Erasmus. Di nuovo.

Martedì. Ci sarebbe tanto da dire a proposito di questi primi giorni ungheresi. Scrivo dal treno, appena partiti da Budapest. Tra un’oretta saremo di ritorno a Zebegény. Nel frattempo, scrivo questo post. Tempo prezioso.
Tempo che già sto sprecando con queste prime righe interlocutorie.

Che dire, sensazioni strane mi prendono testa e corpo. È come un viaggio nel tempo. Quale tempo? Quello che si è concluso un mese fa. Quello che ho provato a descrivere dalle colonne di questo blog negli ultimi mesi.
Eppure, quel tempo, sembra finito non un mese ma un anno fa.
Ma adesso non importa perché l’ersmus è qui, a Zebegény.
Per dire.

Siamo quasi 30, tra ragazzi e organizzatori. Nazionalità: tante. Ungheresi (ça va sans dire), olandesi, lettoni, lituani, rumeni, cechi, polacchi.
Ci sono dei personaggi che meriterebbero un post a parte. Non scherzo.

Il tema del training? ‘Safe internet’. Finora di quello si è parlato poco, onestamente. Si è fatto del gran team building, però.
Non so se è normale, questo è la mia prima esperienza Youth in Action. In ogni caso altri, con svariati YiA alla spalle, paiono soddisfatti. Paghi.

Probabilmente finora ho scritto cose confuse. Ma continuo lo stesso: vediamo se riesco a peggiorare la situazione.

Ieri, io e gli altri due ragazzi della rapprensetativa italiana abbiamo dovuto preparare una breve presentazione dell’Italia. Credo di non avere elencato così tanti stereotipi in così poco tempo.
Ho anche realizzato – su consiglio del più che navigato Giachi – un cartellone per meglio (ri)conoscere il body language di noi italiani. Hanno apprezzato.
Da mangiare si è fatto un’insalata di riso e delle bruschette. Le prima era senza infamia e senza lode. La seconda era a dir poco imbarazzante: pane ungherese, mozzarella che chiamarla così pare un insulto, no origano, no olio d’oliva, no forno. Facendola corta, tutti entusiasti. Bravi loro che non capiscono… nulla di cibo.

Oggi, come dicevo, siamo stati a Budapest. Ci ero stato tre estati fa: fu una delle tappe dell’Interrail post-maturità. Sempre affascinante, devo ammettere.
Ci dividiamo in tre gruppi. Io sono con Silvya e Rimantė (le due lituane), tre polacchi (Marta – fuori come un terrazzo – Gosia e Daniel) Steven e Gwen, olandesi. Per combattere l’afa, si è fatto il bagno in una fontana. Poi si è fatto un salto al castello ed una Borsodi gelata, in compagnia. Insomma, della spensieratezza.

Devo stringere. Giusto due cose. Gwen ti fa innamorare ogni volta che sorride. Così, just for the record.
Steven invece è matto come un cavallo, beve solo degli energy drinks e della birra. In tutti modi, il ragazzo parla tanto. Ma mai risulta superficiale. Tagliente, brllante. Va detto.
Con le due lituane c’è sintonia e complicità. Sarà che vengono anche loro da un erasmus. Saranno le HB di ieri sera. Saranno tutte e due.

Vi devo lasciare, il treno sta frenando.

Ultima riflessione, così, a caldo: qui non c’è tempo per fare la doccia. Parli, presenti, discuti. Organizzi, scrivi, fai delle domande. Ascolti, impari, cresci. Insomma, è un duro lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo.

P.S.: qui il wi-fi va a tratti. E quando va, va lento. Qual era il nome del training?

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Com’è l’erasmus?

Nelle ultime settimane mi è stato domandato tante volte come fosse andata l’erasmus. Domanda comprensibile. Risposta complessa, però. Va detto.

Ogni volta mi trovavo in difficoltà. Poi, alle fine, qualcosa di vagamente sensato da rispondere la trovavo. Ma non era mai una risposta calzante.

Domenica mattina, però, ho capito cosa rispondere. Ho capito tutto.

Avete presente quando vi svegliate dopo aver fatto una gran serata, magari avendo dormito poche ore? Quando vi svegliate con il sorriso, con la voglia di ricominciare subito a fare festa?

Ecco, l’erasmus è così. E lo è tutte le mattine. Anche se la sera prima siete andati a letto alle 10.

