Di Pesaro, film porno e Valentina Nappi

A Pesaro, come si sa, il centrosinistra amministra ininterrottamente dal Dopoguerra. Le opposizioni (di fatto centrodestra e M5*, più la sinistra extraconsiliare) parlano di meccanismi ben oliati e di dittatura morbida, sono persone che non si sanno confrontare con la democrazia, e non accettano che la maggior parte dei cittadini pesaresi, ogni cinque anni, li reputi un’alternativa non credibile ad amministrare la città.

E allora strillano, si agitano, farebbero di tutto per una paginata su un giornale locale. L’ultima trovata è stata quella di scagliarsi contro la proiezione di un docufilm sul porno – Queen Kong di Monica Stambrini, con Valentina Nappi – che andrà in onda venerdì 8 luglio, ore 19:15, al Teatro Sperimentale.

Una consigliera d’opposizione, nonché ex candidata del centrodestra all’ultima tornata elettorale vorrebbe discutere «sull’opportunità del Comune di patrocinare un evento all’interno del quale verrà trasmesso un film dove la donna e il suo corpo sono utilizzati per fini non propriamente elevati».

(L’evento in questione è la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, giunta alla sua 52esima edizione, un punto di riferimento mondiale del panorama cinematografico.)

Forse si vorrebbero rievocare tempi lontani, quando, era il 1972, una sentenza khomeinista e a tratti talebana della Cassazione condannò al rogo Ultimo tango a Parigi, privando Bernardo Bertolucci (uno dei tanti grandissimi registi passati per la Mostra in quegli anni, tre l’altro) dei diritti civili per cinque anni, reo di aver offeso il comune senso del pudore, di non essere stato ‘opportuno’.

La consigliera mal cela un moralismo barboso e un sistema di pensiero vetusto e bacchettone, quello dove girare un film porno, per una donna, significa venire sfruttata, mercificare il proprio corpo, venderlo, sottometterlo al potere maschile e così renderlo oggetto, privandolo di dignità e piacere.

Quelle che lei chiama «scelte di dubbio gusto» sono scelte che danno la possibilità a un genere cinematografico da sempre ostracizzato di aprirsi al (grande? Speriamo di sì) pubblico. Il docufilm, basterebbe spendere due minuti su Google, si propone di esplorare il porno in ottica femminile, ha vinto il premio per la miglior regia di un corto narrativo al Queens World Film Festival di New York, e fa parte del progetto Le ragazze del Porno. In questo caso ci si può sedere da due parti diverse della Storia, da un lato quella del sex-positive feminism, sostanzialmente, dall’altro quella del femminismo radicale anti-porno e abolizionista.  Io so da che parte sedermi, anche perché di solito dall’altra ci sono sedute la destra estrema e reazionaria, e certa sinistra ideologica e oscurantista.


Altro passaggio interessante è quello dove si dice che «ognuno è libero di fare in casa ciò che vuole», che forse non vale la pena neanche commentare, se non dicendo che ricorda quelli che «i froci facessero quello che vogliono a casa loro ma non avanzino pretese, né chiedano diritti e legittimazione».

L’apoteosi del delirio, in ogni caso, si raggiunge con «pubblicizzare e diffondere film lesivi della dignità della donna, in un orario non consono e in luogo pubblico». Qui si allude non si sa bene a cosa; i festival sono sempre vietati ai minori di 18 anni perché i film proiettati non sono sottoposti al visto censura, dunque preventivamente vietati.

È un mondo strano, dunque, è un mondo di politici locali e preti di quartiere che si sentono autorizzati a dire mezzo stampa che le ragazze del porno utilizzano il proprio corpo per fini non propriamente alti, che il messaggio di Papa Francesco viene travisato e la il valore della famiglia messo in discussione (sticazzi, di Papa Francesco), offendendo così tante donne e contribuendo all’opera di ghettizzazione e marginalizzazione da sempre portava avanti in questo Paese da certa morale a trazione cattolica. Ma che ne sanno queste paladine del politically correct di come si sentono e cosa provano le ragazze del porno? Abbiano un po’ di rispetto, e non si permettano di parlare a loro nome, provino invece a mettersi nei loro panni, a capirne l’arte, e la passione che ci mettono.

