Alcune cose che ho notato viaggiando in Iran

Esistono le strisce pedonali, ma nessuno mai si fermerebbe per farti passare. Si fa lo slalom tra i veicoli. I semafori perlopiù lampeggiano.

Per strada ho incontrato tantissime donne con il cerotto sul naso, segno che la rinoplastica va ancora fortissimo, così come, spesso, un vistoso make-up. D’altronde il viso è praticamente l’unica parte del corpo insieme alle mani visibile in pubblico, mi piace la battaglia per perfezionarlo, ed essere così più a proprio agio e felici. Purtroppo, mi dice una ragazza, non tutti possono permetterselo e alcuni ricorrono a finti cerotti per dirsi appartenenti a un certo ceto.

Nelle specie-di-autogrill lungo le specie-di-autostrade trovi sempre acqua ghiacciata, che guarda al futuro.

Vicino il confine con la Turchia

Il pic nic nei parchi pubblici (e perfino negli spartitraffico erbosi) sono una tradizione, gli orari sono italiani, se non spagnoli, si inizia anche alle 22 e si finisce a fare una notte lunga (il clima estivo aiuta). Tehran, soprattutto, non dorme mai. È aperta al mondo 24/24h. Risulta anche sicura, o almeno quella è la sensazione, camminando di notte da solo. Polizia non ne ho praticamente mai vista, tra l’altro.

Ho incontrato molte persone transgender, in un parco di Tehran. Lo repubblica islamica tollera, anzi sostiene e facilita l’operazione per il cambio di sesso.

Sedersi con le gambe incrociate per più di 5 minuti mi è impossibile. Sarà una questione di abitudine, secondo me neanche troppo salutare.

Culinariamente parlando, mi mancherà il dizi, il kebab-quello-vero, e la marmellata di carote.

Dizi da Dizi Sara
Kebab ali di pollo e carne macinata
Marmellata di carote

In generale, mi mancheranno l’Iran e la sua gente, capace di una gentilezza e accoglienza che raramente si vede in giro, e che risulta quasi mai posticcia.

Al Terminale Ovest della stazione degli autobus di Tehran, prima di lasciare l’Iran
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Voglia di Occidente ma non a tutti i costi

La prima notte a casa di Mohammad e Ashey scorre a intermittenza, soprattutto perché non capisco se il fatto che dormano tutti e tre in sala, sul tappeto, con dei materassi, sia la normalità o un sacrificio per la mia comodità.

Mi sveglio abbastanza presto, direzione Naqsh-e Jahan Square, una delle piazze più grandi (e belle, dati miei) del mondo. Faccio le fotine d’ordinanza al portale d’ingresso della moschea Sheikh Loftollah e poi mi sposto dall’altro lato della piazza, a palazzo Ali Qapu, per vederla dall’alto.

Mi siedo su una panchina per riposare e mi rivolge la parola un ragazzo lì affianco, pingue e con un taglio di capelli che non riesco a decifrare (probabilmente porta un parrucchino). Si presenta, Peyman, da Tehran. Ha la mia età ed è un avvocato immigrazionista, ha studiato a Cipro del Nord e in Svezia, dove si ricorda bene di due italiani che gli avevano spiegato bene come si approccia una ragazza in discoteca. La sua occupazione principale però non ha niente che fare con la legge: canta. Ora, non mi chiedete un parere, però se volete questo è il suo Instagram.

Visitiamo insieme la moschea Masjed-e Shah mentre mi racconta di aver passato una serata difficile, e di aver perso gli amici e compagni di viaggio, già avviati verso Shiraz. Anche lui, come Mohammad, è musulmano solo sui documenti. È molto critico nei confronti del regime, ma allo stesso tempo crede che la forma di governo migliore sia la dittatura, poi si lancia in sperticati elogi nei confronti di Trump. Non lo trovo lucidissimo, il ragazzo, mi conferma l’impressione con le teorie del complotto sul 9/11. Tuttavia, è una persona piacevole, colta, espressione dell’alta borghesia della capitale, figlio di un costruttore, ma escluso dell’élite al potere. Insiste per cenare insieme e un po’ mi dispiace dirgli di no.

