ómnibus) mi rendo conto dei prezzi più bassi dei pomodori, per esempio. I pomodori vengono dal Perù, nessun chilometro 0 ma la domanda è: perché il paraguaiano dovrebbe comprare i pomodori sotto casa?
Per nessuna ragione che abbia a che fare con la razionalità. Perché mangiare come facevano i nostri genitori o i nostri nonni (come direbbero alcuni fortunati del primo mondo) non piace a nessuno – nessuno sano di mente, s’intende. I sapori di una volta, il senso delle cose genuine, i legami con la terra, se non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, semplicemente, non esistevano, o erano privilegio di pochi. Esistevano le diete monotone e la malnutrizione, quelle sì.
Dicono, il chilometro 0 fa bene all’ambiente, si basa sull’eliminazione dei costi di intermediazione e di trasporto. Dal produttore direttamente al consumatore, prodotti di stagione, che costano meno e sono più buoni. Dicono.
Che costino meno, nella maggior parte di casi, è una balla. E quando non lo è a latere andrebbe notato che essere dipendenti o, peggio, voler essere dipendenti dai prodotti di stagione, fa molto 1700; nel 2015 ambirei a mangiare quello che mi va, più o meno quando mi va, senza dover dipendere da una grandinata. Se poi vengo da dieci ore di lavoro in fabbrica, a maggior ragione, rivendico il mio diritto ad andare al supermercato dove ho a disposizione possibilità di scelta pressoché infinite, e me la posso sbrigare in un paio d’ore, visto che al tempo devo dare importanza, niente vernissage il sabato in orario aperitivo e il cappellino, per me. Sinceramente, inoltre, la morale da qualche anziano sognatore con la barba incolta, ecco, non me la merito.

L’elettore di Tsipras che deve fare la spesa pensa: al prezzo dell’uovo che sto comprando va aggiunto un costo implicito, quello di trasporto. Non si sa da dove ha appreso che produrre vicino costa di meno. Sappiamo però che per l’elettore di Tsipras è un postulato da cui parte per le sue speculazioni. Speculazioni sul nulla strutturato perché, guarda il caso alle volte, a Pesaro come a Asunción gradualmente si è smesso di rifornirci dal negozietto sotto casa.
Se ciò che è prodotto vicino a casa costasse veramente di meno, non ci sarebbe bisogno di difenderlo, il chilometro 0.

Pare che invece sia tutto leggermente più complicato di come pensa l’elettore di Tsipras, e la definizione del prezzo ha più a che fare con fattori come la fertilità delle terre, il clima, il livello dei salari dei lavoratori. Cose così, che se l’elettore di Tsipras sapesse, avrebbe anche qualche argomento in più dalla sua, tipo lo sfruttamento dei lavoratori che permette di tenere i costi così bassi, rendendo di fatto ininfluenti i costi di trasporto.
Per concludere pensavo, come al solito, di ribadire l’ovvio. Un mondo a chilometro zero, il mondo dei nostri nonni, è un mondo nel quale non ambisco a vivere. Nel mondo in cui ambisco a vivere non sono costretto a mangiare mais un giorno sì e l’altro pure. Un giorno mangio una Rossini, quello dopo una tagliata di Angus scozzese, quello dopo ancora l’insalata del campo di mio nonno. Ma se mi va l’insalata anche quando mio nonno non ce l’ha, vado alla Coop e la compro. Così come fa il pendolare paraguayo che si sveglia alle cinque per andare a lavorare, va al centro commerciale, di sabato pomeriggio, con la moglie. E non perché è oppresso o schiavo del lato oscuro di una qualche forza, ma perché ne trae benefici in termini di tempo e costi. Perché un mondo dove l’offerta è maggiore, in quantità e qualità, è un mondo oggettivamente migliore, all’interno del quale siamo tutti più ricchi e, fondamentalmente, più felici.

“That night I had a dream. It felt so real, even though I knew it couldn’t be, or wasn’t yet. I dreamt of a magical future, filled with wondrous devices, where everything you could ever want, would be in one amazing place. And there was happiness there. But then I saw farther still, years, decades, into the future. I saw a handsome older man, his back still straight, visited by his children and grandchildren-people of accomplishment, of contentment.
But then I saw chaos. A fracture of peace and enlightenment, and I worried that the future I’d seen, magical and filled with light, might never come to pass.”

Annunci