Verso Porto

Un autobus per Porto. Compagni di viaggio a torso nudo nonostante l’aria condizionata. Dei bagagli, tanti bagagli, troppi bagagli.

Ho lasciato Lisbona poche ore fa. Sicuramente ancora non me ne rendo conto. Ed auspicabilmente anche i prossimi giorni tra Porto, Bologna e Pesaro, passeranno veloci.

Ma prima o poi arrivverà quella mattina in cui mi sveglierò e vorrei andare da Corinto insieme a Giovanni. Non tanto per farsi una bica ed una pasta, ma piuttosto per vedere ed ascoltare il barista più triste di tutta Avenida Almirante Reis. Aspettando un suo “então foi…” al quale avrebbe quasi sempre seguito “e mais?”. Piccole cose, ma in fondo grandi. Routine fino a stamattina, il passato d’ora in poi.

Arriverà quel pomeriggio in cui vorrei passare dei minuti solo a decidere in quale miradouro andare a vedere il tramonto. Arriverà sicuramente.

Ma ora non ci voglio pensare. Avanti con questi ultimi giorni in Portogallo.

Che poi, a pensarci bene, il sole tramonta anche in Italia.

Che strano

L’addio di poche ora fa, a Pablo, è stato diverso dagli altri. Forse perché questa volta parto anche io.
Quando ci rivedremo? Bella domanda. Un abbraccio, poche parole. Facendo finta che fosse un fine di serata qualunque. Sapendo di mentire a noi stessi.

Torno a casa. Mi stendo. Inizia un film. Parla più o meno degli ultimi dieci mesi della mia vita. È un film malinconico. Alcune lacrime.

Domani lascio Lisbona. Lei difficilmente lascerà me. E mi costringerà a tornare. Presto. Spero.

Mancano ancora pochi giorni però. A Porto. Prima di tornare. Voleranno, già lo so.

Lisbona. Mancherai. Tanto.

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Miradouro crossing e poi l’alba

Venerdì sera. Il penultimo venerdì sera del mio erasmus. Ed anche la notte più breve dell’anno. O forse era quella tra giovedì e venerdì, ma poco importa: è chiaramente un pretesto per passare una notte in giro.

Pablo propone quello che lui chiama un ‘miradouro crossing’. Un neologismo, ad occhio e croce. L’idea è quella di passare da un miradouro all’altro, facendo in ognuno un pit stop: rosso, bianco o ambrato non fa differenza.
Lo stesso Pablo propone: “Picnic in the other side. Go to the beach. Go to hell, and returm home without theet, trourses and dignity and only one shoe.”. Propone anche dei typo, ma a Pablo si concede (quasi) tutto. Anche perché dire di no ad una tal proposta parrebbe illegale.

Si parte dal Miradouro Sophia de Mello Breyner Andresen da tutti conosciuto come Miradouro da Graça. Probabilmente uno dei più affascinanti della città. Si stappa un rosso alentejano del 1997.

Poi scendiamo verso l’Alfama. Altro giro, altro miradouro (questo qui, di giorno).
Giù verso Praça do Comércio, e poi dritti in Bica: così di giornocosì di notte.
Da lì saliamo verso il Bairro Alto (che è bello anche di mattina presto), finiamo un rosso delle Beiras e passiamo al luppolo.

Ad un certo punto, saranno state le 4, ci ritroviamo, non si sa bene come, in tre: io, Pablo e Matthias. Ci sediamo quindi su una panchina di un vicolo poco illuminato. Il sonno si fa sentire e l’alba sembra troppo lontana. Il Bairro è chiuso e di spingerci fino a Cais non ne abbiamo voglia. La temperatura incomincia ad essere poco piacevole (sì, l’estate, qui a Lisbona, è arrivata solo due giorni fa, che ci crediate o meno), tra le altre cose.
Non molliamo però, e ci dirigiamo verso il Jardim do Príncipe Real, una delle tante oasi verdi nel bel mezzo della città. Ci arrampichiamo su di un albero dai rami incredibilmente comodi (albero storico, qui una testimonianza), per poi darci a del whiskey, del Bushmills per la precisione. Brucia ma riscalda. Parte quindi del deep bro talk a tre, ed è tutto molto bello.