Smettano per un attimo di stare lì alla finestra, a giudicare (nolite iudicare, recita un antico precetto evangelico). Si lascino andare, sorridano, abbandonino questa sorta di Aventino femminista e bigotto. Trasgrediscano per una sera alla loro educazione ottocentesca ed ingessata su tabù propri di una società retrograda e maschilista.

Venerdì 8 luglio vadano a vedere (e godere) Queen Kong al Teatro Sperimentale.

Paraguay chilometro zero

Arrivo alle 6 di una mattina qualunque, in una stazione degli autobus già brulicante di persone. Ne fermo una incravattata per chiederle cosa mi consiglia qui a Asunción. Mi dice non so, non c’è molto qui, fossi in te andrei al nuovo centro commerciale x. Non ci vado al nuovo centro commerciale x, prendo un autobus a caso e mi faccio lasciare in quello che sembra il centro.

Tuttavia, quanto è divertente (e triste) immaginarsi i saviano e i gramellini nella stessa situazione, indignati, pronti a spiegarci sul giornale di domani l’importanza delle vecchie botteghe (e dei mestieri-di-una-volta, ovviamente), schiacciate da un modello (aggiungere aggettivi netti e apocalittici ad libitum) che ha fallito, andando a appiattire e omologare le vite dei poveri paraguaiani.

(Inoltre, chissà cosa pensano di Bush che a pochi giorno dall’11 Settembre invitava gli amercani a fare shopping, a consumare il più possibile.)

Ovviamente i paraguaiani poveri lo sono davvero (il Paraguay è il secondo paese più povero dell’America Latina) e lo son sempre stati – ma è innegabile che nell’ultimo decennio, nonostante la comparsa dei centri commerciali, sono diventati tutti un po’ più ricchi. Certamente più ricchi di cibo (dato che va di pari passo con il diminuire della quota del bilancio familiare destinata al cibo, appunto). Un’abbondanza mai vista prima che ci permette, nella nostra parte di mondo, di seguire vere e proprie mode come, per esempio, quella del chilometro 0, ma ci arrivo tra poco.
Dicevo, in un paese del terzo mondo come il Paraguay i mestieri-di-una-volta esistono ancora: dal vecchio signore in bottega che lavora il cuoio con mano tremolante e lo sguardo perso nel vuoto, alla bambina del piccolo alimentari dove ho comprato una Coca-Cola. La bambina, che ha al massimo dieci anni, invece di essere a scuola vende, tra le altre cose, frutta e verdura che i genitori e i nonni coltivano da qualche parte – la quantità e la varietà è bassa, e probabilmente anche la qualità (banalmente: la grande distribuzione garantisce competitività, se un prodotto è pensato per l’autosostentazione e venduto a una cerchia ristretta di vicini, all’interno di uno schema de facto monopolistico – un monopolio locale –, la sua qualità tenderà ad essere pessima). Tutto a chilometro 0 però, che figata.
A me di verdura non ne serve, tuttavia al supermercato leggermente fuori città (ci vado poiché di fronte al terminal de ómnibus) mi rendo conto dei prezzi più bassi dei pomodori, per esempio. I pomodori vengono dal Perù, nessun chilometro 0 ma la domanda è: perché il paraguaiano dovrebbe comprare i pomodori sotto casa?
Per nessuna ragione che abbia a che fare con la razionalità. Perché mangiare come facevano i nostri genitori o i nostri nonni (come direbbero alcuni fortunati del primo mondo) non piace a nessuno – nessuno sano di mente, s’intende. I sapori di una volta, il senso delle cose genuine, i legami con la terra, se non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, semplicemente, non esistevano, o erano privilegio di pochi. Esistevano le diete monotone e la malnutrizione, quelle sì.
Dicono, il chilometro 0 fa bene all’ambiente, si basa sull’eliminazione dei costi di intermediazione e di trasporto. Dal produttore direttamente al consumatore, prodotti di stagione, che costano meno e sono più buoni. Dicono.
Che costino meno, nella maggior parte di casi, è una balla. E quando non lo è a latere andrebbe notato che essere dipendenti o, peggio, voler essere dipendenti dai prodotti di stagione, fa molto 1700; nel 2015 ambirei a mangiare quello che mi va, più o meno quando mi va, senza dover dipendere da una grandinata. Se poi vengo da dieci ore di lavoro in fabbrica, a maggior ragione, rivendico il mio diritto ad andare al supermercato dove ho a disposizione possibilità di scelta pressoché infinite, e me la posso sbrigare in un paio d’ore, visto che al tempo devo dare importanza, niente vernissage il sabato in orario aperitivo e il cappellino, per me. Sinceramente, inoltre, la morale da qualche anziano sognatore con la barba incolta, ecco, non me la merito.

