Alcune cose che ho notato viaggiando in Iran

Esistono le strisce pedonali, ma nessuno mai si fermerebbe per farti passare. Si fa lo slalom tra i veicoli. I semafori perlopiù lampeggiano.

Per strada ho incontrato tantissime donne con il cerotto sul naso, segno che la rinoplastica va ancora fortissimo, così come, spesso, un vistoso make-up. D’altronde il viso è praticamente l’unica parte del corpo insieme alle mani visibile in pubblico, mi piace la battaglia per perfezionarlo, ed essere così più a proprio agio e felici. Purtroppo, mi dice una ragazza, non tutti possono permetterselo e alcuni ricorrono a finti cerotti per dirsi appartenenti a un certo ceto.

Nelle specie-di-autogrill lungo le specie-di-autostrade trovi sempre acqua ghiacciata, che guarda al futuro.

Vicino il confine con la Turchia

Il pic nic nei parchi pubblici (e perfino negli spartitraffico erbosi) sono una tradizione, gli orari sono italiani, se non spagnoli, si inizia anche alle 22 e si finisce a fare una notte lunga (il clima estivo aiuta). Tehran, soprattutto, non dorme mai. È aperta al mondo 24/24h. Risulta anche sicura, o almeno quella è la sensazione, camminando di notte da solo. Polizia non ne ho praticamente mai vista, tra l’altro.

Ho incontrato molte persone transgender, in un parco di Tehran. Lo repubblica islamica tollera, anzi sostiene e facilita l’operazione per il cambio di sesso.

Sedersi con le gambe incrociate per più di 5 minuti mi è impossibile. Sarà una questione di abitudine, secondo me neanche troppo salutare.

Culinariamente parlando, mi mancherà il dizi, il kebab-quello-vero, e la marmellata di carote.

Dizi da Dizi Sara
Kebab ali di pollo e carne macinata
Marmellata di carote

In generale, mi mancheranno l’Iran e la sua gente, capace di una gentilezza e accoglienza che raramente si vede in giro, e che risulta quasi mai posticcia.

Al Terminale Ovest della stazione degli autobus di Tehran, prima di lasciare l’Iran
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Paraguay chilometro zero

Arrivo alle 6 di una mattina qualunque, in una stazione degli autobus già brulicante di persone. Ne fermo una incravattata per chiederle cosa mi consiglia qui a Asunción. Mi dice non so, non c’è molto qui, fossi in te andrei al nuovo centro commerciale x. Non ci vado al nuovo centro commerciale x, prendo un autobus a caso e mi faccio lasciare in quello che sembra il centro.

Tuttavia, quanto è divertente (e triste) immaginarsi i saviano e i gramellini nella stessa situazione, indignati, pronti a spiegarci sul giornale di domani l’importanza delle vecchie botteghe (e dei mestieri-di-una-volta, ovviamente), schiacciate da un modello (aggiungere aggettivi netti e apocalittici ad libitum) che ha fallito, andando a appiattire e omologare le vite dei poveri paraguaiani.

(Inoltre, chissà cosa pensano di Bush che a pochi giorno dall’11 Settembre invitava gli amercani a fare shopping, a consumare il più possibile.)

Ovviamente i paraguaiani poveri lo sono davvero (il Paraguay è il secondo paese più povero dell’America Latina) e lo son sempre stati – ma è innegabile che nell’ultimo decennio, nonostante la comparsa dei centri commerciali, sono diventati tutti un po’ più ricchi. Certamente più ricchi di cibo (dato che va di pari passo con il diminuire della quota del bilancio familiare destinata al cibo, appunto). Un’abbondanza mai vista prima che ci permette, nella nostra parte di mondo, di seguire vere e proprie mode come, per esempio, quella del chilometro 0, ma ci arrivo tra poco.
Dicevo, in un paese del terzo mondo come il Paraguay i mestieri-di-una-volta esistono ancora: dal vecchio signore in bottega che lavora il cuoio con mano tremolante e lo sguardo perso nel vuoto, alla bambina del piccolo alimentari dove ho comprato una Coca-Cola. La bambina, che ha al massimo dieci anni, invece di essere a scuola vende, tra le altre cose, frutta e verdura che i genitori e i nonni coltivano da qualche parte – la quantità e la varietà è bassa, e probabilmente anche la qualità (banalmente: la grande distribuzione garantisce competitività, se un prodotto è pensato per l’autosostentazione e venduto a una cerchia ristretta di vicini, all’interno di uno schema de facto monopolistico – un monopolio locale –, la sua qualità tenderà ad essere pessima). Tutto a chilometro 0 però, che figata.
A me di verdura non ne serve, tuttavia al supermercato leggermente fuori città (ci vado poiché di fronte al terminal de ómnibus) mi rendo conto dei prezzi più bassi dei pomodori, per esempio. I pomodori vengono dal Perù, nessun chilometro 0 ma la domanda è: perché il paraguaiano dovrebbe comprare i pomodori sotto casa?
Per nessuna ragione che abbia a che fare con la razionalità. Perché mangiare come facevano i nostri genitori o i nostri nonni (come direbbero alcuni fortunati del primo mondo) non piace a nessuno – nessuno sano di mente, s’intende. I sapori di una volta, il senso delle cose genuine, i legami con la terra, se non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, semplicemente, non esistevano, o erano privilegio di pochi. Esistevano le diete monotone e la malnutrizione, quelle sì.
Dicono, il chilometro 0 fa bene all’ambiente, si basa sull’eliminazione dei costi di intermediazione e di trasporto. Dal produttore direttamente al consumatore, prodotti di stagione, che costano meno e sono più buoni. Dicono.
Che costino meno, nella maggior parte di casi, è una balla. E quando non lo è a latere andrebbe notato che essere dipendenti o, peggio, voler essere dipendenti dai prodotti di stagione, fa molto 1700; nel 2015 ambirei a mangiare quello che mi va, più o meno quando mi va, senza dover dipendere da una grandinata. Se poi vengo da dieci ore di lavoro in fabbrica, a maggior ragione, rivendico il mio diritto ad andare al supermercato dove ho a disposizione possibilità di scelta pressoché infinite, e me la posso sbrigare in un paio d’ore, visto che al tempo devo dare importanza, niente vernissage il sabato in orario aperitivo e il cappellino, per me. Sinceramente, inoltre, la morale da qualche anziano sognatore con la barba incolta, ecco, non me la merito.