Si fanno le 6. Ci caliamo giù dall’albero (senza riportare fratture) e camminiamo verso il Miradouro de São Pedro de Alcântara, tappa finale. Lisbona si sta svegliando, ma il sole si fa attendere. È nascosto dietro Graça, e si sta alzando con lentezza. All’improvviso si mostra, illumina la Baixa e i nostri cuori. Che ormai appartengono a lei, a Lisboa.

Nel frattempo, mentre noi attendiamo, delle ragazze fanno il bagno nella fontana. Le invitiamo a nuotare.

Lisbona è bella

Non era certo la prima volta che sfogliavo una guida turistica del Portogallo. Ma era la prima che, forse, mi fermavo su Lisbona. Che dire, mi mancano quasi tutti i musei, tra i quali il Museu do Azulejo, quello del fado, e il Museu da Marioneta. Insomma, tutti hanno in comune almeno una caratteristica: il fatto di essere altamente prescindibili.
Una visita al giardino botanico di Belém forse varrebbe la pena, perdersi per qualche quartiere poco conosciuto anche.

Lisbona non è immensa e dispersiva come lo può essere Londra o Parigi. È una capitale europea anomala. La si può girare a piedi, sempre che non si abbiano tempi stretti o rigide tabelle di marcia da seguire.

Dopo dieci mesi, mi piace sapere di poter andare nel posto giusto al momento giusto. A seconda del mio stato d’animo, del momento della giornata, so che posso andare in quel posto lì, e tutti i pensieri se na vanno. Almeno per un po’.
Che sia sul Tejo, di notte, la luna alta in cielo, il ponte illuminato a festa sullo sfondo. Che sia al tramonto, nel miradouro vicino a casa, e la città, in un attimo, ti sembra tua.

Perché Lisbona è strana. È quel tipo di città nella quale vorresti vivere, perché sai che potresti stare bene. È quel tipo di città che ti fa pentire troppo spesso di non aver portato la macchina fotografica con te. Perché quello scorcio, quella strada, quel viale alberato, li hai visti cento volte, e cento volte vorresti fotografarli.

Perché qui, anche i container sono belli.

Tramonto a Lisbona

Tenere un blog è complicato

La prima banalità di questo post la trovate nel titolo. Aspettatevene delle altre. Aspettatevi anche delle considerazioni a caso e delle quali nessuno sentiva il bisogno.
Cercherò da qui in avanti, almeno fino al ritorno in Italia, di trovare quella continuità che forse ho avuto solo nel primo mese di vita di questo blog. Mi sono imposto di scrivere post brevi ma più frequenti. Vediamo come va.

Sono le 11.45 di una sera dal sapore strano, con tanti pensieri per la testa. Pensieri confusi, ovviamente. Ma mi è venuta voglia di scrivere.

Gli esami li ho finiti il 3 giugno. Da lì in poi avrò più tempo per tutto quello che ho non ho fatto, ho fatto poco od ho fatto male poiché sotto esame, mi dicevo. E invece eccomi qui, quindici giorni dopo, con le stesse aspettative e gli stessi propositi. Più o meno.
Cosa ho fatto in questi due settimane? Il primo weekend l’ho passato in Alentejo: 2 macchine e 7 amici, delle strade non asfaltate e della pioggia, delle tende e delle sagre di paese, del vino rosso e del churrasco, dei sorrisi e della spensieratezza.
L’Alentejo è la regione più povera del Portogallo, e una delle più povere d’Europa. C’è poco da vedere, molto da sentire, da capire. Non ero mai stato, per esempio, così tante ora in una città come Mértola – che conta poche migliaia di abitanti. Eppure, a mente fredda, ci stava. Un luogo per certi versi affascinante.

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Qui sopra siamo in quello che la Lonely Planet considera una delle cose da vedere assolutamente Portogallo. Si tratta di un cromlech costituito da 95 monoliti di granito smussati, alcuni dei quali presentano delle incisioni simboliche. Sì, esattamente quello che state pensando, sono delle pietre in mezzo a degli ulivi. Niente di speciale. Ma con una maschera da ippopotamo, il sole che lentamente si nasconde dietro la collina e degli amici tutto diventa bello. E anche un po’ speciale.

Francesinhas, birre e monasteri – secondo e terzo giorno

Mi sveglio alle 11, giusto in tempo per mangiare quei 17 toast gentilmente offerti dall’ostello. Ho un leggero mal di testa ma niente di insopportabile. Un’oretta più tardi i due compari danno segni di vita. Gio esordise con una madonna. Capisco immediatamente che posso mettermi comodo, aneddoti epici sono in arrivo.

