La mia San Paolo del Brasile

Non ci andate, a San Paolo. E siccome questa non è una guida Routard o un post su Vice Italia, non aspettatevi che alla fine vi dica che sì, non potete perdervela, che “a suo modo, è una chicca”. Non ci saranno ribaltamenti, San Paolo non è bella.

San Paolo è, anzi, brutta, a tratti molto brutta. Ma ci ho vissuto. 

Alzavo lo sguardo sui palazzi del centro. San Paolo del Brasile. Città difficile. Da capire, da vivere.

Il cielo non è mai azzurro, di notte non è nero (ci arriva il riverbero delle luci), e non è neanche plumbeo. È un cielo strano quello di San Paolo, e non vuole essere definito.

San Paolo non “è particolare”, non “ha il suo fascino”. San Paolo, semplicemente, non è. San Paolo è un non-luogo. Non c’è grande bellezza, a San Paolo.

San Paolo, nonostante l’ora, non è mai del tutto deserta. Anche di notte, ti capita di vedere gente. Pare irrequieta. Forse per questo tarda ad andare a dormire.

C’è tanto cemento armato e molto grigio (nonostante il parco urbano più grande del pianeta si trovi a due passi da Avenida Paulista, il cuore pulsante della città – sì, l’ho scritto davvero), ma se ci sai mettere i filtri giusti pare quasi bella. È vero però con la luce giusta e un Sierra ben assestato è bella anche Terni. O no?

San Paolo accoglie circa 20 milioni di persone, accoglie tutti. Qui c’è tutto infatti: ci sono le favelas, i grattacieli, le case basse, tutte uguali, tutto neutro.

E chi non ha un tetto dorme per strada, tanto le temperature lo permettono praticamente in qualsiasi periodo dell’anno.

San Paolo è gigante. È una vera metropoli. Offre una buona scena musicale, una sconfinata scelta culinaria – dal miglior ramen fuori dal Giappone a ottimi ristoranti italiani che, tuttavia, lascio provare agli altri, non ambendo a pagare venti euro una gricia – e un’estremamente vivace (ma come scrivo? Male, sarà il sonno) vita notturna.

  
San Paolo incuba cambiamento, cultura, arte. O meglio, se c’è una città in America Latina che sa fare questo meglio delle altre, quella è lei, Sampa. Ho letto così, almeno.

E allora, se è brutta, perché ci ho passato, parentesi romane a parte, quasi cinque mesi? La risposta corretta è che avevo chiesto io, alla LUISS, di mandarmici, mettendola come prima scelta a un bando per passare un semestre all’estero, per poi vincerla. 

Un’altra possibile risposta (quella che mi piace darmi) è che la vita è troppo lunga per vivere solo nelle città belle. Quindi no, non ci andate a San Paolo. Se proprio vi va, viveteci, che è diverso. E magari ve ne innamorate. 

(Ci si può innamorare anche delle cose brutte, dicono.)

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Un po’ di burocrazia qua?

Sono qui in Rua Hugo Dantola 95, sede della Polícia Federal, per iscrivermi al Registro Nacional de Estrangeiro.

Breve parentesi. Per ottenere il visto d’entrata in Brasile ho dovuto presentare, tra le varie cose, la dichiarazione dei redditi di mio padre, casellario giudiziario e carichi pendenti nulli (e allora gli esami del sangue?). Pagare delle marche da bollo a caso, fare delle file, insomma, it’s bureocracy baby.

Dicevo, comunque, qui alla Polícia Federal c’è un po’ di tutto, richiedenti asilo, persone svenute a terra e visi segnati dalle intemperie (ma non solo da quelle, va detto).

Mi preme sottolineare che mi hanno preso le impronte digitali di tutte la dita (non credo le abbiano neanche in Italia, per dire) e ricordato con durezza di prenotare un volo per uscire dal paese entro la scadenza del visto. Rispondo che ce l’ho già, il volo di ritorno. Vorrei aggiungere un “stai serena” alla poliziotta, e che non ho intenzione di intrattenermi inoltre, non siete mica il Maryland, cristiddio. #políciaficatranquila

BONUS TRACK: durante il controllo dei documenti che avevo presentato, la signorina in divisa comincia a ripetere il numero 122. Più precisamente: “Então 122!”. Lo dice almeno cinque volte. Io non capisco. Le chiedo di spiegarsi. Viene fuori che mi vuole dire che il mio visto scade il 22 gennaio, 22/1. Vabbeh, vale tutto, penso a voce alta. 

Mi alzo, auguro buon lavoro, e me ne vado.