Mohammad mi aveva però già invitato a un pic nic al parco (l’equivalente dell’andare al ristorante per noi, più o meno). Una specie di cena della Vigilia, in pratica, con i suoi genitori, il fratello e la sorella, e poi il ramo di Ashey con una sorella che non avevo conosciuto. Mangiamo dell’aash dough, una tipica zuppa iraniana fatta di verdure, legumi e erbe (la preparazione e il gusto varia da città a città). Mi chiedono delle foto della mia famiglia, gliele mostro; spiego che occhi azzurri e capelli biondi non sono la norma.

Parlo tanto con Dagi, la figlia di una delle sorelle di Ashey. Ha 19 anni, ha appena finito le scuole superiori con una media del 19,9/20 e aspetta impaziente i risultati dei test d’ammissione alla facoltà di medicina. Prova a spiegarmi il complesso sistema dei test e mi dice che sarebbe disposta ad andare ovunque, l’importante è entrare. È furiosa con i posti assegnati di diritto ai figli dei militari e ai membri dell’élite in genere. Nel frattempo prende lezioni di tedesco. Vorrebbe andare in Germania ma sa che è difficile. I genitori di Dagi appartengo alla media borghesia iraniana, direi, hanno due buoni lavori, sono istruiti, fanno vacanze (in Iran, principalmente). Due anni fa avrebbero potuto mantenerla in all’estero, oggi no (per esempio: lo smartphone comprato tre anni fa, costerebbe ora 13 volte in più). Ma il punto è arrivarci, in Germania, penso. Mi chiede se in Italia sia più semplice. Glisso, vergognandomi un po’.

Le domando se ha mai pensato di provare a chiedere asilo: qualche anno fa si era informata ma poi l’anno scorso avena skypato con un suo amico da un campo profughi in Grecia, stava malissimo e piangeva. Qualche settimana dopo si tolse la vita. «Amo il mio paese ma se rimango qui l’unica cosa che posso fare è laurearmi, sposarmi, fare dei figli e morire, qui, a Isfahan. Come mia mamma, e mia nonna. Non a qualunque costo, ma vorrei andarmene».

Ci scambiamo l’Instagram, mi promette che mi farà sapere se entrerà a medicina.

Cuori grandi a Isfahan

Ieri, per sparigliare, ho riesumato il mio vecchio account Couchsurfing, dove non mi ricordavo ancora campeggiasse l’idea di un viaggio post-laurea da Roma a Tehran, con il pandino bianco del Dott. Adriano Savarino Morelli. Per forze di causa maggiore non si concretizzò mai, in ogni caso eccoci qui. Alla stazione dei bus di Isfahan, 15’ dal centro, periferia ma non periferico, mi viene a prendere Mohammad, è l’ora più calda della giornata, si sfiorano i 40 gradi, eppure un anziano signore fa della ginnastica al riparo di un albero.

Prima di raggiungere casa cerchiamo un boccone (senza successo) e poi andiamo a comprare il pane. Mohammad è deluso perché non è fresco, gli chiedo se fosse del giorno prima, lui dice «di due ore fa, di solito in Iran lo compriamo appena sfornato». Apprezzo la rigidità, che è anche la mia, a tratti, quando si parla di pane.

Ashey, moglie di Mohammad, mi prepara un’omelette con pomodori e peperoni verdi, molto buona. La ringrazio. Parlo con Mohammad che mi spiega che lavora con le criptovalute e che gli dà abbastanza da vivere, tanto che Ashey (architetto) da quando è nato il figlio Radman sta a casa.

Mi invitano a cena a casa dei genitori di Ashey, sempre nello stesso quartiere. Arriviamo e c’è anche la sorella di Ashey, e sua figlia, Diana, «come la regina», dice. Deduco abitino lì.

Alla tv passa un vecchio programma di Anthony Bourdain, hanno il segnale schermato che permette di vedere anche canali internazionali (ovviamente è illegale, come praticamente quasi tutto, compreso il Couchsurfing). Mohammad va via quasi subito per un allenamento di pallavolo, io rimango a cena, con canali comunicativi limitati.