Racconta di essersi trovato tutto d’un tratto sul lungofiume. Senza cartina, senza avere la minima idea di come tornare all’ovile.
Poi, in qualche modo, ritrova la via di casa. Riesce addirittura a salire sul letto a castello senza rompersi qualche osso. Cose mai viste.
Ah, ci comunica anche di aver perso il cellulare.
Qualche insulto da me e Edo se lo prende.
Ah, ho tralasciato volutamente ulteriori dettagli della storia. Dettagli imbarazzanti.

Anche Edo non si ricorda molto del fine serata. Ma di tafazzate non ne ha fatte, almeno così pare.
Saranno le 2. Saremmo finalmente pronti per uscire e vedere Coimbra con la luce del sole quando vedo Edo tastarsi compulsivamente ogni centimetro quadrato dei propri vestiti. Cellulare? Perso, per dirla con Alan Tonetti.
Gio allora allora si sente meno solo, e si vendica degli insulti ricevuti in precedenza.

Lasciamo l’ostello. Coimbra è bellissima. La reputo più suggestiva di Porto. Nel tardo pomeriggio dovremmo spostarci verso Évora, ma riesco a convincerli che non ne vale la pena. La carta della vita notturna coimbrense si dimostra vincente, pare.

Prima che faccia buio decidiamo di fare un salto a Conìmbriga, un sito archeologico di una ex città Romana della Lusitania, una ventina di chilometri a sud di Coimbra, sulla antica strada militare romana che collegava Lisbona a Braga. È il sito archeologico romano meglio conservato di tutta la penisola iberica, dice la guida. Altamente prescidibile, diciamo noi.

Torniamo a Coimbra, prenotiamo un’altra notte all’ostello e usciamo a cena. Serata tranquilla, bevo una birra in un bichiere di vetro (evento raro qui) e verso le 3 siamo di ritorno.

La mattina seguente, domenica, decidiamo finalmente di spingerci verso sud, verso Évora. Sulla strada però, ci fermeremo a Tomar per il Convento di Cristo, fondato nel 1160 da Gualdim Pais, gran maestro dei templari. Cappelle, chiostri e sale capitolari decorate in stili ampiamente differenti. Tutto molto bello, davvero.

Sarebbe ora di pranzo ma i kilometri da macinare sono ancora tanti e ci rimettiamo in marcia. Niente di impossibile se potessimo prendere le autostrade. Ma noi non possiamo, per ragione a voi già note.
Dopo un’ora di strade secondarie, con altre quattro davanti, ci rassegnamo e rivediamo i piani.
Incomincia a venirci anche una discreta fame. Così facciamo tappa nell’anonima Santarém. Sia chiaro: comunque meglio di Aveiro.

Da lì proseguiamo verso Óbidos, un borgo cinto da mure merlate, un labirinto di strade acciottolate e di case imbiancate a calce, un gioiellino. Non ci facciamo mancare una ginja, il liquore locale alla ciliegia.

Il sole sta per tramontare. Saliamo in macchina e andiamo verso Ericeira, a neanche un’ora di Lisbona. Il villaggio è una mecca per i surfisti di tutto il mondo, ed è adagiato tra scogliare di arenaria che si affacciano sull’oceano. Probabilmente ci tornerò più avanti, per poterlo apprezzare meglio.
Mangiamo del buon pesce e poi riportiamo la macchina all’aeoporto.

Il weekend su gomma è finito. Su tutto, due cose le abbiamo imparate. Primo: mai pensare di poter girare il Portogallo senza utilizzare le autostrade. Secondo: nelle autostrade non c’è mai nessuno, incontrare una macchina o un tir è cosa rara.

È passato un mese dall’ultimo post. Tra meno di una settimana sarò a Dublino. San Patrick’s Day. Devo aggiungere altro?

Francesinhas, birre e monasteri – primo giorno

Ore 9.30 di una serata ventosa. Stazione degli autobus di Sete Rios. Tra poco il trabiccolo si metterà in moto, alla volta di Siviglia. Orario d’arrivo previsto: 5.45 di mattina. E senza wi-fi, sarà dura.
Ma questo viaggio ve lo racconterò più avanti, forse. Ora scriverò di un altro.