L’elettore di Tsipras che deve fare la spesa pensa: al prezzo dell’uovo che sto comprando va aggiunto un costo implicito, quello di trasporto. Non si sa da dove ha appreso che produrre vicino costa di meno. Sappiamo però che per l’elettore di Tsipras è un postulato da cui parte per le sue speculazioni. Speculazioni sul nulla strutturato perché, guarda il caso alle volte, a Pesaro come a Asunción gradualmente si è smesso di rifornirci dal negozietto sotto casa.
Se ciò che è prodotto vicino a casa costasse veramente di meno, non ci sarebbe bisogno di difenderlo, il chilometro 0.

Pare che invece sia tutto leggermente più complicato di come pensa l’elettore di Tsipras, e la definizione del prezzo ha più a che fare con fattori come la fertilità delle terre, il clima, il livello dei salari dei lavoratori. Cose così, che se l’elettore di Tsipras sapesse, avrebbe anche qualche argomento in più dalla sua, tipo lo sfruttamento dei lavoratori che permette di tenere i costi così bassi, rendendo di fatto ininfluenti i costi di trasporto.
Per concludere pensavo, come al solito, di ribadire l’ovvio. Un mondo a chilometro zero, il mondo dei nostri nonni, è un mondo nel quale non ambisco a vivere. Nel mondo in cui ambisco a vivere non sono costretto a mangiare mais un giorno sì e l’altro pure. Un giorno mangio una Rossini, quello dopo una tagliata di Angus scozzese, quello dopo ancora l’insalata del campo di mio nonno. Ma se mi va l’insalata anche quando mio nonno non ce l’ha, vado alla Coop e la compro. Così come fa il pendolare paraguayo che si sveglia alle cinque per andare a lavorare, va al centro commerciale, di sabato pomeriggio, con la moglie. E non perché è oppresso o schiavo del lato oscuro di una qualche forza, ma perché ne trae benefici in termini di tempo e costi. Perché un mondo dove l’offerta è maggiore, in quantità e qualità, è un mondo oggettivamente migliore, all’interno del quale siamo tutti più ricchi e, fondamentalmente, più felici.

“That night I had a dream. It felt so real, even though I knew it couldn’t be, or wasn’t yet. I dreamt of a magical future, filled with wondrous devices, where everything you could ever want, would be in one amazing place. And there was happiness there. But then I saw farther still, years, decades, into the future. I saw a handsome older man, his back still straight, visited by his children and grandchildren-people of accomplishment, of contentment.
But then I saw chaos. A fracture of peace and enlightenment, and I worried that the future I’d seen, magical and filled with light, might never come to pass.”

Avremmo (tanto) bisogno di ambientalisti più preparati

índios

Volevo raccontarvi questa storia. Qualche settimana fa salivo sulla cima del Morro Dois Irmãos, a Rio de Janeiro, incrociando tante persone, tra cui tre italiane. Mi chiedono di scattare una foto in un inglese rivedibile, dico che sono italiano. Pare si sentano improvvisamente molto più a loro agio, e in diritto di raccontarmi cose a cui io potrei non essere interessato. Mi dicono che stanno facendo tre mesi di volontariato con una ONG che si occupa di diritti umani da qualche parte a qualche ora di macchina da Rio. Conto due zainetti di cuoio e un Invicta con una bandierina #notav cucitagli sopra in modo sbilenco. Scarpe molto molto poco adatte a un trekking, inoltre.

