Verso Porto

Un autobus per Porto. Compagni di viaggio a torso nudo nonostante l’aria condizionata. Dei bagagli, tanti bagagli, troppi bagagli.

Ho lasciato Lisbona poche ore fa. Sicuramente ancora non me ne rendo conto. Ed auspicabilmente anche i prossimi giorni tra Porto, Bologna e Pesaro, passeranno veloci.

Ma prima o poi arrivverà quella mattina in cui mi sveglierò e vorrei andare da Corinto insieme a Giovanni. Non tanto per farsi una bica ed una pasta, ma piuttosto per vedere ed ascoltare il barista più triste di tutta Avenida Almirante Reis. Aspettando un suo “então foi…” al quale avrebbe quasi sempre seguito “e mais?”. Piccole cose, ma in fondo grandi. Routine fino a stamattina, il passato d’ora in poi.

Arriverà quel pomeriggio in cui vorrei passare dei minuti solo a decidere in quale miradouro andare a vedere il tramonto. Arriverà sicuramente.

Ma ora non ci voglio pensare. Avanti con questi ultimi giorni in Portogallo.

Che poi, a pensarci bene, il sole tramonta anche in Italia.

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Che strano

L’addio di poche ora fa, a Pablo, è stato diverso dagli altri. Forse perché questa volta parto anche io.
Quando ci rivedremo? Bella domanda. Un abbraccio, poche parole. Facendo finta che fosse un fine di serata qualunque. Sapendo di mentire a noi stessi.

Torno a casa. Mi stendo. Inizia un film. Parla più o meno degli ultimi dieci mesi della mia vita. È un film malinconico. Alcune lacrime.

Domani lascio Lisbona. Lei difficilmente lascerà me. E mi costringerà a tornare. Presto. Spero.

Mancano ancora pochi giorni però. A Porto. Prima di tornare. Voleranno, già lo so.

Lisbona. Mancherai. Tanto.

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Miradouro crossing e poi l’alba

Venerdì sera. Il penultimo venerdì sera del mio erasmus. Ed anche la notte più breve dell’anno. O forse era quella tra giovedì e venerdì, ma poco importa: è chiaramente un pretesto per passare una notte in giro.

Pablo propone quello che lui chiama un ‘miradouro crossing’. Un neologismo, ad occhio e croce. L’idea è quella di passare da un miradouro all’altro, facendo in ognuno un pit stop: rosso, bianco o ambrato non fa differenza.
Lo stesso Pablo propone: “Picnic in the other side. Go to the beach. Go to hell, and returm home without theet, trourses and dignity and only one shoe.”. Propone anche dei typo, ma a Pablo si concede (quasi) tutto. Anche perché dire di no ad una tal proposta parrebbe illegale.

Si parte dal Miradouro Sophia de Mello Breyner Andresen da tutti conosciuto come Miradouro da Graça. Probabilmente uno dei più affascinanti della città. Si stappa un rosso alentejano del 1997.

Poi scendiamo verso l’Alfama. Altro giro, altro miradouro (questo qui, di giorno).
Giù verso Praça do Comércio, e poi dritti in Bica: così di giornocosì di notte.
Da lì saliamo verso il Bairro Alto (che è bello anche di mattina presto), finiamo un rosso delle Beiras e passiamo al luppolo.

Ad un certo punto, saranno state le 4, ci ritroviamo, non si sa bene come, in tre: io, Pablo e Matthias. Ci sediamo quindi su una panchina di un vicolo poco illuminato. Il sonno si fa sentire e l’alba sembra troppo lontana. Il Bairro è chiuso e di spingerci fino a Cais non ne abbiamo voglia. La temperatura incomincia ad essere poco piacevole (sì, l’estate, qui a Lisbona, è arrivata solo due giorni fa, che ci crediate o meno), tra le altre cose.
Non molliamo però, e ci dirigiamo verso il Jardim do Príncipe Real, una delle tante oasi verdi nel bel mezzo della città. Ci arrampichiamo su di un albero dai rami incredibilmente comodi (albero storico, qui una testimonianza), per poi darci a del whiskey, del Bushmills per la precisione. Brucia ma riscalda. Parte quindi del deep bro talk a tre, ed è tutto molto bello.