Finiti gli esami, aspettando l’inizio delle lezioni, si decide di organizzare una tre giorni per le Beiras, Estramadura e Ribatejo, regioni tra Lisbona e Porto. Partenza venerdì presto, ritorno domenica dopo cena. Siamo in tre: io, Giovanni e Edoardo.

Ci si vede alle 7.30 ad Alameda, così per le 7.45 circa siamo in aeroporto, sbrighiamo il carteggio e per le 8 partiamo. Ok per tutti? Sì.
Ore 7.30. Edoardo non pervenuto. Gli telefono. Non ha sentito la sveglia, dice. Incominciamo bene.
Io e Giovanni intanto prendiamo possesso della macchina e diciamo ad Edo di vedersi a Campo Grande, vicino allo stadio dello Sporting.

Gio: “Filo lo prendiamo il dispositivo-tipo-telepass?”, “per me possiamo anche no prenderlo, come vuoi te” rispondo. Segnatevi questo dialogo, ci tornerà utile più tardi.

Ci perdiamo quelle 4 volte nel giro di 2 minuti ma poi arriviamo. Vediamo arrivare Edo da lontano: trolley, camminata lenta e rilassata, champagnino in mano.

Si parte. Neanche un’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Un’altra mezzora buona prima di capire che strada fare, con il TomTom che insisteva nel volerci far fare l’autostrada. O almeno noi così pensavamo.
Primo sfogo: per quale motivo mi mandi in autostrada se ti dico di evitare le strade a pedaggio? Per dio. Virgola. Cazzo. Punto.

Percorriamo strade strette, sulle quali è impossibile macinare kilometri velocemente. Il Portogallo rurale. Prescidibile, almeno di primo acchito.
Poi all’improvviso ci troviamo su un’autostrada. Una decina di chilometri poi usciamo. Strada normale per pochissimo, poi un altro pezzo di autostrada. Più cara quella italiana, così ad occhio.

Arriviamo ad Alcobaça, prima tappa. Attirati dal Mosterio de Santa Maria de Alcobaça, di cui avevamo letto buone cose. Entriamo nella chiesa: la combinazione tra l’ambizione gotica mischiata all’austerità cistercense ci colpisce all’istante.
Visitiamo il chiostro, il primo di una lunga serie in questa breve roadtrip. Apprezziamo lo stile manuelino del secondo piano, qualche foto a caso da parte dell’Edoardo e siam pronti per partire.

Tappa successiva? Batalha.
Anche qui, come ad Alcobaça, l’unico motivo d’interesse è rappresentato dal monastero.
All’esterno, è un tripudio di pinnacoli e parapetti, archi rampanti e balaustre, finestre scolpite in stile gotico e gotico fiammeggiante.
Varcata la soglia, “si è subito trasportati in un altro mondo, dove la roccia massiccia è stata lavorata in forme delicate come fiocchi di neve e flessuose come una corda intrecciata”. Ecco, forse Gregos Clark – uno delle penne della guida – i fiocchi di neve li aveva visti in altre forme. Intendiamoci, tutto molto bello ma niente di epico come lasciava presagire.
Passiamo poi al Claustro Real e al Claustro de Dom Alfonso V. Belli ma le vere perle sono le Capelas Imperfeitas, cappelle prive di tetto. Suggestive.

Prima di riprendere il viaggio, compriamo della broa de milho (impastata con farina di mais e grano saraceno: buona ma forse andava accompagnata a una fetta di prosciutto o simili), così, per fermare lo stomaco.

Siamo diretti ad Aveiro. Andremo a mangiare una francesinha al Mesa 7, uno dei migliori in zona secondo il portale francesinhas.pt.
Mettiamo l’indirizzo sul TomTom. Pronti. Via.

Neanche 20 minuti e prendiamo a nostra insaputa un’autostrada. Alla Scajola. Non ce ne accorgiamo finché un dispositivo non meglio identificato attaccato al cruscotto emette un bip. Usciamo appena possibile.
Sì, lo so, non ci avete capito niente. Ora vi spiego, anzi mi sfogo (per la secondo volta): qui in Portogallo, nella maggior parte delle autostrade c’è la possibilità di pagare brevi manu, mentre in altre o hai questo dispositivo-tipo-telepass o semplicemente non puoi percorrerle. Quando si dice: cose a caso. Ma veramente a caso. E senza senso.