Una di loro a un certo punto si stacca e sale su una roccia sporgente, abbozza qualcosa su un libretto nero. Alle sue amiche dice la seguente frase (tenetevi forte che potreste volare via):

Ah, se in Italia avessimo solo la metà del rispetto per l’ambiente che hanno qui in Brasile… Qui è tutto così incontaminato.

Le amiche le danno subito ragione, s’indignano un po’, poi tornano a scattare foto con l’iPhone in modalità panoramica.

Io mi godo la scena, mi domando che tipo di studi possano aver fatto le tre ragazze (azzardo un scienze politiche, capendone molto poco, evidentemente) e se abbiano mai visto un telegiornale o letto un quotidiano brasiliano. Probabilmente no, mi rispondo.

Forse andrebbe loro raccontato che se qui c’è bisogno di fare un buco in una montagna, si fa. Se c’è da fare un ponte o una diga, si fa. Se c’è un edificio che ostacola la nuova strada in costruzione, qui si butta giù, in linea di massima. I mari, i laghi e i fiumi sono così inquinati che il Comitato Olimpico Internazionale ha chiesto al Comitato organizzatore di bonificare le acque sede di competizioni acquatiche a Rio 2016 (bonifiche mai effettuate e che mai sarà possibile fare). Un’inchiesta di Associated Press rivela che gli atleti alle prossime Olimpiadi “nuoteranno e navigheranno in acque così contaminate dalle feci umane che sono a serio rischio di contrarre malattie”. Qui un articolo del Guardian spiega bene come si è arrivati a questo punto, e qua un video di Rep, per i più pigri.

Le si potrebbe anche invitare a cena per parlarle della progettata diga di Belo Monte, nel cuore della foresta amazzonica, sul fiume Xingu. Il progetto prevede cinquecento chilometri quadrati di acqua che invaderanno terre abitate da índios che se ne dovranno andare (senza essere stati consultati dal governo di Dilma). Per alcuni è una prospettiva di assoluta distruzione ambientale (dove la Tav della Val di Susa, in confronto, risulterebbe un gioco di bimbi sulla sabbia), per altri un modo per continuare a crescere (e per crescere occorre una quantità enorme di energia, in questo caso idroelettrica, di cui il paese ha sempre più bisogno). Inutile forse dire che su questa grande opera i sospetti di corruzione sono qualcosa in più di semplici sospetti.

Forse, insomma, alle tre ragazze andrebbero raccontate storie come queste. Perché alla fine spesso si riduce tutto a una questione di credibilità. Non bastano le bandierine #notav, il volontariato-vacanza per fare di questo mondo un posto migliore. Occorrerebbe provare ad essere competenti, informarsi, onde evitare per esempio di prendere il Brasile come modello di Stato che rispetta l’ambiente e chi lo abita da millenni.

Ma non racconto nessuna storia, preferisco non svegliarle dal loro sonno, un sonno molto, troppo pesante.

Contro il liceo in lingua inglese

 

Leggo commenti entusiasti sull’Internet per questa cosa del primo liceo pubblico totalmente in inglese. Passerò da reazionario ma francamente questa cosa a me perplime.

Siamo il paese dove l’analfabetismo funzionale tocca percentuali vicine al 50 per cento (superiamo anche il Messico, per dire). Ci sono persone che arrivano alla Maturità senza saper riempire un foglio protocollo con frasi sensate e corrette grammaticalmente (e che arrivate all’università hanno il coraggio di lamentarsi se viene chiesto loro di scrivere una qualunque cosa superi i 500 caratteri), persone che non solo non leggono libri e giornali ma che se li leggessero non sarebbero in grado di comprenderli.
Darsi un’occhiata ai dati emersi dall’ultimo test PISA (consci dei limiti che questo tipo di test hanno), svoltosi nel 2012, per provare a farsi un’idea.