L’elettore di Tsipras che deve fare la spesa pensa: al prezzo dell’uovo che sto comprando va aggiunto un costo implicito, quello di trasporto. Non si sa da dove ha appreso che produrre vicino costa di meno. Sappiamo però che per l’elettore di Tsipras è un postulato da cui parte per le sue speculazioni. Speculazioni sul nulla strutturato perché, guarda il caso alle volte, a Pesaro come a Asunción gradualmente si è smesso di rifornirci dal negozietto sotto casa.
Se ciò che è prodotto vicino a casa costasse veramente di meno, non ci sarebbe bisogno di difenderlo, il chilometro 0.

Pare che invece sia tutto leggermente più complicato di come pensa l’elettore di Tsipras, e la definizione del prezzo ha più a che fare con fattori come la fertilità delle terre, il clima, il livello dei salari dei lavoratori. Cose così, che se l’elettore di Tsipras sapesse, avrebbe anche qualche argomento in più dalla sua, tipo lo sfruttamento dei lavoratori che permette di tenere i costi così bassi, rendendo di fatto ininfluenti i costi di trasporto.
Per concludere pensavo, come al solito, di ribadire l’ovvio. Un mondo a chilometro zero, il mondo dei nostri nonni, è un mondo nel quale non ambisco a vivere. Nel mondo in cui ambisco a vivere non sono costretto a mangiare mais un giorno sì e l’altro pure. Un giorno mangio una Rossini, quello dopo una tagliata di Angus scozzese, quello dopo ancora l’insalata del campo di mio nonno. Ma se mi va l’insalata anche quando mio nonno non ce l’ha, vado alla Coop e la compro. Così come fa il pendolare paraguayo che si sveglia alle cinque per andare a lavorare, va al centro commerciale, di sabato pomeriggio, con la moglie. E non perché è oppresso o schiavo del lato oscuro di una qualche forza, ma perché ne trae benefici in termini di tempo e costi. Perché un mondo dove l’offerta è maggiore, in quantità e qualità, è un mondo oggettivamente migliore, all’interno del quale siamo tutti più ricchi e, fondamentalmente, più felici.

“That night I had a dream. It felt so real, even though I knew it couldn’t be, or wasn’t yet. I dreamt of a magical future, filled with wondrous devices, where everything you could ever want, would be in one amazing place. And there was happiness there. But then I saw farther still, years, decades, into the future. I saw a handsome older man, his back still straight, visited by his children and grandchildren-people of accomplishment, of contentment.
But then I saw chaos. A fracture of peace and enlightenment, and I worried that the future I’d seen, magical and filled with light, might never come to pass.”

Balcani finali

(continua da qui)

Giorno 3.
Cinque ore di sonno e alle dieci siamo operativi. Andiamo alla Galerija 11/07/95, foto (molto belle) e video sul genocidio di Srebrenica. Edoardo mi dice che fa fatica a pensare che sia accaduto neanche venti anni fa, non troppo lontano da casa nostra. Tendo a convenire con lui.

A pranzo andiamo da Zeljo, un punto fermo della città, celebre (da alcuni addirittura venerato) per i suoi ćevapčići. Io e il buon Edoardo, ad esempio, ci convertiamo subito alla Zeljo-religione: i 15 (quindici) ćevapčići – con due etti di kajmac e pita calda – non ci bastano, aiutiamo anche un Lorenzo poco ispirato i finire i suoi.

Qualche ora e qualche chilo più tardi, e dopo un ultimo giro per la Baščaršija, facciamo ritorno all’ostello. Beviamo qualche Sarajevska aspettando che l’amico-di-Unkas ci venga a prendere. Tarda un po’, poi finalmente arriva e partiamo. Ci fermiamo poco fuori Sarajevo, davanti a un minimarket e qualche casa. Staremo fermi per una decina minuti, il tempo di salutare la famiglia, ci dice l’autista. Lo immaginiamo di ritorno in compagnia di qualche amico e qualche fucile d’assalto. Non accade, ma non ne rimaniamo troppo delusi.