Vi ricordate lo scambio di batture citato all’inizio? Bene, non avendo il dispositivo-tipo-telepass incorriamo in una simpatica multa da 79 euro (fortunatamente non ancora addebitata, ndr).

Manca poco. Siam carichi per ‘sta francesinha. Manca 1 km all’arrivo, siamo nella zona residenziale di Aveiro ma ci fidiamo. 300 metri, 100 metri, arrivo. L’edificio più vicino è una scuola e a meno che il posto che cerchiamo non sia la mensa scolastica, abbiamo sbagliato.
Ci accorgiamo di aver scritto l’indirizzo scambiando una ‘z’ per una ‘s’. Correggiamo fiduciosi. Pochi minuti alla nuova destinazione. Riusciamo a fare addirittura meglio (o peggio, se preferite): ora siamo in mezzo al nulla. Che non è il solito modo di dire, siamo proprio in mezzo al nulla. Volano delle madonne a caso, alcune rivolte al TomTom, altre, appunto, a caso.

Non senza rimpianti, decidiamo di far rotta verso il centro di Aveiro e mangiare dove capita. Parcheggiamo. Mi viene la brillante idea di intaccare i miei preziosi megabytes Moche e chiedere aiuto a Google Maps. Come al solito, apporto provvidenziale della Mela: giungiamo in pochi minuti a piedi all’agognata meta.
Il posto è vuoto ma c’è da dire che sono anche le 4 del pomeriggio. Francesinha per me e Gio, qualcosa di vegetariano per Edo.

Arriva. Qui una foto dall’alto.
Definirla gustosa è azzardato. Quella cosa rossa nella quale è immersa ha un sapore forte che tende a coprire gli altri. Difficile dare una valutazione oggettiva non avendo un metro di paragone. Gio invece ne aveva provata una a Lisbona: inferiore a questa, afferma.

Per capire cos’è una francesinha e come dovrebbe essere fatta una buona, leggere qui e qui.

In definitiva, direi che è un piatto che va provato. Ne mangiamo tante di porcate nella nostra vita. Questa almeno è una porcata originale.
E poi era tanto tempo che non finivo qualcosa al ristorante. Un buco in più alla cintura ci stava, due mi sembravano eccessivi.

Ci sarebbe piaciuto vedere cosa aveva da offrire Aveiro. Il problema è che non aveva nulla da offrire. Città anonima, a tratti kitsch, quasi imbarazzante.
Leggiamo che alcuni la chiamano, senza pudore, la ‘Venezia del Portogallo’ e ci viene la pelle d’oca. C’è una canale, dico un canale. Conto tre moliceiros – le gondole dei poveracci. C’è perfino un palazzo in stile art nuveau che si affaccia sul canale.
Non c’è nient’altro. Giuro. Incomincia a piovere, forte, a vento. Decidiamo che possiamo anche andarcene. 15 minuti sono stati decisamente troppi.

Sulla via di Coimbra, a un’oretta di macchina, Gio schernisce quel cane di Clark (quello dei fiocchi di neve per capirsi) con un “alcuni definiscono Venezia l’Aveiro italiana”. Si sdrammatizza.
La decretiamo all’unanimità la città più brutta di sempre. E non c’entra la pioggia fastidiosa, ve lo assicuro.

Ci sistemiamo in ostello. Bellissimo, posizione ottima nella parte alta della città. Dalla finestra ci godiamo la cattedrale Sé Velha.
Appoggiamo le cose e poi usciamo subito. Edo e Gio hanno fame così vaghiamo un po’ alla ricerca di qualcosa che ci ispiri . Si fanno quasi le 10, così chiamo Margherita – una ragazza italiana conosciuta qualche anno fa a Siena ed ora in erasmus a Coimbra. Mi faccio consigliare un posto e lei mi manda in una taverna nella parte bassa della città. Non sprecherò aggettivi per descriverla. Il video che segue vi darà un’idea dell’aria che si respirava.

La serata continua in un bar a trenta metri dall’ostello. Birre come se piovessero. Tequila a caso. Si fa una certa, neanche troppo tardi, tipo le 3, e vado a casa. Mi addormento in 5 secondi netti.
Il fine serata degli altri due compagni di viaggio lo conoscerò solo la mattina seguente. E sarà un finale interessante.

Ora però sono stanchino, gli altri due giorni ve li racconto un’altra volta, cercando magari anche di essere più didascalico.

Saluti da Siviglia che, nonostante le montagne di spazzatura per le strade, è bellissima.