Si fanno le 6. Ci caliamo giù dall’albero (senza riportare fratture) e camminiamo verso il Miradouro de São Pedro de Alcântara, tappa finale. Lisbona si sta svegliando, ma il sole si fa attendere. È nascosto dietro Graça, e si sta alzando con lentezza. All’improvviso si mostra, illumina la Baixa e i nostri cuori. Che ormai appartengono a lei, a Lisboa.

Nel frattempo, mentre noi attendiamo, delle ragazze fanno il bagno nella fontana. Le invitiamo a nuotare.

Lisbona è bella

Non era certo la prima volta che sfogliavo una guida turistica del Portogallo. Ma era la prima che, forse, mi fermavo su Lisbona. Che dire, mi mancano quasi tutti i musei, tra i quali il Museu do Azulejo, quello del fado, e il Museu da Marioneta. Insomma, tutti hanno in comune almeno una caratteristica: il fatto di essere altamente prescindibili.
Una visita al giardino botanico di Belém forse varrebbe la pena, perdersi per qualche quartiere poco conosciuto anche.

Lisbona non è immensa e dispersiva come lo può essere Londra o Parigi. È una capitale europea anomala. La si può girare a piedi, sempre che non si abbiano tempi stretti o rigide tabelle di marcia da seguire.

Dopo dieci mesi, mi piace sapere di poter andare nel posto giusto al momento giusto. A seconda del mio stato d’animo, del momento della giornata, so che posso andare in quel posto lì, e tutti i pensieri se na vanno. Almeno per un po’.
Che sia sul Tejo, di notte, la luna alta in cielo, il ponte illuminato a festa sullo sfondo. Che sia al tramonto, nel miradouro vicino a casa, e la città, in un attimo, ti sembra tua.

Perché Lisbona è strana. È quel tipo di città nella quale vorresti vivere, perché sai che potresti stare bene. È quel tipo di città che ti fa pentire troppo spesso di non aver portato la macchina fotografica con te. Perché quello scorcio, quella strada, quel viale alberato, li hai visti cento volte, e cento volte vorresti fotografarli.

Perché qui, anche i container sono belli.

Tramonto a Lisbona

Cartelli della droga, primarie e tripeiros

Dispiace per chi mi dava per disperso e che, dopotutto, riusciva ugualmente a dormire sonni tranquilli.
Invece no. Eccomi qui.

Ho fatto passare un po’ troppo tempo dall’ultimo vero post ma, credetemi, le ultime quattro o cinque settimane sono state intense. Di presentazioni, lavori di gruppo, esami e anche birra; per festeggiare le prime tre, s’intende.

Ah, tra l’altro, tutte cose nuove per me umile studente dell’Unibo. Trabalhos de grupo? Essays? Questi nuovi.
Bordone mi picchierebbe per non aver utilizzato gli equivalenti italiani, ma è stato più forte di me.
Dicevo, son dovuto venire a Lisbona per scrivere il mio primo essay univiersitario. In italiano, probabilmente, mi sarei divertito come un matto. In inglese è stata un po’ più dura ma alla fine alla prof. è piaciuto molto, nonostante il taglio un po’ troppo giornalistico.
Ho scritto delle cosiddette new wars, analizzando il conflitto tra cartelli delle droga messicani e il governo centrale. Se qualcuno di voi fosse così pazzo da volerlo leggere, basta chiedere ed esaudirò il vostro desiderio.

Ovviamente, come avrete già intuito, il tema non l’ho scelto a caso. Gonz e Chicharo sono stati infatti preziosi nel darmi uno spaccato del Messico di oggi.
Nessuno dei due ha votato Enrique Peña Nieto, il nuovo presidente, Partido Revolucionário Institucional (PRI), vincitore delle elezioni questa estate. Una presenza massiccia sui media, una star delle telenovelas messicane come moglie, e i tanti morti ammazzati nella conflitto cartelli-Stato (voluto fortemente da Calderón, presidente uscente): è qui forse che dobbiamo andare a ricercare i motivi della vittoria di Peña Nieto. Un Peña Nieto che, tra l’altro, ha raramente parlato del conflitto in campagna elettorale, lasciando intendere che probabilmente diminuirà l’intensità dell’offensiva.
Se vi chiedete perché uso la parola conflitto e non guerra, la risposta è semplice: quello che sta avvenendo non è una guerra e neanche una new war, se vogliamo dirla con la Kaldor.
Il perché ho provato a spiegarlo nell’essay e non ve lo dico. Non fatevene un cruccio, mi raccomando.

