Verso Porto

Un autobus per Porto. Compagni di viaggio a torso nudo nonostante l’aria condizionata. Dei bagagli, tanti bagagli, troppi bagagli.

Ho lasciato Lisbona poche ore fa. Sicuramente ancora non me ne rendo conto. Ed auspicabilmente anche i prossimi giorni tra Porto, Bologna e Pesaro, passeranno veloci.

Ma prima o poi arrivverà quella mattina in cui mi sveglierò e vorrei andare da Corinto insieme a Giovanni. Non tanto per farsi una bica ed una pasta, ma piuttosto per vedere ed ascoltare il barista più triste di tutta Avenida Almirante Reis. Aspettando un suo “então foi…” al quale avrebbe quasi sempre seguito “e mais?”. Piccole cose, ma in fondo grandi. Routine fino a stamattina, il passato d’ora in poi.

Arriverà quel pomeriggio in cui vorrei passare dei minuti solo a decidere in quale miradouro andare a vedere il tramonto. Arriverà sicuramente.

Ma ora non ci voglio pensare. Avanti con questi ultimi giorni in Portogallo.

Che poi, a pensarci bene, il sole tramonta anche in Italia.

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Che strano

L’addio di poche ora fa, a Pablo, è stato diverso dagli altri. Forse perché questa volta parto anche io.
Quando ci rivedremo? Bella domanda. Un abbraccio, poche parole. Facendo finta che fosse un fine di serata qualunque. Sapendo di mentire a noi stessi.

Torno a casa. Mi stendo. Inizia un film. Parla più o meno degli ultimi dieci mesi della mia vita. È un film malinconico. Alcune lacrime.

Domani lascio Lisbona. Lei difficilmente lascerà me. E mi costringerà a tornare. Presto. Spero.

Mancano ancora pochi giorni però. A Porto. Prima di tornare. Voleranno, già lo so.

Lisbona. Mancherai. Tanto.

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Lisbona è bella

Non era certo la prima volta che sfogliavo una guida turistica del Portogallo. Ma era la prima che, forse, mi fermavo su Lisbona. Che dire, mi mancano quasi tutti i musei, tra i quali il Museu do Azulejo, quello del fado, e il Museu da Marioneta. Insomma, tutti hanno in comune almeno una caratteristica: il fatto di essere altamente prescindibili.
Una visita al giardino botanico di Belém forse varrebbe la pena, perdersi per qualche quartiere poco conosciuto anche.

Lisbona non è immensa e dispersiva come lo può essere Londra o Parigi. È una capitale europea anomala. La si può girare a piedi, sempre che non si abbiano tempi stretti o rigide tabelle di marcia da seguire.

Dopo dieci mesi, mi piace sapere di poter andare nel posto giusto al momento giusto. A seconda del mio stato d’animo, del momento della giornata, so che posso andare in quel posto lì, e tutti i pensieri se na vanno. Almeno per un po’.
Che sia sul Tejo, di notte, la luna alta in cielo, il ponte illuminato a festa sullo sfondo. Che sia al tramonto, nel miradouro vicino a casa, e la città, in un attimo, ti sembra tua.

Perché Lisbona è strana. È quel tipo di città nella quale vorresti vivere, perché sai che potresti stare bene. È quel tipo di città che ti fa pentire troppo spesso di non aver portato la macchina fotografica con te. Perché quello scorcio, quella strada, quel viale alberato, li hai visti cento volte, e cento volte vorresti fotografarli.

Perché qui, anche i container sono belli.

Tramonto a Lisbona

Salviamo l’Erasmus!

Erasmus è una nuova città, nuovi amici, una nuova vita. Erasmus è cavarsela da soli, è l’aiuto di un tedesco appena conosciuto, è dover parlare un’altra lingua – almeno – oltre all’italiano. Erasmus è diventare matto per compilare il Learning Agreement, è tanta burocrazia con la speranza di poter dire un giorno: “sì, ne è valsa la pena!”.
Sono in Portogallo da poco più di un mese: sono solo all’inizio di quest’esperienza ma forse qualcosa l’ho già capita e proverò a trasmettervela.