Poco dopo iniziano tornanti, strade di montagna, linee continue. Milan, l’autista del minivan, ha il piede pesante, sorpassa chiunque si trovi davanti, anche in curva se necessario (necessario a lui, s’intende). Io provo a dormire e le poche ore di sonno sulle spalle effettivamente aiutano a prendere sonno. Ogni tanto però sobbalzo, e mi sveglio: mi guardo intorno, impreco, insulto quel pazzo scatenato di Milan. Le strade di pianura arriveranno presto, spero.

Mi sveglio in una stazione di servizio poco prima del confine con la Serbia. La polizia bosniaca non fa tante storie e ci lascia passare. Un centinaio di metri dopo ci fermiamo da quella serba. Milan ci consiglia di dire che siamo un gruppo di amici. “No gay tour”, ci tiene a precisare.
Le guardie serbe non sono amichevoli, danno un occhiata agli zaini, ai documenti, poi ci danno il via libera. Arriviamo a Belgrado sotto la pioggia. Poco male, visto che ci facciamo lasciare a due metri dall’ostello.

Check-in, appoggiamo gli zaini, e poi bicchiere sulla Sava. Ci fermiamo lì, Morfeo sa essere convincente e la serata non sembrava comunque decollare. Buona notte, quindi.


Giorno quattro.
Sveglia complessa ma affrontabile. Doccia, caffè solubile violando così diversi impegni morali con se stessi e siamo operativi. Approfittiamo di un free walking tour per girare la città. Dal Parco Kalemegdan si ha un bello scorcio della Sava e del Danubio, e più in generale della città dall’alto. Camminando si colgono i segni dei bombardamenti NATO durante la guerra del Kosovo: ci sono edifici ancora completamente sventrati, forse volutamente lasciati così, simbolici, da monito.

Belgrado è quel tipo di città che ti prometti di rivisitare tra una decina di anni, sicuro che la troverai cambiata. Che poi in realtà non si sa bene perché, ma tu sei sicuro lo stesso.

Sono circa le sette di sera, si è camminato praticamente tutto il giorno, ci si è fermati giusto per qualche pit stop: pausa-panino-veloce-a-pranzo e qualche doverosa pausa-birra.
Siamo sulla via dell’ostello quando incontriamo, per caso, ancora, Kelsi e Carla, in un dehors di un bar a caso, a bere cose a caso (ma a caso veramente). Ci propongono di aggregarci a un pub crawl che sarebbe partito di lì a un’ora. Il loro era un pre-partita, deduciamo.

Decidiamo di giocare la partita anche noi. Al ritrovo pre-partenza in Trg Republike (Piazza della Repubblica) Kelse sembra dover partire per un botellón più che per un pub crawl. La osserviamo trangugiare degli strani intrugli da una bottiglietta di plastica. La stimiamo molto.

Ci spostiamo di bar in bar. Kelse mi fa strani discorsi, mi dice che negli ultimi anni è stata sia con ragazzi che ragazze ma, visto che le piacciono più i primi, si definisce comunque eterosessuale (ah beh allora, penso tra me e me).
A fine serata il buon Lorenzo è provato, biascica insulti contro i serbi, definendoli assassini (ma lui, sia chiaro, pronuncia “assasshini”, da buon pesarese quale è).

Raggiungiamo finalmente l’ostello, saranno le quattro. Puntiamo la sveglia per le 6:30, Zagabria ci aspetta.


Giorno cinque.
Salgo sul pullman. Mi addormento in una posizione scomoda. Mi sveglio al confine tra Serbia e Croazia. Scendo. Controllo documenti. Risalgo sul pullman. Mi addormento. Mi risveglio alla bus station di Zagabria, che è leggermente fuori città. Camminiamo così una mezz’oretta fino a raggiungere il centro. Troviamo un ostello.

Giriamo per Zagabria nel pomeriggio. Sembra una città austriaca: ordinata, pulita, trasporti pubblici efficienti, poco croata insomma. Una capitale europea molto piccola, compatta, da girare in poche ore. Non brutta, eh, per carità. Non una perla però, ecco.
Degno di nota invece il cimitero di Mirogoj, sulle pendici del monte Medvednica: belle simmetrie, prospettive notevoli, stile neorinascimentale.


Giorno sei.
Arriviamo a Zara verso l’ora di pranzo. Vorremmo girarla un po’ ma la moltitudine di turisti ci convince che forse è meglio giocare a fresbee in una piazzetta poco affollata.
Prendiamo un catamarano fino a Premuda, dove è ormeggiato il Fiji.

Molliamo gli zaini. Ci tuffiamo. Il viaggio finirà esattamente quando i nostri corpi impatteranno con l’acqua, penso.

SPLASH!

 

 

Primi Balcani

Giorno uno.
Spalato poco dopo l’alba è sempre la stessa. Il tempo di assumere qualche caloria e poi si va: verso la Bosnia su gomma, quella del pullman. L’idea è di fermarsi a Pocitelj, una mezzor’oretta prima di Mostar. Così, anche se con due ore di ritardo, e nonostante un tempo poco amico, scendiamo nella ridente cittadina bosniaca. La scaliamo fino al castello diroccato, e con gli zaini al seguito si suda. Da lì però lo scorcio che ci si apre è degno di nota.