E tra una presentazione e un esame, a tenermi compagnia, oltra alle tante (qualche sera troppe) imperiais, anche le primarie. Non un segreto per chi mi conosce. Pensavo di buttare giù la classica analisi post-voto ma poi ho pensato che avrei scritto più o meno le stesse cose che potete leggere su questo post di Damilano – un po’ troppo filo-renziano forse, ma sostanzialmente condivisibile.
In ogni caso, ciò che rimane di queste primarie, al di là di tutto, è questo video: un capolavoro assoluto.

Ora arrivano le primarie per i parlamentari, volute da sempre da Pippo Civati, per dare un ulteriore segnale che c’è ancora un partito che ha voglia di giocare pulito, e di giocare all’attacco. Poi alle volte sbaglia ed è un peccato. Rimane però, de facto, l’unica alternativa credibile dopo il gap year dalla politica che Re Giorgio ha deciso ci prendessimo.
E a febbraio occorre vincere, stravincere se possibile, e dimostrare che un centro-sinistra di governo esiste e può fare bene.
Ad oggi, le primarie si terranno il 29 e il 30 dicembre, ed io sarò a Pesaro, probabilmente al seggio, a caccia di qualche illuminazione per la tesi, tra le altre cose.

Ora scrivo da un pullman Porto-Lisboa, di ritorno da un weekend tripeiro, come sono detti gli abitanti di Porto. Città variopinta e medievale, chiese barocche stravaganti, qualche segno di decadimento anche se negli ultimi vent’anni ha conosciusto una rinascita straordinaria. Spettaccolare poi la vista di cui si può godere dal livello superiore del ponte de Dom Luís I.

Adesso ultimi sforzi per la consegna di un lavoro il 21, qualche serata da leoni e poi il 22 si vola in Italia. Il tempo di qualche pranzo infinito, qualche amico da incontrare, una Scavo da andare a sostenere al palazzetto.

Ill 31 si ritorna a Lisboa, per un capodanno dei campioni, più carichi che mai.

Vi lascio con una foto scattata da casa mia, una sera di qualche settimana fa: poesia.

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Salviamo l’Erasmus!

Erasmus è una nuova città, nuovi amici, una nuova vita. Erasmus è cavarsela da soli, è l’aiuto di un tedesco appena conosciuto, è dover parlare un’altra lingua – almeno – oltre all’italiano. Erasmus è diventare matto per compilare il Learning Agreement, è tanta burocrazia con la speranza di poter dire un giorno: “sì, ne è valsa la pena!”.
Sono in Portogallo da poco più di un mese: sono solo all’inizio di quest’esperienza ma forse qualcosa l’ho già capita e proverò a trasmettervela.

Atterro a Lisbona in una calda serata di fine agosto. So che qualcosa di nuovo sta iniziando, un’altra pagina della mia vita verrà scritta. Ma non me ne rendo ancora conto.
Vado in ostello, il giorno seguente inizio a cercare una casa, un’odissea per molti studenti erasmus. Poi le prime conoscenze, le prime feste, le prime difficoltà con una lingua tremendamente complessa seppur vicina all’italiano. L’inglese risolve però la gran parte dei problemi, non temete.

Il Portogallo non è la Svezia, è risaputo. La mia università portoghese risulta però comunque più organizzata dell’Università di Bologna. Anche il metodo d’apprendimento è differente: classi poco numerose, rapporto studente-professore, compiti per casa. Pensi per un attimo di essere tornato al liceo. Ma è solo un sogno dal quale mi sveglio quando, al secondo giorno di lezione, mi ritrovo a fare una presentazione sulla condizione delle coppie omosessuali in Italia; davanti a me, una classe attenta, silenziosa. Inizio a parlare, la voce mi trema, poi si schiarisce. Di cose da dire ne ho tante, provo a essere il più imparziale possibile ma non credo di riuscirci dato l’argomento che devo trattare. Alla fine sembrano tutti soddisfatti. Torno al posto, sorridendo sotto i baffi, che non ho.