Atterro a Lisbona in una calda serata di fine agosto. So che qualcosa di nuovo sta iniziando, un’altra pagina della mia vita verrà scritta. Ma non me ne rendo ancora conto.
Vado in ostello, il giorno seguente inizio a cercare una casa, un’odissea per molti studenti erasmus. Poi le prime conoscenze, le prime feste, le prime difficoltà con una lingua tremendamente complessa seppur vicina all’italiano. L’inglese risolve però la gran parte dei problemi, non temete.

Il Portogallo non è la Svezia, è risaputo. La mia università portoghese risulta però comunque più organizzata dell’Università di Bologna. Anche il metodo d’apprendimento è differente: classi poco numerose, rapporto studente-professore, compiti per casa. Pensi per un attimo di essere tornato al liceo. Ma è solo un sogno dal quale mi sveglio quando, al secondo giorno di lezione, mi ritrovo a fare una presentazione sulla condizione delle coppie omosessuali in Italia; davanti a me, una classe attenta, silenziosa. Inizio a parlare, la voce mi trema, poi si schiarisce. Di cose da dire ne ho tante, provo a essere il più imparziale possibile ma non credo di riuscirci dato l’argomento che devo trattare. Alla fine sembrano tutti soddisfatti. Torno al posto, sorridendo sotto i baffi, che non ho.

Le giornate non scorrono in maniera diametralmente opposta a quelle trascorse per due anni a Bologna. Corsi, pranzi frugali, il riordinare gli appunti ogni tanto, spesa proletaria, birre della buona notte. Le stesse cose. Il tutto però è elevato al quadrato, forse al cubo. Sarà forse che si respira un’aria internazionale, e non solo all’interno dell’università, sarà dover prendere la metro invece che la bici per andare a lezione. Sicuramente c’è dell’altro, qualcosa di complesso da spiegare a parole, che vi auguro di provare sulla vostra pelle, di viverlo in prima persona.
Ve lo porterete dietro tutta la vita.

Erasmus è tante cose, alcune bellissime, altre meno. Non è certo tutto rose e fiori. Come ogni esperienza lontano da casa dopotutto. In poco più di un mese sono riuscito a infortunarmi giocando a basket con dei compagni di università (e le colline di Lisbona non sono simpatiche da scalare in stampelle!), sono stato buttato fuori di casa in seguito a una torbida storia. Ora dormo su un divano a casa di un’amica sperando che quando leggerete questo pezzo avrò di nuovo un tetto sopra la testa.
Queste e tante altre storie provo a raccontarle sul mio blog, forse più un diario di viaggio. Pensavo di non aver mai avuto la costanza di farlo e invece l’ho trovato tremendamente naturale e divertente. Mi piace l’idea di razionalizzare e condividere alcune esperienze, e farlo per iscritto è forse la cosa migliore.

Sarebbe giusto spendere qualche parola in favore del progetto Erasmus che compie 25 anni quest’anno. Ma non lo farò. Penso che dalle righe qui sopra già si possa capire che chi solo abbia pensato di abolirlo non sappia di cosa stia parlando. Perché quando sei in Erasmus rimani quel che sei, rimani italiano, pesarese nel mio caso, ma in più diventi qualcos’altro. E penso che tutti dovrebbero avere la possibilità di diventare quel qualcos’altro. Per questo dico, e continuerò a dire, giù le mani dall’Erasmus!


In foto la compagna Judith, che vive e lotta insieme a noi.

Quello che ho capito del Kongeriket Norge

Come promesso, eccomi qui a cercare di buttare giù qualche riflessione scaturita dal tempo passato a stretto contatto con quattro ragazze norvegesi. Mi muovo lento sulla tastiera, forse per la prima volta da quando ho incominciato a tenere questo diario di viaggio. Sarà perché è sempre difficile mettere nero su bianco le proprie sensazioni, sarà perché so che vorranno sapere cosa ho detto di loro. Non fraintendetemi: non che voglia scrivere delle falsità o delle cattiverie, semplicemente mi dispiacerebbe urtare la loro sensibilità. Ok, mi piace mettere le mani avanti. Ora però inizio a scrivere qualcosa, giuro.