Pocitelj dall'alto

Sono circa le cinque del pomeriggio e si vorrebbe proseguire per Mostar. Pensiline e orari, però, paiono non fioccare. Ci si mette ad aspettare, fidandoci di balkanviator.com (grave errore) che dava un pullman in arrivo una decina di minuti dopo.
Un’ora e mezzo sotto una pioggia leggera ma costante, poi arriva un minibus scarrocciato. Si è a Mostar per le sette. A quel punto propongo di farci lasciare alla bus station invece che al celebre ponte, così, per sciogliere qualche dubbio. Chiedo a che ora passasse il prossimo per Sarajevo. Mi si dice che sarebbe stato la mattina seguente, in alternativa un treno sarebbe partito di lì a dieci minuti. Ci si prende qualche minuto per decidere.
L’opzione-passare-la-sera-a-Mostar viene scartata, si continua: Sarajevo, e poi si vedrà.

Il treno sembra uscito da Budapest Grand Hotel, versione sudicia. Ci sediamo a un tavolino con due ragazze, Kelse e Carla. Parte un Perudo a tre, poi allargato alle due australiane. I “Don’t doubt me” detti con tono di sfida da Kelse al buon Eddi sono molto belli. Vinco le prime tre, la quarta invece è una finale tutta Down Under.
Avevano imparato a bluffare anche loro.

Finalmente Sarajevo. Unkas è un signore sulla sessantina, un pazzo scatenato nonché il gestore del nostro ostello, il Balkan Han. Il bicchierino di benvenuto consiste in una grappa-alla-pera-senza-pera. Bene ma non benissimo.
Il tempo di farci segnare due posti sulla mappa e usciamo con Rafa, ragazzo spagnolo conosciuto appena scesi dal treno.
Allo Sloga di lunedì ci sono balli latini ma soprattuto musica a caso, molliamo presto. Puntiamo il Kino, poco distante. Questo è una specie di ex teatro occupato (ma senza i pacivendoli che te la menano con la retorica benecomunista) dove fumano praticamente tutti. Ordiniamo tre acque ragie mascherate da rakija (Lollone inizialmente si rifiuta di berla, poi fa il furbo versandomene un po’ nel mio bicchiere) e una birra.

Sulla via per l’ostello c’è una finestrella, da quella finestrella esce solo junk food, è quindi il posto giusto per noi.
E buona notte!


Giorno due.
Sarajevo è piccola, in fondo. In un giorno praticamente la vediamo tutta. Andiamo con Kelse, Carla e altra gente al tunnel. Lì il ragazzo che ci fa da guida mostra tutto il suo scetticismo, più che comprensibile visti anche gli ultimi avvenimenti, nei confronti dell’ONU. Tuttavia, se arrivi a parlare della scarsa qualità del cibo degli aiuti internazionali, beh, allora scadi nel vittimismo fine a se stesso.

Torniamo in ostello prima di cena. Cerchiamo di capire come ripassare per Mostar prima di buttarci verso la costa meridionale dalmata. Nessuna soluzione ci convince, così si cambia tutto: Belgrado sia, senza paura.
Mentre decidiamo se optare per il pullman o il treno, Unkas ci approccia dicendo che ha un amico che ci può portare in macchina, praticamente allo stesso prezzo del pullman. Ci pensiamo molto, tipo quarantatré secondi, e poi gli diciamo di sì. Allarghiamo l’invito anche a Rafa, che è subito dei nostri. Si parte il giorno seguente nel pomeriggio.

Intanto è sera e andiamo a prenderci una birra. Serata spenta, la mozione-ostello sembra passare. Mentre però lasciamo il tavolino e facciamo per avviarci, Carla, vedendoci passare, ci tende un agguato, e ci invita a seguirla nel bar lì vicino. Ci sono Kelse, alcuni kiwies, e una tipa non meglio identificata – capelli rossi, lentiggini, smandibolante – che emette suoni strani.

Altre birre, panini a prezzi imbarazzevolmente bassi e buona notte.

(segue)

L’importanza di chiamarsi Adam

(segue da qui, per certi versi)

Dove eravamo rimasti? Ah, giusto, Adam. Che ci aspetta a Tel Aviv.
Ci occorre però fare un passo indietro.

Domenica 22 dicembre. Ultimo giorno a Gerusalemme: è appena scesa la notte, io e Natalia camminiamo per lo Shuk Mahane Yehuda, o semplicemente ‘Machne’ per i gerosolimitani. Banchi di frutta, spezie, dolci, e tantissimo altro. Ho appena contrattato il prezzo per un bicchiere di succo di melograno, faccio per bere il mio secondo sorso quando un ragazzo mi approccia: “Ciao! Sto portando avanti un progetto: fotografo persone in un vestito da tigre. Ti va di partecipare?”.


Il proggetto si chiama The Tiger Suit. Di Adam dirò un po’ nei prossimi paragrafi ma voi intanto guardatevi il video qua sopra. Un capolavoro, così, per capire il personaggio che è.