Vi prego, il complotto no

Ora che ho finito gli esami del primo semestre, ora che sono in vacanza, fatemi dire due cose sul caso del momento: gli italiani momentaneamente all’estero per motivi di studio (su tutti il progetto Erasmus) che non potranno votare alle prossime elezioni politiche del 24 e 25 febbraio. Secondo le disposizioni del Decreto del Presidente della Repubblica numero 226 del 22 dicembre 2012, infatti, alle prossime elezioni potranno votare all’estero i cittadini italiani appartenenti alle forze armate e di polizia impegnati in missioni internazionali, i dipendenti di amministrazioni dello Stato temporaneamente fuori dal Paese e professori e ricercatori in trasferta, tutti per motivi di servizio. Gli studenti, invece, potranno esercitare il loro diritto solo se iscritti all’Aire – Anagrafe Italiani Residenti all’Estero. Ma l’iscrizione è possibile se la residenza copre periodi superiori ai dodici mesi. Periodo che nessun studente Erasmus trascorre solitamente lontano dal proprio paese. Quindi, ad oggi, o ci compriamo un biglietto a/r per il Bel Paese, oppure non potremo votare. Questa la storia, in soldoni.

In questi giorni d’inchiostro sul tema se ne è utilizzato molto, a mio avviso troppo. Ne sprecherò un po’ anch’io, per par condicio.

Il primo articolo sull’argomento che mi trovo sotto mano è questo di Valerio Valentini pubblicato su byblu.com il 16 gennaio. Dopo averci spiegato come stanno le cose, il Valentini afferma perentorio: “È chiaro, allora, che quella di impedire il voto degli studenti impegnati nelle università straniere è una scelta consapevole e reiterata.”. Un ragazzo, evidentemente un fine analista politico ed esperto di flussi elettorali, commenta rincarando la dose: “E’ normale!!!! Sono i giovani che potrebbero pericolosamente votare 5stelle e rimandare definitivamente questi zombie nelle loro catacombe.”. Un complotto insomma, non c’è dubbio.

M’imbatto poi su un gruppo Facebook creato da alcuni studenti Erasmus sparsi per l’Europa par far sentire la propria voce e darla a tutti coloro che “la legge italiana esclude dal diritto di voto”. “Ogni studente italiano che non potrà andare a votare rappresenta l’ennesima ferita alla nostra democrazia” continuano, “l’invito è quello che ognuno esprima il proprio pensiero in modo pacato, condivida con gli altri possibili informazioni utili ed inviti tutti gli altri studenti italiani all’estero che conosce a partecipare. Facciamo vedere quanto siamo numerosi!” concludono.

Alessandra Carucci (da Darmstadt, Hessen) ha l’idea del secolo e pensa bene di postarla nella bacheca del suddetto gruppo: “Ragazzi come dicevo a una mia omonima Alessandra ho scritto alla Littizzetto! Ho notato che ultimamente i comici vengono ascoltati più dei politici e seguiti più dei giornali…magari funziona!! ;)”. Funzionerà di sicuro. Fortuna che c’è Alessandra che è viva e lotta insieme a noi.

Nicola Pansera (da Siviglia) invece si complimenta con i creatori del gruppo per poi iscriversi anche lui al ‘festival del complotto’: “Per fortuna c’è chi si è preso a cuore la situazione degli studenti Erasmus. L’Unione Europea infatti, onde evitare che situazioni del genere si possano ripetere in futuro, ha deciso di tagliare i fondi al progetto Erasmus.”. “Dove finiremo?” conclude apocalittico.

Salviamo l’Erasmus – Un mio vecchio articolo in difesa del progetto Erasmus

Sul gruppo vengono raccolti anche gli articoli dei maggiori quotidiani nazionali (per altro prescindibili) e post di vari blog e testate online.
Sul web potrete trovare anche alcuni video sul tema: alcuni imbarazzanti (come questo), altri simpatici, come questo qui di seguito.

Ora, lungi da me l’idea che mobilitarsi affinché venga rispettato un nostro diritto – sancito all’Art. 48 della nostra Costituzione – sia qualcosa da condannare o qualcosa di inutile. Credo però che le teorie complottiste c’entrino poco o niente con questa storia. Ci troviamo semplicemente davanti alle solite cose fatte ‘all’italiana’, ad una classe politica inadatta e ad un governo di tecnici sulla stessa lunghezza d’onda.
Non mi stupirei infatti se buona parte di questi figuri non sappia cosa sia il progetto Erasmus – o altri progetti europei simili.
La sola notizia circolata nelle ultime ore, secondo la quale una possibile soluzione al problema potrebbe essere un rimborso di circa il 70% del viaggio di rientro in Italia per votare, confermerebbe la mia tesi.