Le giornate non scorrono in maniera diametralmente opposta a quelle trascorse per due anni a Bologna. Corsi, pranzi frugali, il riordinare gli appunti ogni tanto, spesa proletaria, birre della buona notte. Le stesse cose. Il tutto però è elevato al quadrato, forse al cubo. Sarà forse che si respira un’aria internazionale, e non solo all’interno dell’università, sarà dover prendere la metro invece che la bici per andare a lezione. Sicuramente c’è dell’altro, qualcosa di complesso da spiegare a parole, che vi auguro di provare sulla vostra pelle, di viverlo in prima persona.
Ve lo porterete dietro tutta la vita.

Erasmus è tante cose, alcune bellissime, altre meno. Non è certo tutto rose e fiori. Come ogni esperienza lontano da casa dopotutto. In poco più di un mese sono riuscito a infortunarmi giocando a basket con dei compagni di università (e le colline di Lisbona non sono simpatiche da scalare in stampelle!), sono stato buttato fuori di casa in seguito a una torbida storia. Ora dormo su un divano a casa di un’amica sperando che quando leggerete questo pezzo avrò di nuovo un tetto sopra la testa.
Queste e tante altre storie provo a raccontarle sul mio blog, forse più un diario di viaggio. Pensavo di non aver mai avuto la costanza di farlo e invece l’ho trovato tremendamente naturale e divertente. Mi piace l’idea di razionalizzare e condividere alcune esperienze, e farlo per iscritto è forse la cosa migliore.

Sarebbe giusto spendere qualche parola in favore del progetto Erasmus che compie 25 anni quest’anno. Ma non lo farò. Penso che dalle righe qui sopra già si possa capire che chi solo abbia pensato di abolirlo non sappia di cosa stia parlando. Perché quando sei in Erasmus rimani quel che sei, rimani italiano, pesarese nel mio caso, ma in più diventi qualcos’altro. E penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di diventare quel qualcos’altro. Per questo dico, e continuerò a dire, giù le mani dall’Erasmus!


In foto la compagna Judith, che vive e lotta insieme a noi.

Quello che ho capito del Kongeriket Norge

Come promesso, eccomi qui a cercare di buttare giù qualche riflessione scaturita dal tempo passato a stretto contatto con quattro ragazze norvegesi. Mi muovo lento sulla tastiera, forse per la prima volta da quando ho incominciato a tenere questo diario di viaggio. Sarà perché è sempre difficile mettere nero su bianco le proprie sensazioni, sarà perché so che vorranno sapere cosa ho detto di loro. Non fraintendetemi: non che voglia scrivere delle falsità o delle cattiverie, semplicemente mi dispiacerebbe urtare la loro sensibilità. Ok, mi piace mettere le mani avanti. Ora però inizio a scrivere qualcosa, giuro.

Inizio dai nomi: Hanne, Ingeborg, Lisbeth e Silje (sì, lo ammetto, di quest’ultimo ho dovuto controllare lo spelling). Dirò fin d’ora che ho passato la maggior parte del tempo con Ingeborg e Lisbeth poiché Silje si è fatta una dieci giorni in Norvegia mentre Hanne è stata per una settimana impegnata col suo fidanzato, dormendo in hotel. Ah, il potere d’acquisto norvegese.