Inizio dai nomi: Hanne, Ingeborg, Lisbeth e Silje (sì, lo ammetto, di quest’ultimo ho dovuto controllare lo spelling). Dirò fin d’ora che ho passato la maggior parte del tempo con Ingeborg e Lisbeth poiché Silje si è fatta una dieci giorni in Norvegia mentre Hanne è stata per una settimana impegnata col suo fidanzato, dormendo in hotel. Ah, il potere d’acquisto norvegese.

Da sinistra a destra: Hanne, Silje e Ingeborg
Ingeborg e Lisbet, aspettando la metro

Tra di loro parlano norvegese, ma non lo stesso norvegese. Dovete sapere infatti che esso è diviso in due differenti forme scritte: il bokmål e il nynorsk. Nel titolo del post ho utilizzato la prima, ma usando la seconda non sarebbe stato troppo diverso: Kongeriket Noreg, (difficilmente però sono sempre così simili). Nelle scuole vengono insegnate entrambe ma, mentre la prima è utilizzata dall’85% della popolazione, la seconda solo dal 15%. In realtà però quasi tutti conoscono entrambe. Oltre a comprendere danese e svedese. Semplificando, nella parte est del paese, quella confinante con la Svezia, la lingua parlata è il bokmål. Mentre nel Vestlandet, la regione bagnata dall’Oceano Atlantico, e alcune contee limitrofe si parla il nynorsk. Che poi è la lingua parlate da tutte tranne Ingeborg, che abita, appunto, a un centinaio di chilometri a nord di Oslo. Ognuna ha inoltre un proprio dialetto: non voglio immaginare le difficoltà di un immigrato in Norvegia. Ovviamente parlano anche un inglese fluente, e senza accenti. Tempo fa qualcuno propose di rinunciare al norvegese come lingua ufficiale a favore dell’inglese. Ma non se ne fece niente: identità nazionale, difesa delle proprie radici, solite storie. Per essere un paese di 5 milioni di abitanti e infinite lingue (ah, ho dimenticato il sami e il finlandese) parlate, non sarebbe stato forse una cattiva idea. IMHO, s’intende.
Qui di seguito Lisbeth alla prese con uno scioglilingua italiano.

Veniamo al cibo. Mi dicono che in Norvegia è normale cenare verso le quattro del pomeriggio e poi, se si ha ancora fame, fare uno spuntino in serata. Fortunatamente spesso finiamo le lezioni alle sette, e così si cena a un orario decente. Non hanno piatti piatti tipici degni di nota, e pure loro non ne fanno un segreto. In compenso però sembra non riescano a stare senza i loro sapori (sic!) e così hanno fatto la scorta di cioccolate (molto buone per carità), caramelle gommose, zuppe al pomodoro liofilizzate (di dubbia qualità, sicuramente niente di introvabile qui a Lisbona), brunost (un formaggio di capra caramellato di colore marrone), la lista continuerebbe ma mi fermo qui. La cosa mi stupisce perché se io, da buon italiano quale sono, posso fare a meno dei sapori del Bel Paese senza troppi problemi, allora possono farlo tutti. Evidentemente mi sbagliavo. Ovvio, se i miei genitori mi regalano del Parmigiano Reggiano da due 2kg abbondanti, non rifiuto ma accetto volentieri.

Ah, vanno anche pazze per lo snus, ma ne avevo già parlato qui.
I norvegesi non hanno una cucina tipica consolidata e quindi, un po’ come gli americans, amano sperimentare cucine etniche e ricetta dal mondo. Legittimo, più che legittimo direi. La situazione acquista però tratti grotteschi quando mi dicono che negli ultimi anni, soprattuto tra le famiglie appartenenti alle fasce più povere della popolazione, si è diffusa la frozen pizza come piatto principale al pranzo di Natale. Loro ci ridono su, io nascondo goffamente tutta la mia incredulità e il mio sgomento. In realtà anche loro sono preoccupate da questa tendenza, mi rivelano successivamente.

