Di Pesaro, film porno e Valentina Nappi

A Pesaro, come si sa, il centrosinistra amministra ininterrottamente dal Dopoguerra. Le opposizioni (di fatto centrodestra e M5*, più la sinistra extraconsiliare) parlano di meccanismi ben oliati e di dittatura morbida, sono persone che non si sanno confrontare con la democrazia, e non accettano che la maggior parte dei cittadini pesaresi, ogni cinque anni, li reputi un’alternativa non credibile ad amministrare la città.

E allora strillano, si agitano, farebbero di tutto per una paginata su un giornale locale. L’ultima trovata è stata quella di scagliarsi contro la proiezione di un docufilm sul porno – Queen Kong di Monica Stambrini, con Valentina Nappi – che andrà in onda venerdì 8 luglio, ore 19:15, al Teatro Sperimentale.

Una consigliera d’opposizione, nonché ex candidata del centrodestra all’ultima tornata elettorale vorrebbe discutere «sull’opportunità del Comune di patrocinare un evento all’interno del quale verrà trasmesso un film dove la donna e il suo corpo sono utilizzati per fini non propriamente elevati».

(L’evento in questione è la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, giunta alla sua 52esima edizione, un punto di riferimento mondiale del panorama cinematografico.)

Forse si vorrebbero rievocare tempi lontani, quando, era il 1972, una sentenza khomeinista e a tratti talebana della Cassazione condannò al rogo Ultimo tango a Parigi, privando Bernardo Bertolucci (uno dei tanti grandissimi registi passati per la Mostra in quegli anni, tre l’altro) dei diritti civili per cinque anni, reo di aver offeso il comune senso del pudore, di non essere stato ‘opportuno’.

La consigliera mal cela un moralismo barboso e un sistema di pensiero vetusto e bacchettone, quello dove girare un film porno, per una donna, significa venire sfruttata, mercificare il proprio corpo, venderlo, sottometterlo al potere maschile e così renderlo oggetto, privandolo di dignità e piacere.

Quelle che lei chiama «scelte di dubbio gusto» sono scelte che danno la possibilità a un genere cinematografico da sempre ostracizzato di aprirsi al (grande? Speriamo di sì) pubblico. Il docufilm, basterebbe spendere due minuti su Google, si propone di esplorare il porno in ottica femminile, ha vinto il premio per la miglior regia di un corto narrativo al Queens World Film Festival di New York, e fa parte del progetto Le ragazze del Porno. In questo caso ci si può sedere da due parti diverse della Storia, da un lato quella del sex-positive feminism, sostanzialmente, dall’altro quella del femminismo radicale anti-porno e abolizionista.  Io so da che parte sedermi, anche perché di solito dall’altra ci sono sedute la destra estrema e reazionaria, e certa sinistra ideologica e oscurantista.


Altro passaggio interessante è quello dove si dice che «ognuno è libero di fare in casa ciò che vuole», che forse non vale la pena neanche commentare, se non dicendo che ricorda quelli che «i froci facessero quello che vogliono a casa loro ma non avanzino pretese, né chiedano diritti e legittimazione».

L’apoteosi del delirio, in ogni caso, si raggiunge con «pubblicizzare e diffondere film lesivi della dignità della donna, in un orario non consono e in luogo pubblico». Qui si allude non si sa bene a cosa; i festival sono sempre vietati ai minori di 18 anni perché i film proiettati non sono sottoposti al visto censura, dunque preventivamente vietati.

È un mondo strano, dunque, è un mondo di politici locali e preti di quartiere che si sentono autorizzati a dire mezzo stampa che le ragazze del porno utilizzano il proprio corpo per fini non propriamente alti, che il messaggio di Papa Francesco viene travisato e la il valore della famiglia messo in discussione (sticazzi, di Papa Francesco), offendendo così tante donne e contribuendo all’opera di ghettizzazione e marginalizzazione da sempre portava avanti in questo Paese da certa morale a trazione cattolica. Ma che ne sanno queste paladine del politically correct di come si sentono e cosa provano le ragazze del porno? Abbiano un po’ di rispetto, e non si permettano di parlare a loro nome, provino invece a mettersi nei loro panni, a capirne l’arte, e la passione che ci mettono.

Smettano per un attimo di stare lì alla finestra, a giudicare (nolite iudicare, recita un antico precetto evangelico). Si lascino andare, sorridano, abbandonino questa sorta di Aventino femminista e bigotto. Trasgrediscano per una sera alla loro educazione ottocentesca ed ingessata su tabù propri di una società retrograda e maschilista.

Venerdì 8 luglio vadano a vedere (e godere) Queen Kong al Teatro Sperimentale.

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