A un certo punto arriva un altro fratello, che si ferma pochissimo, e poi un altro ancora, il maggiore, si ferma per spizzicare qualcosa. Noto che alla sua presenza la sorella di Ashey indossa l’hijab, appena se ne va, lo lancia via.

Il padre di Ashey mi vuole far vedere delle foto di una vacanza in Malesia fatta pochi mesi fa, era la prima volta che usciva dal paese. Scorre le foto da un vecchio Nokia che non pensavo neanche avesse una fotocamera: ci sono foto di lui e la moglie, scimmie, templi e un considerevole numero di ragazze con le gambe nude.

Verso mezzanotte torna Mohammad, mangiamo tutti insieme cocomero davanti un America’s got talent in versione iraniana.

Non conosco bene tutti i loro talenti, di sicuro ho già capito quello facile: il cuore grande.

Breve storia di Mahmud e Sulaf

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Finalmente fa abbastanza caldo, qui in Ioannina. È quel caldo che ci si aspetta in questo periodo dell’anno, a queste latitudini. La casa è vuota, sa di mobili nuovi e di muri appena ridipinti.

Un cucinotto sulla destra, il bagno (che non vedete) sulla sinistra, il letto a castello, un divano. Un tavolo, un armadio, un frigo.

«Non sarebbe un problema se sapessimo di doverci stare solo un mese».

Ma non si può sapere: questa è la nuova casa di Sulaf e Mahmud, e di loro figlio, Aihem, fino a data da decidersi.

«A Palmira vivevamo in una casa di tre piani», mi dice Mahmud.

«In albergo dormivamo in un letto matrimoniale, almeno. Sa che da un anno e mezzo non riesco ad avere intimità con mio marito?», pensa forse a voce alta Sulaf. Ayham sorride. Io non ci avevo pensato, non rispondo, forse non era neppure una domanda.

Qualche giorno fa, insieme a Giovanni e Marco, ho aiutato alcune famiglie a traslocare dall’Hotel Exohi – dove vivevano da circa cinque mesi – nei rispettivi appartamenti.

Ci rimarranno fino alla chiamata da Atene, che è de facto l’ultimo step del processo di relocation: lì sosterranno le visite mediche e nel giro di alcune settimane verranno accompagnati nel Paese che avrà accettato la loro domanda di asilo.

Vedo l’appartamento per la prima volta il giorno stesso del trasloco, esattamente come Sulaf e Mahmud.

Gli spazi vitali sono ridotti. Capisco la loro richiesta di un appartamento più grande: «altrimenti dormiamo per strada». Penso che l’avrei chiesto anch’io, che poi che ne so come ci si sente, però sì, l’avrei chiesto anche io, credo.

Guardo l’appartamento e le loro facce deluse, disilluse, il letto a castello, il divano che dovrà diventare letto in maniera permanente. In fondo l’appartamento è davvero piccolo, ma meglio di una camera di albergo, di una tenda e un pavimento di sassi.

Assisto al più classico dei giochi delle parti. Gioco delle parti che prevede degli «speriamo che ci dobbiate stare solo poche settimane», una chiamata ai piani alti per dimostrare che si stava davvero provando a cercare una via alternativa e, naturalmente, nessuna nuova proposta.

C’era sempre stata una sola soluzione sul tavolo, e alla fine viene accettata di buon grado.

Li aiutiamo quindi a svuotare il furgone di tutti i loro borsoni, lasciandoli momentaneamente in terrazzo, per non ostruire il passaggio. Ci abbracciamo, ci salutiamo.

Qualche minuto più tardi, tornando a casa, la mia, penso: non è giusto.

Poi cambio idea: avrebbero dovuto ritenersi fortunati della nuova sistemazione, lamentarsi era stato fuori luogo.

Oppure no? Io mi sarei lamentato nella loro situazione? La mia parte razionale risponde di no. Ma è lecito aspettarsi sempre comportamenti razionali? Qual è il confine tra la compassione e l’insensibilità? Chi lo stabilisce? Si può stabilire? Secondo me no. O se sì, ancora evidentemente non lo so fare.

Chi deve pilotare l’aereo?