Ci penso qualche secondo, poi gli dico di sì. Scambiamo due parole, mi fa vestire. Mi fa capire che posso fare quello che voglio, io sono un po’ spaesato. La gente mi guarda neanche fossi un marziano, io sbircio tra la frutta, cammino, rimango fermo, poi mi muovo ancora. Adam, intanto, scatta.

A un certo punto dice che può bastare, ché pensa di avere almeno cinque o sei scatti buoni. Ritorno in borghese e poi gli chiedo se sa di un posto dove lasciare la valigia a Tel Aviv (un locker alla stazione dei treni, per esempio). L’idea era infatti quella di visitare la città il giorno dopo, fare serata e poi andare in aeroporto. Il mio aereo sarebbe partito alle 7:10 di martedì mattina.
Lui mi propone di lasciare la valigia a casa sua, mi avrebbe dato le chiavi, così sarei potuto venirla a riprendere quando avessi voluto. Diventa subito il mio idolo, no doubt about it.

Così, il giorno dopo, con sempre meno ore di sonno alle spalle, butto i miei quattro stracci in valigia e via verso la stazione degli autobus di Gerusalemme.
Adam ci viene a prendere, camminiamo fino a casa, ci offre della shakshuka per colazione. Una colazione – preparata da Tzafrir, amico e coinquilino – abbondante, diciamo. Ci dà una cartina, numeri dei bus da prendere, consigli vari.

La linea che porta a Giaffa – la 240 – è la stessa dove il giorno prima avevano messo una bomba. La legge dei grandi numeri mi dice però di non preoccuparmi più di tanto.
Giaffa, in ebraico Yafo, ‘la bella’ (è detta così non da me, come invece mi permisi per Gerusalemme), secondo il racconto biblico fu fondata dopo il Diluvio universale e oggi ha assunto il ruolo di città vecchia di Tel Aviv. Ci perdiamo un po’ per i suoi vicoli. Poi tocca al famoso lungomare.

C’è chi dice che Tel Aviv sarebbe la Rimini israeliana. In realtà chi lo dice non sa di quello di cui parla, perché Rimini non potrebbe neanche stare nelle stessa frase con Tel Aviv. Ma non scandalizzatevi più di tanto, c’era anche chi diceva che Aveiro è la Venezia portoghese. Vi ricordate? Paragoni a caso, insomma.

Percorriamo poi le vie di diversi quartieri di Tel Aviv. Tutti diversi, alcuni molto belli. Ad esempio la Città Bianca, un trionfo del Bauhaus. Oppure Neve Tzedek.
Sulle 7 ci fermiamo in uno dei tanti cafè che i giovani telavivim frequentano, in compagnia dei loro laptops e del loro hipsterismo.
Sento Adam via messeggio, dice chi ci raggiunge. A cena ci porta in un ristorante etiope: si mangia con le mani e i sapori sono forti, veri. E anche buoni, che male non fa.
Un amico di Adam suona in un posto poco distante (Hanasich HakatanIl Piccolo Principe in italiano). Ci andiamo. Ne vale la pena, l’amico suona e canta in modo divino.

Dopo qualche birra ci incamminiamo verso Florentin, che sta a Tel Aviv come SoHo sta New York City, per capirci. Entriamo alla Perla, un pub molto curato dalle birre molto ricercate, molto buone, e molto costose. Si parla un po’ di tutto, poi si fa l’una e decidiamo di andare. Cerchiamo quindi uno sherut (un pulmino, un taxi condiviso che ti porta sotto casa al prezzo di un biglietto di autobus, più o meno) fino a Ramat Gan, casa di Adam.

Ho poco più di un’ora. Decido di non andare a dormire. Adam mi lascia comunque la sua camera, ci diamo un abbraccio e una stretta di mano. Una bellissima persona, va detto.
Il tempo di una doccia, poi saluto Natalia. È tutto così strano, i giorni sono praticamente volati. Non vorrei partire, ma devo.

Arrivo in aeroporto verso le 4. C’è tantissima gente. Mi metto in fila per il primo controllo bagagli. Un’agente mi fa domande strane. E io non posso rispondere come vorrei.

Un altro agente mi apre la valigia (la aprono a tutti, niente di strano). Poi però mi accompagna personalmente al banco check-in, di fatto mi fa saltare la fila, e non se ne va finché la mia valigia non è stata presa in consegna. Mi saluta augurandomi buon viaggio.
Imbuco delle cartoline. Poi mi dirigo al gate nonostante manchino due ore. Mi siedo. Mi addormento in sette secondi sette.

Una hostess mi sveglia. “Istanbul?”. Sì, Istanbul. Mi strappano il biglietto, vado verso il finger, il gate chiude.
Penso solo a una cosa: ci tornerò, in Israele. Fosse anche l’ultimo viaggio delle mia vita, ma ci tornerò.

Gerusalemme la bella

Di post in questo blog ne ho scritti un po’ ormai. Il primo lo scrivevo in metropolitana, a Lisbona, in una serata di fine agosto: l’erasmus sarebbe iniziato proprio in quelle ore. Questo, come quello di qualche giorno fa, insieme a molti altri, lo scrivo da un autobus.
Non so, sarà che c’è sempre un silenzio rumoroso tra queste lamiere, facce strane anche: i pollici scivolano velocemente sulla tastiera, senza pause.
Mi piace moltissimo scrivere dall’autobus. Lo volevo dire. L’ho detto.