Da sinistra a destra: Hanne, Silje e Ingeborg
Ingeborg e Lisbet, aspettando la metro

Tra di loro parlano norvegese, ma non lo stesso norvegese. Dovete sapere infatti che esso è diviso in due differenti forme scritte: il bokmål e il nynorsk. Nel titolo del post ho utilizzato la prima, ma usando la seconda non sarebbe stato troppo diverso: Kongeriket Noreg, (difficilmente però sono sempre così simili). Nelle scuole vengono insegnate entrambe ma, mentre la prima è utilizzata dall’85% della popolazione, la seconda solo dal 15%. In realtà però quasi tutti conoscono entrambe. Oltre a comprendere danese e svedese. Semplificando, nella parte est del paese, quella confinante con la Svezia, la lingua parlata è il bokmål. Mentre nel Vestlandet, la regione bagnata dall’Oceano Atlantico, e alcune contee limitrofe si parla il nynorsk. Che poi è la lingua parlate da tutte tranne Ingeborg, che abita, appunto, a un centinaio di chilometri a nord di Oslo. Ognuna ha inoltre un proprio dialetto: non voglio immaginare le difficoltà di un immigrato in Norvegia. Ovviamente parlano anche un inglese fluente, e senza accenti. Tempo fa qualcuno propose di rinunciare al norvegese come lingua ufficiale a favore dell’inglese. Ma non se ne fece niente: identità nazionale, difesa delle proprie radici, solite storie. Per essere un paese di 5 milioni di abitanti e infinite lingue (ah, ho dimenticato il sami e il finlandese) parlate, non sarebbe stato forse una cattiva idea. IMHO, s’intende.
Qui di seguito Lisbeth alla prese con uno scioglilingua italiano.

Veniamo al cibo. Mi dicono che in Norvegia è normale cenare verso le quattro del pomeriggio e poi, se si ha ancora fame, fare uno spuntino in serata. Fortunatamente spesso finiamo le lezioni alle sette, e così si cena a un orario decente. Non hanno piatti piatti tipici degni di nota, e pure loro non ne fanno un segreto. In compenso però sembra non riescano a stare senza i loro sapori (sic!) e così hanno fatto la scorta di cioccolate (molto buone per carità), caramelle gommose, zuppe al pomodoro liofilizzate (di dubbia qualità, sicuramente niente di introvabile qui a Lisbona), brunost (un formaggio di capra caramellato di colore marrone), la lista continuerebbe ma mi fermo qui. La cosa mi stupisce perché se io, da buon italiano quale sono, posso fare a meno dei sapori del Bel Paese senza troppi problemi, allora possono farlo tutti. Evidentemente mi sbagliavo. Ovvio, se i miei genitori mi regalano del Parmigiano Reggiano da due 2kg abbondanti, non rifiuto ma accetto volentieri.

Ah, vanno anche pazze per lo snus, ma ne avevo già parlato qui.
I norvegesi non hanno una cucina tipica consolidata e quindi, un po’ come gli americans, amano sperimentare cucine etniche e ricetta dal mondo. Legittimo, più che legittimo direi. La situazione acquista però tratti grotteschi quando mi dicono che negli ultimi anni, soprattuto tra le famiglie appartenenti alle fasce più povere della popolazione, si è diffusa la frozen pizza come piatto principale al pranzo di Natale. Loro ci ridono su, io nascondo goffamente tutta la mia incredulità e il mio sgomento. In realtà anche loro sono preoccupate da questa tendenza, mi rivelano successivamente.

Sono ragazze molto attente, interessate a cogliere le dinamiche sociali che le circondano. Questo forsè è dovuto anche e soprattutto a ciò che hanno studiato alla triennale, e al master cha stanno seguendo qui in Portogallo, International Programme on Family Social Work and Social Policy il nome preciso.

Hanne ed Ingeborg dicono di me che ascolto molto e parlo poco, ma che forse con i miei amici questo non avviene. In fondo, qualche mia carta l’hanno scoperta anche loro. È sempre piacevole chiacchierarci, ho sempre modo di conoscere un punto di vista dal mio, ma allo stesso tempo ho costantemente l’impressione che ci sia qualcosa che non mi vogliano dire. Mi dicono che non è così. Forse sono semplicemente diverse dall’italiano medio, pesano le parole, non le sprecano.
Da loro forse dovrei imparare il rispetto per le regole, la puntualità e l’organizzazione. Ma questi sono stereotipi, mi farebbero notare. Ed avrebbero ragione, non è giusto (e forse neanche possibile) incasellare le persone. Perciò mi limito e limiterò a scrivere quello che vedo e vivo; qualche volta provando anche a togliere gli occhiali di Filippo Galeazzi, per osservare le cose senza filtri. Difficile ma non impossibile.