Sulla vignetta del New Yorker e su «La scienza non è democratica» di Burioni

Regular Coffee

pilotaLa domanda è sbagliata

Sono molto infastidito e preoccupato dalla demagogia del sapere che è molto di moda di questi tempi: il fastidio per gli esperti, il rifiuto delle competenze, il complottismo della scienza “alternativa” contro quella “ufficiale”. C’è però la tendenza, vedo, a reagire a questo fenomeno in un modo sbagliato e pericoloso: ricorrere al principio di autorità. In questo modo, al fastidio per gli esperti si contrappone  il feticismo del curriculum, cadendo nell’errore uguale e contrario rispetto a quegli altri. Il problema, infatti, non è tanto in una delle due diverse risposte alla domanda “A chi bisogna dar credito?”, se agli esperti o al cittadino qualunque. Il problema sta proprio nella domanda, che è fuorviante. Non bisogna dar credito a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Bisogna dar credito alle idee oggettivamente migliori, cioè quelle sviluppate secondo il metodo scientifico, del libero confronto, del pensiero critico. Seguendo l’errore…

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Di Pesaro, film porno e Valentina Nappi

A Pesaro, come si sa, il centrosinistra amministra ininterrottamente dal Dopoguerra. Le opposizioni (di fatto centrodestra e M5*, più la sinistra extraconsiliare) parlano di meccanismi ben oliati e di dittatura morbida, sono persone che non si sanno confrontare con la democrazia, e non accettano che la maggior parte dei cittadini pesaresi, ogni cinque anni, li reputi un’alternativa non credibile ad amministrare la città.

E allora strillano, si agitano, farebbero di tutto per una paginata su un giornale locale. L’ultima trovata è stata quella di scagliarsi contro la proiezione di un docufilm sul porno – Queen Kong di Monica Stambrini, con Valentina Nappi – che andrà in onda venerdì 8 luglio, ore 19:15, al Teatro Sperimentale.

Una consigliera d’opposizione, nonché ex candidata del centrodestra all’ultima tornata elettorale vorrebbe discutere «sull’opportunità del Comune di patrocinare un evento all’interno del quale verrà trasmesso un film dove la donna e il suo corpo sono utilizzati per fini non propriamente elevati».

(L’evento in questione è la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, giunta alla sua 52esima edizione, un punto di riferimento mondiale del panorama cinematografico.)

Forse si vorrebbero rievocare tempi lontani, quando, era il 1972, una sentenza khomeinista e a tratti talebana della Cassazione condannò al rogo Ultimo tango a Parigi, privando Bernardo Bertolucci (uno dei tanti grandissimi registi passati per la Mostra in quegli anni, tre l’altro) dei diritti civili per cinque anni, reo di aver offeso il comune senso del pudore, di non essere stato ‘opportuno’.

La consigliera mal cela un moralismo barboso e un sistema di pensiero vetusto e bacchettone, quello dove girare un film porno, per una donna, significa venire sfruttata, mercificare il proprio corpo, venderlo, sottometterlo al potere maschile e così renderlo oggetto, privandolo di dignità e piacere.

Quelle che lei chiama «scelte di dubbio gusto» sono scelte che danno la possibilità a un genere cinematografico da sempre ostracizzato di aprirsi al (grande? Speriamo di sì) pubblico. Il docufilm, basterebbe spendere due minuti su Google, si propone di esplorare il porno in ottica femminile, ha vinto il premio per la miglior regia di un corto narrativo al Queens World Film Festival di New York, e fa parte del progetto Le ragazze del Porno. In questo caso ci si può sedere da due parti diverse della Storia, da un lato quella del sex-positive feminism, sostanzialmente, dall’altro quella del femminismo radicale anti-porno e abolizionista.  Io so da che parte sedermi, anche perché di solito dall’altra ci sono sedute la destra estrema e reazionaria, e certa sinistra ideologica e oscurantista.


Altro passaggio interessante è quello dove si dice che «ognuno è libero di fare in casa ciò che vuole», che forse non vale la pena neanche commentare, se non dicendo che ricorda quelli che «i froci facessero quello che vogliono a casa loro ma non avanzino pretese, né chiedano diritti e legittimazione».

