Breve storia di Mahmud e Sulaf

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Finalmente fa abbastanza caldo, qui in Ioannina. È quel caldo che ci si aspetta in questo periodo dell’anno, a queste latitudini. La casa è vuota, sa di mobili nuovi e di muri appena ridipinti.

Un cucinotto sulla destra, il bagno (che non vedete) sulla sinistra, il letto a castello, un divano. Un tavolo, un armadio, un frigo.

«Non sarebbe un problema se sapessimo di doverci stare solo un mese».

Ma non si può sapere: questa è la nuova casa di Sulaf e Mahmud, e di loro figlio, Aihem, fino a data da decidersi.

«A Palmira vivevamo in una casa di tre piani», mi dice Mahmud.

«In albergo dormivamo in un letto matrimoniale, almeno. Sa che da un anno e mezzo non riesco ad avere intimità con mio marito?», pensa forse a voce alta Sulaf. Ayham sorride. Io non ci avevo pensato, non rispondo, forse non era neppure una domanda.

Qualche giorno fa, insieme a Giovanni e Marco, ho aiutato alcune famiglie a traslocare dall’Hotel Exohi – dove vivevano da circa cinque mesi – nei rispettivi appartamenti.

Ci rimarranno fino alla chiamata da Atene, che è de facto l’ultimo step del processo di relocation: lì sosterranno le visite mediche e nel giro di alcune settimane verranno accompagnati nel Paese che avrà accettato la loro domanda di asilo.

Vedo l’appartamento per la prima volta il giorno stesso del trasloco, esattamente come Sulaf e Mahmud.

Gli spazi vitali sono ridotti. Capisco la loro richiesta di un appartamento più grande: «altrimenti dormiamo per strada». Penso che l’avrei chiesto anch’io, che poi che ne so come ci si sente, però sì, l’avrei chiesto anche io, credo.

Guardo l’appartamento e le loro facce deluse, disilluse, il letto a castello, il divano che dovrà diventare letto in maniera permanente. In fondo l’appartamento è davvero piccolo, ma meglio di una camera di albergo, di una tenda e un pavimento di sassi.

Assisto al più classico dei giochi delle parti. Gioco delle parti che prevede degli «speriamo che ci dobbiate stare solo poche settimane», una chiamata ai piani alti per dimostrare che si stava davvero provando a cercare una via alternativa e, naturalmente, nessuna nuova proposta.

C’era sempre stata una sola soluzione sul tavolo, e alla fine viene accettata di buon grado.

Li aiutiamo quindi a svuotare il furgone di tutti i loro borsoni, lasciandoli momentaneamente in terrazzo, per non ostruire il passaggio. Ci abbracciamo, ci salutiamo.

Qualche minuto più tardi, tornando a casa, la mia, penso: non è giusto.

Poi cambio idea: avrebbero dovuto ritenersi fortunati della nuova sistemazione, lamentarsi era stato fuori luogo.

Oppure no? Io mi sarei lamentato nella loro situazione? La mia parte razionale risponde di no. Ma è lecito aspettarsi sempre comportamenti razionali? Qual è il confine tra la compassione e l’insensibilità? Chi lo stabilisce? Si può stabilire? Secondo me no. O se sì, ancora evidentemente non lo so fare.

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