Ma veniamo a noi. Veniamo a Gerusalemme, per esempio.
Non ci siete mai stati? Beh andateci, e fate presto (semicit.). Passateci più tempo possibile, per apprezzarne a pieno sia la parte nuova che quella vecchia.
Non ve lo sta dicendo un cattolico talebano ma uno che, al di là del legame religioso e spirituale (che ovviamente non sente e non ha sentito), si è trovato davanti alla cultura, alla storia, alla bellezza. E ne è rimasto impressionato, colpito, affascinato.
Gerusalemme merita, merita tutta.

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Due consigli due (ché non sono mica una guida turistica, io).
Il primo è di fatto un invito spensierato a salire sul tetto del Austrian Hospice, una guest house situatoanel quartiere arabo. Suonate il campanello e vi verrà aperto il portone. Poi salite le scale fino al tetto. Non sarete soli, ma sicuramente non troverete una folla oceanica.
Voi però, da buoni italiani quali siete, non rimanete nella porzione di tetto delimitata da una specie di transenna. Osate. Andate oltre, sedetevi poco più in là, trattenete il respiro.
Chiudete gli occhi se volete, apriteli. Richiudeteli. Riapriteli. Davanti a voi avrete sempre la stessa meravigliosa vista: i tetti di Gerusalemme: quelli popolari, colorati dai panni a asciugare al sole, oppure la maestosa (e dorata) Cupola della Roccia.
Il secondo è invece un consiglio culinario: Hummus Ben Sira. È dove mangerete il migliore hummus della vostra vita . Le porzioni sono giganti e vengono accompagnate da due pite (plurali a caso), tre falafel (appena fritti, paradisiaci) e qualche verdura fresca. Vi prendete una birra e credo che potreste anche morire in pace con voi stessi. Anzi ne sono quasi sicuro.

E questa era l’ultima sera a Gerusalemme. Il giorno dopo Tel Aviv mi aspettava. E anche Adam. Chi? Adam? Chi è?

Boni, state boni.

(segue)

Iraniani brava gente

C’è tanta fila al controllo passaporti di FCO (no, io non l’avrei mai chiamato con la sigla aeroportuale ma un amico un po’ particolare dice che è giusto parlare per sigle, nel 2013. Io gli credo poco ma lo accontento ugualmente). Che poi questa parentesi non c’entrava niente ed era molto a caso. Colpa forse di Matteo Bordone che nel suo Mu divaga e si perde sempre molto volentieri. O forse no. Viva i podcast siempre, tra l’altro.

Ok, basta. Dicevo, sono stranamente in anticipo, l’unica cosa che mi dà da pensare è il non aver rinnovato il bollo – una tassa barocca e tutta italiana (e poi diciamolo, 40 euro e spicci all’anno sono un furto di Stato, altro che patrimoniale). Va tutto liscio alla fine.

Atterro con un ora di ritardo al Sabiha Gokcen, il secondo aeroporto di Istanbul, sponda Asia.
Di nuovo cotrollo passaporti: la coda scorre lentamente, fortuna una rissa a pochi metri da me tra due turchi dal baffo ‘alla turca’, appunto. Molto bravi, loro.

Chiamo Babak. Mi ospiterà per la notte. Poi prendo un autobus fino a Kadıköy İskelesi, sempre sponda asiatica.
Il tempo di appoggiare la valigia a casa e poi usciamo. Anzi no, “whiskey, man?”. Massì dai. Ghiaccio, anche, che non si sa mai.

Usciamo veramente. Sono le dieci passate e metterei volentieri qualcosa sotto i denti. Hamburgerino speziato (sul menù esposto c’è scritto proprio così: hamburgerino speziato) propone Babak. Accetto, molto buono, non mi riempie ma non glielo dico.
Ci dirigiamo quindi in uno dei tanti bar che offre la Kadıköy-by-nite. È un giovedì sera ma c’è tanta gente, quasi tutti turchi, ed è bello così. Il posto si chiama Karga, una specie di pub su più piani. Avranno 10 birre sulla carta, ma neanche una della mezzaluna. Poco male. Parliamo.

Babak è un ragazzo iraniano sui 35 anni, vive da due anni a Istanbul (in un appartamentino nell’area di Kadıköy) insieme alla ragazza, iraniana anche lei. Fa il programmatore freelance, qualunque cosa voglia dire, e guadagna abbastanza bene, dice. È tornato da poco da Beirut (invidia, tanta).
Mi chiede dove sono diretto. Israele. “Ci sei mai stato?”, chiedo. Non una delle domande più brillanti che abbia mai posto, ammetto immediatamente. Mi risponde che, fosse per lui, Israele dovrebbe essere cancellato dalla mappa. No, non è vero, l’ho inventato io.

Mi racconta di aver fatto da guida a un giornalista italiano nei mesi delle proteste dell’Iranian Green Movement. Confessa anche di essere stato arrestato, una volta, per aver comprato alcol (alla terza si rischia la pena di morte. Uno Stato progressista, tipo).
A Babak piacerebbe vivere nel suo paese ma per ora non ci sono le condizioni, soprattuto per il tipo di lavoro che fa. Insomma, i paesi dove internet è libero non iniziano per ‘i’ e non finiscono per ‘ran’. Poi i blocchi si aggirano eh (a proposito, consiglio un bellisimo articolo sui giovani di Tehran, su un Internazionale di qualche settimana fa), ma non è la stessa cosa.