L’apoteosi del delirio, in ogni caso, si raggiunge con «pubblicizzare e diffondere film lesivi della dignità della donna, in un orario non consono e in luogo pubblico». Qui si allude non si sa bene a cosa; i festival sono sempre vietati ai minori di 18 anni perché i film proiettati non sono sottoposti al visto censura, dunque preventivamente vietati.

È un mondo strano, dunque, è un mondo di politici locali e preti di quartiere che si sentono autorizzati a dire mezzo stampa che le ragazze del porno utilizzano il proprio corpo per fini non propriamente alti, che il messaggio di Papa Francesco viene travisato e la il valore della famiglia messo in discussione (sticazzi, di Papa Francesco), offendendo così tante donne e contribuendo all’opera di ghettizzazione e marginalizzazione da sempre portava avanti in questo Paese da certa morale a trazione cattolica. Ma che ne sanno queste paladine del politically correct di come si sentono e cosa provano le ragazze del porno? Abbiano un po’ di rispetto, e non si permettano di parlare a loro nome, provino invece a mettersi nei loro panni, a capirne l’arte, e la passione che ci mettono.

Smettano per un attimo di stare lì alla finestra, a giudicare (nolite iudicare, recita un antico precetto evangelico). Si lascino andare, sorridano, abbandonino questa sorta di Aventino femminista e bigotto. Trasgrediscano per una sera alla loro educazione ottocentesca ed ingessata su tabù propri di una società retrograda e maschilista.

Venerdì 8 luglio vadano a vedere (e godere) Queen Kong al Teatro Sperimentale.

Persone da combattere, per un mondo migliore

I have no nationality. I’ve lived in so many places that I don’t like to define myself as a Canadian.

A quel punto era obbligatorio mettere mano alla fondina, nell’attesa di un “I am a citizen of the world”. Per fortuna non arriva, ma la guardia non va mai abbassata con queste persone, potenzialmente e, de facto, molto pericolose (oltre che odiose).

Quando la sequestreranno durante un viaggio in autostop in Africa (perché ormai gli altri viaggi son troppo mainstream, avrebbe detto se avessi avuto il coraggio di parlarci di più), chiederà al Ministero degli Affari Esteri del Mondo o a quello canadese di trattare per la sua liberazione? 

Infine, lo dica ai 10 milioni di persone che la nazionalità non ce l’hanno davvero, non per finta, come lei, che gioca a fare la poeta maledetta a Dublino, con le IPA degli altri e le ciocche dei capelli verde-azzurre – quelle sue, per fortuna.

La mia San Paolo del Brasile

Non ci andate, a San Paolo. E siccome questa non è una guida Routard o un post su Vice Italia, non aspettatevi che alla fine vi dica che sì, non potete perdervela, che “a suo modo, è una chicca”. Non ci saranno ribaltamenti, San Paolo non è bella.

San Paolo è, anzi, brutta, a tratti molto brutta. Ma ci ho vissuto. 

Alzavo lo sguardo sui palazzi del centro. San Paolo del Brasile. Città difficile. Da capire, da vivere.

Il cielo non è mai azzurro, di notte non è nero (ci arriva il riverbero delle luci), e non è neanche plumbeo. È un cielo strano quello di San Paolo, e non vuole essere definito.

San Paolo non “è particolare”, non “ha il suo fascino”. San Paolo, semplicemente, non è. San Paolo è un non-luogo. Non c’è grande bellezza, a San Paolo.

San Paolo, nonostante l’ora, non è mai del tutto deserta. Anche di notte, ti capita di vedere gente. Pare irrequieta. Forse per questo tarda ad andare a dormire.

C’è tanto cemento armato e molto grigio (nonostante il parco urbano più grande del pianeta si trovi a due passi da Avenida Paulista, il cuore pulsante della città – sì, l’ho scritto davvero), ma se ci sai mettere i filtri giusti pare quasi bella. È vero però con la luce giusta e un Sierra ben assestato è bella anche Terni. O no?

San Paolo accoglie circa 20 milioni di persone, accoglie tutti. Qui c’è tutto infatti: ci sono le favelas, i grattacieli, le case basse, tutte uguali, tutto neutro.