L’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’OCSE in matematica (si colloca tra la 30esima e 35esima posizione), in lettura (tra la 26esima e 34esima) e in scienze (tra la 28esima e 35esima) rispetto a 65 Paesi ed economie che hanno partecipato alla valutazione PISA 2012 degli studenti quindicenni.  

Insomma, siamo un paese composto di persone che mediamente non hanno gli strumenti per comprendere i fenomeni che direttamente influenzano la loro vita e vorremmo permetterci il lusso di dare la possibilità di frequentare un liceo in inglese?

Poi, certo, ci sarebbe da capire se il corpo docente sia effettivamente capace e preparato a fare lezione in inglese. Io credo di no (e forse non solo io visto che agli insegnanti del liceo milanese in questione si chiede una conoscenza di livello B1 dell’inglese) ma questo è un altro discorso. O forse no, poiché, ammesso che tra, diciamo venti anni, lo sia, la domanda di fondo rimane: vogliamo veramente che i nostri figli a 13/14 anni, smettano di scrivere in italiano e lo facciano solo in inglese? Perché la possibilità che poi sappiano scrivere un buon paper (almeno dal punto di vista grammaticale) in inglese è alta, ma altrettanto alta è la probabilità che non siano in grado di partecipare a un concorso pubblico nel paese dove hanno frequentato il liceo.

Ora, qui non viviamo nel mondo delle favole. Siamo consapevoli che scuole private americane, francesi et al. esistono ovunque da decenni. Qui a Sao Paolo per esempio ce ne sono tantissime, e molti dei miei colleghi brasiliani le hanno frequentate, e oggi molto probabilmente fanno parte di quel 75% di analfabeti funzionali presenti in Brasile.

Conforme dados de 2005 do IBOPE, no Brasil o analfabetismo funcional atinge cerca de 68% da população (30% no nível 1 e 38% no nível 2). Somados esses 68% de analfabetos funcionais com os 7% da população que é totalmente analfabeta, resulta que 75% da população não possui o domínio pleno da leitura, da escrita e das operações matemáticas, ou seja, apenas 1 de cada 4 brasileiros (25% da população) é plenamente alfabetizado, isto é, está no nível 3 de alfabetização funcional.

Niente di male, son scelte personali (o spesso dei loro genitori, ma poco cambia). Chi però se non la scuola pubblica, invece, dovrebbe avere il compito di difendere e insegnare la lingua del proprio paese? E, tornando all’Italia, ha o no la sua scuola pubblica tra i suoi doveri e obiettivi anche quello di preparare i propri studenti alla comprensione di un quotidiano e quello di rendere possibile loro la partecipazione e l’eventuale successo in un qualunque concorso pubblico locale o nazionale che sia? Secondo me sì.

Ché poi nel mondo di lavoro di oggi, chi sa l’inglese, è generalmente più avvantaggiato, siamo al punto di rimarcare l’ovvio. Se però, io stato, devo scegliere se dare la precedenza alla conoscenza delle lingua inglese a favore di quella italiana, sorgono dei problemi. Se non riesco a garantire l’alfabetizzazione ai miei studenti, allora sto sbagliando qualcosa.

Nel mondo che vorrei nessun diplomato è funzionalmente analfabeta. Nello medesimo mondo che vorrei ogni diplomato ha una conoscenza della lingua inglese in linea con gli altri paese europei (grazie a un potenziamento dell’insegnamento della lingua inglese e ad una selezione senza sconti dei professori, a cui non deve e non può più bastare una laurea in lingue all’Università di Urbino).

Ma questo, appunto, non è il mondo che vorrei. È il mondo reale, un mondo a risorse limitate, dove è necessario fare tutto il possibile per alfabetizzare i nostri ragazzi (che suona molto “i nostri marò”, lo so e me ne scuso preventivamente). Se avremo successo nel garantire questo minimum standard, allora, forse, potremmo pensare ad impartire tutte le lezioni di cinque anni di liceo in lingua inglese.

Gli omini degli autobus di San Paolo

Giacomo Galeazzi raccoglie dati sull’ATAC e li pubblica su La Stampa. Su tutti me ne colpisce uno in particolare, quello del 40% dei passeggeri che viaggia senza biglietto.

