Tenere un blog è complicato

La prima banalità di questo post la trovate nel titolo. Aspettatevene delle altre. Aspettatevi anche delle considerazioni a caso e delle quali nessuno sentiva il bisogno.
Cercherò da qui in avanti, almeno fino al ritorno in Italia, di trovare quella continuità che forse ho avuto solo nel primo mese di vita di questo blog. Mi sono imposto di scrivere post brevi ma più frequenti. Vediamo come va.

Sono le 11.45 di una sera dal sapore strano, con tanti pensieri per la testa. Pensieri confusi, ovviamente. Ma mi è venuta voglia di scrivere.

Gli esami li ho finiti il 3 giugno. Da lì in poi avrò più tempo per tutto quello che ho non ho fatto, ho fatto poco od ho fatto male poiché sotto esame, mi dicevo. E invece eccomi qui, quindici giorni dopo, con le stesse aspettative e gli stessi propositi. Più o meno.
Cosa ho fatto in questi due settimane? Il primo weekend l’ho passato in Alentejo: 2 macchine e 7 amici, delle strade non asfaltate e della pioggia, delle tende e delle sagre di paese, del vino rosso e del churrasco, dei sorrisi e della spensieratezza.
L’Alentejo è la regione più povera del Portogallo, e una delle più povere d’Europa. C’è poco da vedere, molto da sentire, da capire. Non ero mai stato, per esempio, così tante ora in una città come Mértola – che conta poche migliaia di abitanti. Eppure, a mente fredda, ci stava. Un luogo per certi versi affascinante.

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Qui sopra siamo in quello che la Lonely Planet considera una delle cose da vedere assolutamente Portogallo. Si tratta di un cromlech costituito da 95 monoliti di granito smussati, alcuni dei quali presentano delle incisioni simboliche. Sì, esattamente quello che state pensando, sono delle pietre in mezzo a degli ulivi. Niente di speciale. Ma con una maschera da ippopotamo, il sole che lentamente si nasconde dietro la collina e degli amici tutto diventa bello. E anche un po’ speciale.

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Francesinhas, birre e monasteri – secondo e terzo giorno

Mi sveglio alle 11, giusto in tempo per mangiare quei 17 toast gentilmente offerti dall’ostello. Ho un leggero mal di testa ma niente di insopportabile. Un’oretta più tardi i due compari danno segni di vita. Gio esordise con una madonna. Capisco immediatamente che posso mettermi comodo, aneddoti epici sono in arrivo.

Racconta di essersi trovato tutto d’un tratto sul lungofiume. Senza cartina, senza avere la minima idea di come tornare all’ovile.
Poi, in qualche modo, ritrova la via di casa. Riesce addirittura a salire sul letto a castello senza rompersi qualche osso. Cose mai viste.
Ah, ci comunica anche di aver perso il cellulare.
Qualche insulto da me e Edo se lo prende.
Ah, ho tralasciato volutamente ulteriori dettagli della storia. Dettagli imbarazzanti.

Anche Edo non si ricorda molto del fine serata. Ma di tafazzate non ne ha fatte, almeno così pare.
Saranno le 2. Saremmo finalmente pronti per uscire e vedere Coimbra con la luce del sole quando vedo Edo tastarsi compulsivamente ogni centimetro quadrato dei propri vestiti. Cellulare? Perso, per dirla con Alan Tonetti.
Gio allora allora si sente meno solo, e si vendica degli insulti ricevuti in precedenza.

Lasciamo l’ostello. Coimbra è bellissima. La reputo più suggestiva di Porto. Nel tardo pomeriggio dovremmo spostarci verso Évora, ma riesco a convincerli che non ne vale la pena. La carta della vita notturna coimbrense si dimostra vincente, pare.

Prima che faccia buio decidiamo di fare un salto a Conìmbriga, un sito archeologico di una ex città Romana della Lusitania, una ventina di chilometri a sud di Coimbra, sulla antica strada militare romana che collegava Lisbona a Braga. È il sito archeologico romano meglio conservato di tutta la penisola iberica, dice la guida. Altamente prescidibile, diciamo noi.

Torniamo a Coimbra, prenotiamo un’altra notte all’ostello e usciamo a cena. Serata tranquilla, bevo una birra in un bichiere di vetro (evento raro qui) e verso le 3 siamo di ritorno.

La mattina seguente, domenica, decidiamo finalmente di spingerci verso sud, verso Évora. Sulla strada però, ci fermeremo a Tomar per il Convento di Cristo, fondato nel 1160 da Gualdim Pais, gran maestro dei templari. Cappelle, chiostri e sale capitolari decorate in stili ampiamente differenti. Tutto molto bello, davvero.

Sarebbe ora di pranzo ma i kilometri da macinare sono ancora tanti e ci rimettiamo in marcia. Niente di impossibile se potessimo prendere le autostrade. Ma noi non possiamo, per ragione a voi già note.
Dopo un’ora di strade secondarie, con altre quattro davanti, ci rassegnamo e rivediamo i piani.
Incomincia a venirci anche una discreta fame. Così facciamo tappa nell’anonima Santarém. Sia chiaro: comunque meglio di Aveiro.

Da lì proseguiamo verso Óbidos, un borgo cinto da mure merlate, un labirinto di strade acciottolate e di case imbiancate a calce, un gioiellino. Non ci facciamo mancare una ginja, il liquore locale alla ciliegia.

Il sole sta per tramontare. Saliamo in macchina e andiamo verso Ericeira, a neanche un’ora di Lisbona. Il villaggio è una mecca per i surfisti di tutto il mondo, ed è adagiato tra scogliare di arenaria che si affacciano sull’oceano. Probabilmente ci tornerò più avanti, per poterlo apprezzare meglio.
Mangiamo del buon pesce e poi riportiamo la macchina all’aeoporto.

Il weekend su gomma è finito. Su tutto, due cose le abbiamo imparate. Primo: mai pensare di poter girare il Portogallo senza utilizzare le autostrade. Secondo: nelle autostrade non c’è mai nessuno, incontrare una macchina o un tir è cosa rara.

È passato un mese dall’ultimo post. Tra meno di una settimana sarò a Dublino. San Patrick’s Day. Devo aggiungere altro?