E chi non ha un tetto dorme per strada, tanto le temperature lo permettono praticamente in qualsiasi periodo dell’anno.

San Paolo è gigante. È una vera metropoli. Offre una buona scena musicale, una sconfinata scelta culinaria – dal miglior ramen fuori dal Giappone a ottimi ristoranti italiani che, tuttavia, lascio provare agli altri, non ambendo a pagare venti euro una gricia – e un’estremamente vivace (ma come scrivo? Male, sarà il sonno) vita notturna.

  
San Paolo incuba cambiamento, cultura, arte. O meglio, se c’è una città in America Latina che sa fare questo meglio delle altre, quella è lei, Sampa. Ho letto così, almeno.

E allora, se è brutta, perché ci ho passato, parentesi romane a parte, quasi cinque mesi? La risposta corretta è che avevo chiesto io, alla LUISS, di mandarmici, mettendola come prima scelta a un bando per passare un semestre all’estero, per poi vincerla. 

Un’altra possibile risposta (quella che mi piace darmi) è che la vita è troppo lunga per vivere solo nelle città belle. Quindi no, non ci andate a San Paolo. Se proprio vi va, viveteci, che è diverso. E magari ve ne innamorate. 

(Ci si può innamorare anche delle cose brutte, dicono.)

Paraguay chilometro zero

Arrivo alle 6 di una mattina qualunque, in una stazione degli autobus già brulicante di persone. Ne fermo una incravattata per chiederle cosa mi consiglia qui a Asunción. Mi dice non so, non c’è molto qui, fossi in te andrei al nuovo centro commerciale x. Non ci vado al nuovo centro commerciale x, prendo un autobus a caso e mi faccio lasciare in quello che sembra il centro.

Tuttavia, quanto è divertente (e triste) immaginarsi i saviano e i gramellini nella stessa situazione, indignati, pronti a spiegarci sul giornale di domani l’importanza delle vecchie botteghe (e dei mestieri-di-una-volta, ovviamente), schiacciate da un modello (aggiungere aggettivi netti e apocalittici ad libitum) che ha fallito, andando a appiattire e omologare le vite dei poveri paraguaiani.

(Inoltre, chissà cosa pensano di Bush che a pochi giorno dall’11 Settembre invitava gli amercani a fare shopping, a consumare il più possibile.)

Ovviamente i paraguaiani poveri lo sono davvero (il Paraguay è il secondo paese più povero dell’America Latina) e lo son sempre stati – ma è innegabile che nell’ultimo decennio, nonostante la comparsa dei centri commerciali, sono diventati tutti un po’ più ricchi. Certamente più ricchi di cibo (dato che va di pari passo con il diminuire della quota del bilancio familiare destinata al cibo, appunto). Un’abbondanza mai vista prima che ci permette, nella nostra parte di mondo, di seguire vere e proprie mode come, per esempio, quella del chilometro 0, ma ci arrivo tra poco.
Dicevo, in un paese del terzo mondo come il Paraguay i mestieri-di-una-volta esistono ancora: dal vecchio signore in bottega che lavora il cuoio con mano tremolante e lo sguardo perso nel vuoto, alla bambina del piccolo alimentari dove ho comprato una Coca-Cola. La bambina, che ha al massimo dieci anni, invece di essere a scuola vende, tra le altre cose, frutta e verdura che i genitori e i nonni coltivano da qualche parte – la quantità e la varietà è bassa, e probabilmente anche la qualità (banalmente: la grande distribuzione garantisce competitività, se un prodotto è pensato per l’autosostentazione e venduto a una cerchia ristretta di vicini, all’interno di uno schema de facto monopolistico – un monopolio locale –, la sua qualità tenderà ad essere pessima). Tutto a chilometro 0 però, che figata.
A me di verdura non ne serve, tuttavia al supermercato leggermente fuori città (ci vado poiché di fronte al terminal de ómnibus) mi rendo conto dei prezzi più bassi dei pomodori, per esempio. I pomodori vengono dal Perù, nessun chilometro 0 ma la domanda è: perché il paraguaiano dovrebbe comprare i pomodori sotto casa?
Per nessuna ragione che abbia a che fare con la razionalità. Perché mangiare come facevano i nostri genitori o i nostri nonni (come direbbero alcuni fortunati del primo mondo) non piace a nessuno – nessuno sano di mente, s’intende. I sapori di una volta, il senso delle cose genuine, i legami con la terra, se non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, semplicemente, non esistevano, o erano privilegio di pochi. Esistevano le diete monotone e la malnutrizione, quelle sì.
Dicono, il chilometro 0 fa bene all’ambiente, si basa sull’eliminazione dei costi di intermediazione e di trasporto. Dal produttore direttamente al consumatore, prodotti di stagione, che costano meno e sono più buoni. Dicono.
Che costino meno, nella maggior parte di casi, è una balla. E quando non lo è a latere andrebbe notato che essere dipendenti o, peggio, voler essere dipendenti dai prodotti di stagione, fa molto 1700; nel 2015 ambirei a mangiare quello che mi va, più o meno quando mi va, senza dover dipendere da una grandinata. Se poi vengo da dieci ore di lavoro in fabbrica, a maggior ragione, rivendico il mio diritto ad andare al supermercato dove ho a disposizione possibilità di scelta pressoché infinite, e me la posso sbrigare in un paio d’ore, visto che al tempo devo dare importanza, niente vernissage il sabato in orario aperitivo e il cappellino, per me. Sinceramente, inoltre, la morale da qualche anziano sognatore con la barba incolta, ecco, non me la merito.