Gli argomenti trattati sono stati tanti, alcuni molto tecnici, altri scanzonati. Probabilmente avrei altro da raccontarvi ma credò lo farò un’altra volta. Nel complesso un’altra esperienza (nell’esperienza) che porterò con me per sempre.

Questi sono stati e saranno giorni di lezioni, studio, presidenziali americane, e primarie italiane. Non sempre in quest’ordine, purtroppo o per fortuna.
Ora scrivo da Rua de Olival, dalla mia nuova casa. Abito con due ragazzi messicani, Gonzalo e César – per tutti Chicharo. Ma questa, come già avrete immaginato, è un’altra storia. Appena iniziata.

P.S. Forse qualcuno di voi si sarà chiesto dove abbia dormito durante il periodo dalle ragazze norvegesi. Ebbene, avevo una stanza tutta per me, la più grande della casa. Ricevendo quasi 1000 euro di borsa al mese (una parte dall’Unione Europea e un’altra più sostanziosa dal proprio governo – sotto forma di prestito d’onore, va detto), hanno pensato bene di affittare una casa con una camera in più, per gli ospiti.
Ah, di nuovo, il potere d’acquisto norvegese.

That’s life, buddy

Avrei voluto raccontarvi del dibattito con Estelle e Elsa sul sistema universitario francese: ottusamente elitario secondo Elsa che ha infatti deciso di sottrarsi alla farsa, così dice lei, dei test d’ingresso, preferendo trasferirsi in Belgio, precisamente a Bruxelles, per studiare architettura.

Avrei voluto raccontarvi della cena brasiliana cucinata da Fernanda e Nayara. Che poi propriamente brasiliana non era causa scarsa reperibilità delle materie prime, ma deliziosa lo era ugualmente.

Avrei voluto raccontarvi che anche qui sono riuscito a trovare degli studenti italiani che si dicono di sinistra ma che alla domanda su chi voteresti alla primarie rispondono: “quali primarie?”. No, forse questo avrei preferito non raccontarvelo.

Vi devo raccontare invece quello che ho passato negli ultimi tre giorni. In realtà non mi va di parlarne ma qualcosa la dirò ugualmente.
Da oggi, ufficialmente, sono sono senza una casa. Sono stato sbattuto fuori di casa perché, secondo la proprietaria, non ho pagato l’affitto. Non entrerò nei dettagli anche se so che qualcuno di voi potrebbe essere curioso. So che la storia può sembrare assurda, allucinante, perché di fatto lo è. Vi chiedo però di non farmi ulteriori domande perché il solo parlare di questa storia mi darebbe la nausea. Certo, più avanti, a mente fredda, ne parlerò, magari anche qui.
Per ora posso dirvi che non ho messo da parte l’orgoglio nè calpestato la mia dignità. Altrimenti sarei potuto stare ancora in questa casa. Ma a quale prezzo? Un prezzo troppo alto: l’ammettere di aver fatto qualcosa (di molto grave) che non ho fatto.
Mi sembra di aver vissuto un film, uno di quelli in cui il protagonista viene incastrato da qualcuno più in alto di lui, si trova in mezzo a qualcosa più grande di lui. Ma non può fare niente perché, pur sapendo di essere innocente, non può dimostrarlo.
Il film non è ancora finito, forse. Io intanto mi posso consolare sapendo che i miei coinquilini si fidano di me, mi credono una brava persona. Ma non basta, ovviamente.


Questa è la panqueca con cioccolato e kiwi fatta con passione dalla ragazze brasiliane per la mia partenza (poi rimandata). Mancheranno. Come mancheranno Anna, Antonio, Elsa, Estelle e Martina. Non credo però sarà un addio, piuttosto un arrivederci.
Ora bivaccherò da amici o nel divano di questa stessa casa finché non troverò di nuovo un tetto.