Sono a São Paulo da qualche giorno e mi sento di lasciare i miei due centesimi al dibattito.
Lo sapete qual è la percentuale di paulisti che non paga il biglietto? Io non lo so, probabilmente però sarà prossima allo zero. Perché? Perché i brasiliani sono gli svedesi dell’America Latina? Macché, no, semplicemente perché è pressoché impossibile non pagare il biglietto.

Alle stazioni metro ci sono i classici tornelli o le porte automatiche, entrambi attentamente presidiate da almeno un addetto. Per quanto riguarda gli autobus, invece, tutti hanno un autista e un controllore –dotato di postazione situata più o meno a metà vettura – che si occupa della vendita dei biglietti e del controllo degli abbonamenti. Ora, è evidente che questo significherebbe il raddoppio dell’organico, almeno per quanto riguarderebbr gli autobus. Si potrebbe però cominciare dalle tratte più affollate, per esempio. O portare le ore lavorative annuali ai livelli delle altre città italiane (mica di quelle tedesche), la butto lì, come idea.

Antropology do matter, in a sense: i brasiliani, o molti di loro, non pagherebbero il biglietto, se potessero, dico. Ma allora è subito institutions, we need good institutions.

Chiedere ai musulmani di dissociarsi è da poverelli

R. Dutreix

Negli ultimi giorni si è scritto e letto di tutto (ma proprio di tutto), cose-spiegate-bene sul perché siamo tutti Charlie Hebdo e altre a mio avviso più sensate e complete sul perché no, non siamo tutti Charlie (si legga su tutti il neocon David Brooks che sul New York Times firma un editoriale che magari leggere cose così su Corsera o Rep: un gigante). Poi hanno scritto quelli che “in realtà è stata una messinscena” (con tanto di attori professionisti – e qui non linko niente ché regalare click ai loro siti non si fa), che “hanno ucciso i terroristi perché così non sapremo mai la Verità”, insomma un film con effetti speciali da Oscar, dodici morti ammazzati che oh, sembravano morti davvero. Immancabili ovviamente anche quelli che “sull’Islam aveva ragione Oriana Fallaci”, che di solito della Fallaci non hanno letto niente, o se l’hanno letta non han ritenuto che stesse delirando (un po’ quello che fa Dario Fo da qualche anno, tra l’altro). E dire che Terzani aveva provato a farla ragionare, il livore però le aveva già definitivamente annebbiato la mente (ciao Oriana, insegna agli angeli ad odiare i musulmani. Noi, intanto, continueremo a difendere il diritto delle persone a tirar fuori ‘La rabbia e l’orgoglio’ mentula canis).

Tuttavia esiste un dibattito che mi ha specificatamente appassionato nelle ultime ore, e qui vengo al titolo: davvero i musulmani si devono dissociare da quanto successo a Parigi? È una domanda a cui si è cercato di rispondere tutte le volte che qualche pazzo ha concluso che usare la violenza in nome di Allah fosse una buona idea.
Alcuni di voi probabilmente in questi giorni avranno letto la lettera che Karim Metref ha scritto in risposta a questo articolo di Igiaba Scego, entrambi usciti su Internazionale. Matref, blogger residente a Torino, scrive che non c’entra niente con quella gente, che non chiede scusa a nessuno e non si dissocia da niente (la lettera è interessante e, passaggi sulla Nato-brutta-e-cattiva a parte, condivisibile). Ci sono poi anche tanti commentatori che si chiedono – e si sono chiesti, spesso dandosi risposte inesatte e pretestuose – se i ‘musulmani moderati’ (qualunque cosa ‘musulmani moderati’ voglia dire – probabilmente nulla, visto che tale espressione implica l’idea che l’Islam, tutto l’Islam, di per sé moderato non lo sia) sparsi per il mondo, soprattutto quelli nei paesi occidentali, condannassero le violenze dei terroristi e se, nel caso già si dissociassero da queste, beh allora perché non lo stessero facendo in maniera ancora più netta. (Ma davvero la comunità islamica rimane silenziosa su terrorismo e violenza?)