L’elettore di Tsipras che deve fare la spesa pensa: al prezzo dell’uovo che sto comprando va aggiunto un costo implicito, quello di trasporto. Non si sa da dove ha appreso che produrre vicino costa di meno. Sappiamo però che per l’elettore di Tsipras è un postulato da cui parte per le sue speculazioni. Speculazioni sul nulla strutturato perché, guarda il caso alle volte, a Pesaro come a Asunción gradualmente si è smesso di rifornirci dal negozietto sotto casa.
Se ciò che è prodotto vicino a casa costasse veramente di meno, non ci sarebbe bisogno di difenderlo, il chilometro 0.

Pare che invece sia tutto leggermente più complicato di come pensa l’elettore di Tsipras, e la definizione del prezzo ha più a che fare con fattori come la fertilità delle terre, il clima, il livello dei salari dei lavoratori. Cose così, che se l’elettore di Tsipras sapesse, avrebbe anche qualche argomento in più dalla sua, tipo lo sfruttamento dei lavoratori che permette di tenere i costi così bassi, rendendo di fatto ininfluenti i costi di trasporto.
Per concludere pensavo, come al solito, di ribadire l’ovvio. Un mondo a chilometro zero, il mondo dei nostri nonni, è un mondo nel quale non ambisco a vivere. Nel mondo in cui ambisco a vivere non sono costretto a mangiare mais un giorno sì e l’altro pure. Un giorno mangio una Rossini, quello dopo una tagliata di Angus scozzese, quello dopo ancora l’insalata del campo di mio nonno. Ma se mi va l’insalata anche quando mio nonno non ce l’ha, vado alla Coop e la compro. Così come fa il pendolare paraguayo che si sveglia alle cinque per andare a lavorare, va al centro commerciale, di sabato pomeriggio, con la moglie. E non perché è oppresso o schiavo del lato oscuro di una qualche forza, ma perché ne trae benefici in termini di tempo e costi. Perché un mondo dove l’offerta è maggiore, in quantità e qualità, è un mondo oggettivamente migliore, all’interno del quale siamo tutti più ricchi e, fondamentalmente, più felici.

“That night I had a dream. It felt so real, even though I knew it couldn’t be, or wasn’t yet. I dreamt of a magical future, filled with wondrous devices, where everything you could ever want, would be in one amazing place. And there was happiness there. But then I saw farther still, years, decades, into the future. I saw a handsome older man, his back still straight, visited by his children and grandchildren-people of accomplishment, of contentment.
But then I saw chaos. A fracture of peace and enlightenment, and I worried that the future I’d seen, magical and filled with light, might never come to pass.”