Ma adesso è arrivato il momento dell’autocritica. O forse no.
Era ottobre, pieno clima elettorale pre-presidenziali americane, ed io ed il buon Giovanni (anche lui qui a Lisbona in Erasmus) parlavamo di primarie del centro-sinistra e delle politiche che si sarebbero tenute nel 2013. Ci aspettavamo, quasi pretendevamo di votare alla primarie dall’estero; ma allo stesso tempo eravamo consapevoli che non avremmo potuto votare in primavera (sì, al tempo non si pensava che B. avesse fatto una delle sue porcate).

La domanda che mi son posto in questi giorni è quindi la seguente: è normale che mi fossi rassegnato (e forse lo sono tuttora) all’idea di non poter votare, tant’è che valutavo se tornare in Italia o meno solo per la tornata elettorale? Sono così vecchio dentro? Può essere.
Però lasciatemi nutrire qualche perplessità su tutti quei ragazzi che scoprono a metà gennaio che non potranno votare, e che si dicono indignati. Dov’erano qualche mese fa?
Non ci si può interessare res publica a giorni, anzi mesi alterni. Troppo facile ragazzi.

Detto questo, è innegabile che il non poter votare dall’estero costituisce un vulnus democratico (e qui mi inimico Beppe Severgnini) per il nostro pease. In quasi tutte le democrazie occidentali funziona diversamente e votare dall’estero, anche se si è semplicemente in vacanza, è un gioco da ragazzi. Satu, una mia amica finlandese, è stata chiamata a rieleggere il Consiglio Comunale di Helsinki il 28 ottobre scorso. Le chiedo di spiegarmi come funzionava: “the voting ticket was sent to my home in Finland, and my dad took it with him when he came visiting, then we went to the embassy to vote. By the way, you don’t actually need the ticket, just your ID”.

Quanto è durata la cosa? “It was very fast, there was no one there at the time so I’d say less than 10 min”. Perché sia chiaro, nessuno prentende il seggio sotto casa. Se mi dicono di andare in ambasciata ci vado senza problemi, e sto in fila anche quattro ore. Poi ovvio ci sarà il classico italiano che si lamenterà, definendosi ‘indignato’ nell’aspettare tutto quel tempo. Ma io non appartengo a quella categoria, per fortuna.

Un’altra ragazza, Jenny, mi spiega come ha votato per le presidenziali americane dello scorso novembre: “Voting was very easy for me; it took less than 30 minutes. All I had to do was print the ballot, fill it out, and fax or mail it to the address of my city of residence (California). They even sent instructions to my email address with a reminder to vote and resources. The only thing is that it isn’t an anonymous vote like the others.”.
Semplice, veloce. Basterebbe copiare dagli altri. Da chi sa fare meglio di noi.

Se volete, potete firmare questa petizione al Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri per chiedere di garantire il diritto di voto agli Studenti Erasmus e agli italiani temporaneamente all’estero. Sappiate però anche che Cancellieri venerdì ha dichiarato: “Purtroppo non potranno andare al voto perché proprio tecnicamente non è possibile, in quanto per potere essere elettori bisogna essere iscritti nelle liste elettorali dell’Aire e non sono previste per chi sta all’estero da meno di un anno. E poi non ci sono i tempi tecnici per istituire delle liste elettorali. Ci vorrebbe una legge ad hoc che non è mai stata fatta”.
Forse occorrerebbe spiegare al Ministro che ci vorrebbe una legge ad hoc solo perché non si è ha avuto l’attenzione di includere la nostra categoria nel decreto dello scorso 22 dicembre.

Intanto però Monti – vecchia volpe, politico navigato ormai – spinge affinché si possa trovare una soluzione. Domani (22 gennaio), presumibilmente dopo il Consiglio dei Ministri, avremo una risposta.

Nell’attesa, vi lascio con questa perla assoluta di Matteo Bordone su Instagram (da notare la didascalia, non la foto, ovviamente).

Bordone su diritto di voto per Erasmus