Una compagna di università qualche settimana fa mi scrisse che il mio diario le piaceva perché non era insopportabilmente entuasiastico. Lì per lì non gli diedi troppo peso. In questi ultimi due giorni però ci ho riflettuto a lungo: molti vorrebbero essere al mio posto, in una bella città, a studiare, a divertirmi, a conoscere ogni giorno gente nuova, a stabilire contatti, relazioni, perché in fondo l’erasmus è questo, essere ambasciatori per il proprio paese in missione in un paese europeo. Allo stesso tempo la vita lontano da casa è faticosa, complessa, può essere frustrante a volte. Cose che già saprete, forse. Io credo di averne passate tante in questo primo mese, tra ginocchi mal messi e bonifici fantasma, e ora quest’altra brutta storia.

Ora però la vita va avanti. Alla ricerca di un’altra casa, alla ricerca di nuove avventure.

Bacalhao ed Spd

Avviso ai naviganti: sì, il ginocchio va meglio, semmai ve lo chiedeste. Cammino con una stampella ma a breve lo farò senza.
Vediamo, è qualche giorno che non scrivo qualcosa. Eravamo rimasti alla cena portoghese di venerdì, giusto?
Calcolo male i tempi di percorrenza: errore madornale sopratutto se si cammina per la prina volta con una sola stampella. Alla fine arrivo, quasi un’ora di ritardo, trafelato, ma arrivo. Gli altri mi propongono di ordinare per me, ma ho voglia di sfogliare il menù così declino. Prendo un bacalhao cozido com feijão-frade e batata cozida: non è certo il piatto che m’ispira di più, però va provato. Dopo tutto sono a Lisbona: la leggenda narra che esistano più di cento ricette per cucinarlo. Temevo di mangiare in solitaria ma fortunatemente tutti i piatti arrivano in simultanea. Sarò sincero: non mi fa impazzire, lo trovo abbastanza anonimo, insapore. Forse perché è semplicemente un pesce bollito? In ogni caso, il salmone alla piastra ordinato dalla ragazza di fianco a me sembra ed è prelibato. Anche altri optano per il bacalhao e non paiono particolarmente soddisfatti. Chiediamo poi la carta dei dolci: infrango la severgninana regola del ‘mai ordinare qualcosa da un menù con foto incorporate’. Ci vedo lungo, anzi lunghissimo. Il mio cheesecake al whisky si scoglie in bocca: Leo, mio vecchio coinquilino in quel di Bologna, parlerebbe di orgasmo alimentare. A ragione, aggiungerei. Ne ordino un’altra fetta, neanche due euro. Alla fine della fiera ne spendiamo nove. Scopro solo dopo che il vinho da casa della casa viene 2,20 € a bottiglia. Forse è meglio così, già barcollo abbastanza di mio ultimamente.

La cena mi dà la possibilità di conoscere meglio Anna, tedesca pingue e mai banale, soprattutto nelle sue analisi politiche. Il padre e il nonno sono due dinosauri dell’Spd, e anche lei rispetta la tradizione di famiglia militando nel partito. Se ne colloca alla sinistra, dice, ma non riuscirebbe a votare per la Linke, di cui apprezza alcune posizioni ma del quale non condivide alcune idee, a suo dire troppo utopiche. Studia Scienze Politiche alla Universität Mannheim e ha condotto il suo ultimo studio sul Piraten Partei tedesco. Me ne parla un po’, molto convincente, altrettanto interessanti alcune delle sue teorie. Nel complesso non lo demonizza, ma non crede sia un partito destinato a durare nel tempo: la politica si fa tra le gente, non solo sulla rete, afferma.
Mi sento in dovere di parlarle di Grillo, poi mi lascio prendere dall’entusiasmo e arrivo a parlarle de ‘er Batman’ e di Bossi, forse spaventandola. Parlavo di dimissioni quando Anna se ne esce col caso Guttenberg: indignata, mi dice di essere scesa in piazza per chiedere le dimissioni dell’ex Ministro dela Difefa tedesco. Siamo alle solite: non posso che annuire sperando che un giorno anche in Italia ci si batterà per chiedere le dimissioni di un politico che ha copiato la sua tesi di laurea.

Non faccio in tempo ad intristirmi che ci dirigiamo verso il Bairro: mille birre con Judith che mi parla della sua famiglia e di Sean Penn. Poi cornetto al cioccolato della buona notte e che mi manda definitivamente al tappeto.