In ogni caso qui non ci interessa dare un premio a chi si dissocia o s’indigna di più. Qui si vuole sostenere che chiedere ai musulmani di condannare il terrorismo è da bigotti (Max Fisher definisce quest’atteggiamento anche islamofobico – si legga tuttavia Giovanni Fontana che sull’utilizzo della parola ‘islamofobia’ dice qui tutto quello che c’è da dire) e sbagliato. In altre parole, chiedere ai musulmani di puntare pubblicamente il dito contro ogni singolo atto criminale compiuto nel nome della loro religione significa implicitamente affermare che la responsabilità di un crimine compiuto da un musulmano ricade su tutti i musulmani, solo per il semplice fatto di condividere lo stesso credo; è inoltre non solo scorretto, ma anche razionalmente errato.

L’idea che un’etnia, una popolazione or whatever debba scusarsi per le azioni dei singoli individui è folle. Altrettanto folle (e in odor di giustizialismo) è l’idea che io musulmano che per vivere impasto la pizza in via del Pratello a Bologna debba fare un passo avanti e dichiararmi innocente se due fratelli, musulmani come me, decidono di irrompere nella redazione di un giornale francese e uccidere degli esseri umani colpevoli di aver offeso il-loro-cazzo-di-dio e il-loro-cazzo-di-profeta.
Se qualcuno chiedesse a un palestinese residente in New Jersey di dissociarsi dal lancio di razzi Qassam probabilmente vi affrettereste a chiamargli un ambulanza. Se un terrorista autodefinitosi “salvatore del Cristianesimo” ammazzasse a fucilate 69 ragazzi di una scuola di formazione politica del Partito Laburista Norvegese voi chiedereste ai cristiani di tutto il mondo di dissociarsi? Crederemmo tutti i cristianelli del globo in una qual certa forma colpevoli e in malafede fin quanto non chiederanno scusa per i crimini commessi da uno schizofrenico paranoide? Ecco, appunto.

Nel mondo dove ognuno di noi dovrebbe ambire a vivere, un mondo laico e secolarizzato, l’idea che non dissociarsi da un atto di violenza compiuto da un individuo che professa la tua stessa religione sia segno di una sorta di solidarietà e condivisione dei fini è un’idea con non dovrebbe aver cittadinanza, bigotta, da combattere. E noi la combatteremo.

(Ah, nel frattempo, per dirla con Le Monde, Ils ont recommencé à rigoler, à se foutre du monde. Sì, hanno ricominciato a ridere e a fottersene del mondo. E quindi grazie, grazie Charlie Hebdo.)

First edition of Charlie Hebdo since last week’s massacre — with a cover proclaiming, “All is forgiven.”
First edition of Charlie Hebdo since last week’s massacre — with a cover proclaiming, “All is forgiven.”

Ve la ricordate Barbara Spinelli?

Ve lo ricordate quando Spinelli, Ovadia e Prosperi promettevano che se eletti al Parlamento Europeo avrebbero lasciato il seggio «a candidati che più di noi hanno le energie e le competenze per portare a Bruxelles e Strasburgo la nostra voce e i nostri valori in un lavoro quotidiano che sarebbe al di sopra delle nostre forze»?

Se sì, vi ricorderete anche la lettera della Spinelli che, una volta eletta, decise di accettarlo, quel seggio. Sulla questione, tra i tanti, aveva scritto anche Marco Furfaro, escluso dall’Europarlamento dopo la decisione della Spinelli. Un commento poco diplomatico e molto liberatorio l’avevo fatto anche io:

In quelle lettera, comunque, si leggevano cose così:

La linea mae­stra alla quale intendo atte­nermi è di ope­rare nel Par­lamento euro­peo – e anche nella comu­ni­ca­zione scritta, come rap­presen­tante degli elet­tori euro­pei – per una poli­tica di lotta vera all’ideologia dell’austerità e della cosid­detta «pre­ca­rietà espan­siva», alla cor­ru­zione e alle minacce mafiose in Ita­lia; per i diritti dei cit­ta­dini; per la rea­liz­za­zione di un’Europa fede­rale dotata di poteri auten­tici e demo­cra­tici: quell’Europa che sinora, gestita dai soli governi in un mici­diale equi­li­brio di forze tra potenti e impo­tenti, è man­cata ai suoi com­piti. Il Par­la­mento in cui intendo entrare dovrà, su spinta della nostra Lista e delle pres­sioni che essa eser­ci­terà in Europa e in Ita­lia, essere costi­tuente. Dovrà lot­tare acca­ni­ta­mente con­tro lo svuotamento delle demo­cra­zie e delle nostre Costi­tu­zioni, a comin­ciare da quelle ita­liane e dal vuoto demo­cra­tico che si è creato in un’Unione che non merita, oggi, il nome che ha.

Per curiosità mi sono andato a vedere su VoteWatch Europe come procedesse questa «lotta vera all’ideologia dell’austerità» e «allo svuotamento delle nostre delle democrazie e delle nostre Costituzioni».

Come procede? Con lentezza, senza fretta, Barbara ha infatti partecipato solo a 3 delle 39 votazioni per appello nominale.

Attività parlamentare di Barbara Spinelli

Il 17 luglio sono state votate risoluzioni su Iraq, occupazione giovanile, Nigeria e conflitto arabo-israeliano. Non dalla Spinelli però, che era a Roma a un convegno con Alexis Tsipras e Stefano Rodotà. Ah beh allora, verrebbe da dire.

(Le sessioni plenarie del PE sono stabilite mesi prima, il convegno con Tsipras e Rodotà si può organizzare di conseguenza. Questione di priorità, direi.)

Votazioni Europarlamento Barbara Spinelli

I patti si per­fe­zio­nano per volontà di almeno due parti e gli elet­tori il patto non l’hanno accet­tato, accor­dan­domi oltre 78.000 prefe­renze. Mi sono resa conto, il giorno in cui abbiamo cono­sciuto i risul­tati, che sono vera­mente molti coloro che mi hanno scelto neppure sapendo quel che avevo annun­ciato: anche loro si sen­ti­rebbero tra­diti se non tenessi conto della loro volontà.

Sulla trasformazione di una candidatura di servizio in una vera candidatura in nome dei voti presi ha già scritto tutto Francesco Costa.
Mi limiterò quindi suggerire timidamente a Barbara che partecipare alle votazioni costituirebbe un primo passo per dimostrare di tenere veramente alla volontà dei propri elettori. Poi Barbara faccia come meglio crede.

Io nel frattempo continuerò a pensare che con persone come la Spinelli, la sinistra italiana (insieme ai suoi elettori) continuerà a perdere, anche quando penserà di aver vinto. Che è triste, se ci pensate.

Con gli yazidi

In piazza del Popolo a Pesaro, mercoledì 20 agosto, dalle ore 18.30, le compagne e i compagni sono invitati a esprimere la propria solidarietà agli yazidi del nord dell’Iraq.

L’operazione militare dello Stato Islamico ha già fatto centinaia di vittime e non accenna ad interrompersi. Consideriamo questa aggressione un criminale attacco diretto contro tutti gli yazidi, messo in atto con armi sanguinarie, stupri di massa e rastrellamenti che stanno facendo strage della popolazione nel totale disprezzo di qualsiasi forma di umanità.

Con la nostra presenza in piazza rivendichiamo il pieno diritto a vivere in pace (e all’autodeterminazione) degli yazidi.

Libertà per gli yazidi!

Fermiamo il massacro!

Liberamente tratto da uno dei tanti appelli in solidarietà al popolo palestinese.


Displaced children from the minority Yazidi sect, fleeing violence from forces loyal to the Islamic State in Sinjar town, ride on a donkey as they head towards the Syrian border, on the outskirts of Sinjar mountain, near the town of Elierbeh (Photo: Reuters)

Perché forse non tutti i massacri meritano la loro indignazione.

Perché hanno usato così tante volte la parola ‘genocidio’ (svuotandola così del suo significato originale) da non saperli riconoscere più, i genocidi.

Ora regna il silenzio, un silenzio assordante.