Leviamo le tende e ci infiliamo in un ristorante, semplice, senza pretese. Mi vuole far provare la kele ve paça, una zuppa con delle lingue (non ho capito di quale animale) a pezzettini. Piatto scaleno, senza dubbio.

Taxi fino a casa. Dormo qualche ora. Mi alzo. Principio di hangover. Bevo dell’acqua dal rubinetto. Non è Levissima, diciamo. Saluto e ringrazio il grande Babak.

Torno al Sabiha Gokcen. C’è baggage screening e metal detector anche all’entrata. Date le facce di queli in fila in me neanche io mi sentirei troppo sicuro (il PKK vive e lotta insieme a noi. E anche Lombroso), effettivamente.

McMuffin, caffè. E una coca. Colazioni bulgare, anzi turche.

Sono quasi le 9 ma la giornata mi sembra iniziata da dieci ore.
Dai, basta, tra poco ci imbarchiamo e poi ho scritto troppo. Non volevo, davvero, scusate.

Solo un’ultima cosa. A costo di essere ripetitivi, ma quelli che si mettono in fila anche mezzora prima, pronti ad imbarcarsi, pur avendo il posto numerato, secondo voi, capiscono? Secondo me poco.
Poi però ci penso un po’, li osservo, e alla fine ci arrivo: senza di loro io non potrei starmene comodamente seduto fino all’ultimo.
Quindi viva loro, viva i poretti!

Ore molto belle a Budapest

Una delle esperienze più belle della mia vita.

Sabato il training si conclude. Si lascia Zebegény, si torna a casa. Le ragazze ceche lo faranno in treno; quasi tutti gli altri, in aereo. Steven e Gwen andranno allo Zsiget e poi, in dritto, in aeroporto. Rispetto.

Alle 4 del pomeriggio rimaniamo io e Kamila. Entrambi partiamo di domenica. Lei ha il volo al mattino, io alla sera.
Nei giorni precedenti non avevamo speso molto tempo insieme: giusto qualche domanda sui nostri rispettivi percorsi universitari.
Ah, entrambi avevamo preso parte all’Oxford Debate. A questo punto mi lascio andare ad una breve digressione. Lei era in squadra con Gwen e Razvan. Io con Steven e Rimantė. La mia squadra aveva un solo obiettivo: dimostrare che scaricare musica illegalmente da internet non dovrebbe essere considerato un reato. Loro dovevano portare argomenti a sostegno della tesi contraria. Alla fine, il pubblico e la giuria, daranno ragione alla mia squadra. Ma Kamila, tra i suoi, era stata la migliore. Considerato che doveva difendere una tesi reazionaria e conservatrice, se l’era cavata molto bene. Tagliente, nessuna pausa, sicura.

Dicevo. Sono con Kamila, in giro per una Budapest rovente. Beviamo molta acqua. Mangiamo tanta frutta. Parliamo del training appena concluso. Entrambi alla prima esperienza, entrambi entusiasti. Mi racconta del suo erasmus a Maastricht, che le ha cambiato la vita. Una volta in Polonia infatti, il tempo di laurearsi e poi torna in Olanda. Qui vive e lavora da un anno. Lo farà anche il prossimo. Poi in autunno si trasferirà in Danimarca dove inizierà un master con un nome strano nel campo delle scienze politiche. Kamila lavora in un call center: dice che non è un lavoro pesante ma sicuramente ripetitivo. In realtà, però, l’unica cosa che conta è il buon stipendio che riceve: sufficiente per risparmiare il necessario per vivere quei due anni in Danimarca. Retta e tasse non sono un problema: là non si pagano. Così, per dire.

La temperaturà incomincia un po’ a scendere. Il solo comincerà a calare a breve. Propongo di andare a vedere lo spettacolo dalla Collina Gellért. Sull’altra sponda del Danubio, a Buda.
Per attraversare, optiamo per il Liberty Bridge. Incominciamo la scalata. Più saliamo, più i colori, in cielo, diventano belli. Ci fermiamo in vari punti, a scattare foto stupide e a riprendere fiato.

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Giunti in vetta, ci appoggiamo ad una balaustra in legno e restiamo in silenzio.
Cominciamo a scendere, dall’altro versante, mentre il sole va a nascondersi dietro un rilievo.

Mi sembra di conoscerla da una vita, per certi versi. Ridiamo molto. Su molte cose siamo d’accordo. Parliamo anche Siria: interventista convinta, per dire.

Si fa buio e torniamo a Pest. Ci rechiamo in un minimarket un po’ nascosto. Prendiamo una Dreher: coerenti. La beviamo sul lungofiume. Poi ne prendiamo un’altra. E poi un’altra… anzi no, il tipo del minimarket ci blocca: dice che dopo le 10 non può più vendere alcool. Poi però apre lo zaino di Kamila e ci mette dentro due lattine. Da chiamare la finanza ma, non trovandoci in zona euro, paghiamo e usciamo.

Incomincia ad essere freddo, soprattutto se si è in shorts e flip-flops. La porto nel pub più figo di Budapest, se non di gran parte dell’Europa Centrale.
Ordiniamo due rosse. Beviamo con calma, mangiamo noccioline come se non ci fosse un domani, scriviamo. Comunichiamo anche con dei bigliettini, scriviamo i nostri nomi su di una banconota, ci sorridiamo.

Rimaniamo soli nel pub, saranno state le 3 meno qualcosa, e ce andiamo. Direzione: il club da tutti consigliatoci. Ci arriviamo abbastanza agevolmente ma, una volta lì, il buttafuori ci dice che non possiamo entrare. Insistiamo e otteniamo solo delle spinte.
Sulla stessa via, c’è un posto, un po’ delicatessen e un po’ fast food. Prendiamo dei tacos, che ci si scioglieranno in bocca. Speciali.

Camminiamo ancora un po’, verso la stazione dei treni di Nyugati. Entriamo nella sala d’attesa, semideserta. Kamila sperimenta un locker, sì profondo ma non abbastanza. Poi ci mettiamo per terra, stiamo vicini, ci addormentiamo.
Neanche due ore dopo, ci sveglia un poliziotto. Urla delle cose strane. Noi ci alziamo, facciamo pochi metri ed entriamo in un McDonald’s. Ci areniamo su di un divanetto.

Poi l’accompagno alla stazione delle metropolitana, nessuno ha la forza di parlare lungo il tragitto. Prende il biglietto dalla borsa, ci guardiamo e all’unisono sussurriamo: “ne è valsa la pena!”.

Erasmus. Di nuovo.

Martedì. Ci sarebbe tanto da dire a proposito di questi primi giorni ungheresi. Scrivo dal treno, appena partiti da Budapest. Tra un’oretta saremo di ritorno a Zebegény. Nel frattempo, scrivo questo post. Tempo prezioso.
Tempo che già sto sprecando con queste prime righe interlocutorie.

Che dire, sensazioni strane mi prendono testa e corpo. È come un viaggio nel tempo. Quale tempo? Quello che si è concluso un mese fa. Quello che ho provato a descrivere dalle colonne di questo blog negli ultimi mesi.
Eppure, quel tempo, sembra finito non un mese ma un anno fa.
Ma adesso non importa perché l’ersmus è qui, a Zebegény.
Per dire.

Siamo quasi 30, tra ragazzi e organizzatori. Nazionalità: tante. Ungheresi (ça va sans dire), olandesi, lettoni, lituani, rumeni, cechi, polacchi.
Ci sono dei personaggi che meriterebbero un post a parte. Non scherzo.

Il tema del training? ‘Safe internet’. Finora di quello si è parlato poco, onestamente. Si è fatto del gran team building, però.
Non so se è normale, questo è la mia prima esperienza Youth in Action. In ogni caso altri, con svariati YiA alla spalle, paiono soddisfatti. Paghi.

Probabilmente finora ho scritto cose confuse. Ma continuo lo stesso: vediamo se riesco a peggiorare la situazione.

Ieri, io e gli altri due ragazzi della rapprensetativa italiana abbiamo dovuto preparare una breve presentazione dell’Italia. Credo di non avere elencato così tanti stereotipi in così poco tempo.
Ho anche realizzato – su consiglio del più che navigato Giachi – un cartellone per meglio (ri)conoscere il body language di noi italiani. Hanno apprezzato.
Da mangiare si è fatto un’insalata di riso e delle bruschette. Le prima era senza infamia e senza lode. La seconda era a dir poco imbarazzante: pane ungherese, mozzarella che chiamarla così pare un insulto, no origano, no olio d’oliva, no forno. Facendola corta, tutti entusiasti. Bravi loro che non capiscono… nulla di cibo.

Oggi, come dicevo, siamo stati a Budapest. Ci ero stato tre estati fa: fu una delle tappe dell’Interrail post-maturità. Sempre affascinante, devo ammettere.
Ci dividiamo in tre gruppi. Io sono con Silvya e Rimantė (le due lituane), tre polacchi (Marta – fuori come un terrazzo – Gosia e Daniel) Steven e Gwen, olandesi. Per combattere l’afa, si è fatto il bagno in una fontana. Poi si è fatto un salto al castello ed una Borsodi gelata, in compagnia. Insomma, della spensieratezza.

Devo stringere. Giusto due cose. Gwen ti fa innamorare ogni volta che sorride. Così, just for the record.
Steven invece è matto come un cavallo, beve solo degli energy drinks e della birra. In tutti modi, il ragazzo parla tanto. Ma mai risulta superficiale. Tagliente, brllante. Va detto.
Con le due lituane c’è sintonia e complicità. Sarà che vengono anche loro da un erasmus. Saranno le HB di ieri sera. Saranno tutte e due.

Vi devo lasciare, il treno sta frenando.

Ultima riflessione, così, a caldo: qui non c’è tempo per fare la doccia. Parli, presenti, discuti. Organizzi, scrivi, fai delle domande. Ascolti, impari, cresci. Insomma, è un duro lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo.

P.S.: qui il wi-fi va a tratti. E quando va, va lento. Qual era il nome del training?