Sono ragazze molto attente, interessate a cogliere le dinamiche sociali che le circondano. Questo forsè è dovuto anche e soprattutto a ciò che hanno studiato alla triennale, e al master cha stanno seguendo qui in Portogallo, International Programme on Family Social Work and Social Policy il nome preciso.

Hanne ed Ingeborg dicono di me che ascolto molto e parlo poco, ma che forse con i miei amici questo non avviene. In fondo, qualche mia carta l’hanno scoperta anche loro. È sempre piacevole chiacchierarci, ho sempre modo di conoscere un punto di vista dal mio, ma allo stesso tempo ho costantemente l’impressione che ci sia qualcosa che non mi vogliano dire. Mi dicono che non è così. Forse sono semplicemente diverse dall’italiano medio, pesano le parole, non le sprecano.
Da loro forse dovrei imparare il rispetto per le regole, la puntualità e l’organizzazione. Ma questi sono stereotipi, mi farebbero notare. Ed avrebbero ragione, non è giusto (e forse neanche possibile) incasellare le persone. Perciò mi limito e limiterò a scrivere quello che vedo e vivo; qualche volta provando anche a togliere gli occhiali di Filippo Galeazzi, per osservare le cose senza filtri. Difficile ma non impossibile.

Gli argomenti trattati sono stati tanti, alcuni molto tecnici, altri scanzonati. Probabilmente avrei altro da raccontarvi ma credò lo farò un’altra volta. Nel complesso un’altra esperienza (nell’esperienza) che porterò con me per sempre.

Questi sono stati e saranno giorni di lezioni, studio, presidenziali americane, e primarie italiane. Non sempre in quest’ordine, purtroppo o per fortuna.
Ora scrivo da Rua de Olival, dalla mia nuova casa. Abito con due ragazzi messicani, Gonzalo e César – per tutti Chicharo. Ma questa, come già avrete immaginato, è un’altra storia. Appena iniziata.

P.S. Forse qualcuno di voi si sarà chiesto dove abbia dormito durante il periodo dalle ragazze norvegesi. Ebbene, avevo una stanza tutta per me, la più grande della casa. Ricevendo quasi 1000 euro di borsa al mese (una parte dall’Unione Europea e un’altra più sostanziosa dal proprio governo – sotto forma di prestito d’onore, va detto), hanno pensato bene di affittare una casa con una camera in più, per gli ospiti.
Ah, di nuovo, il potere d’acquisto norvegese.

That’s life, buddy

Avrei voluto raccontarvi del dibattito con Estelle e Elsa sul sistema universitario francese: ottusamente elitario secondo Elsa che ha infatti deciso di sottrarsi alla farsa, così dice lei, dei test d’ingresso, preferendo trasferirsi in Belgio, precisamente a Bruxelles, per studiare architettura.

Avrei voluto raccontarvi della cena brasiliana cucinata da Fernanda e Nayara. Che poi propriamente brasiliana non era causa scarsa reperibilità delle materie prime, ma deliziosa lo era ugualmente.

Avrei voluto raccontarvi che anche qui sono riuscito a trovare degli studenti italiani che si dicono di sinistra ma che alla domanda su chi voteresti alla primarie rispondono: “quali primarie?”. No, forse questo avrei preferito non raccontarvelo.

Vi devo raccontare invece quello che ho passato negli ultimi tre giorni. In realtà non mi va di parlarne ma qualcosa la dirò ugualmente.
Da oggi, ufficialmente, sono sono senza una casa. Sono stato sbattuto fuori di casa perché, secondo la proprietaria, non ho pagato l’affitto. Non entrerò nei dettagli anche se so che qualcuno di voi potrebbe essere curioso. So che la storia può sembrare assurda, allucinante, perché di fatto lo è. Vi chiedo però di non farmi ulteriori domande perché il solo parlare di questa storia mi darebbe la nausea. Certo, più avanti, a mente fredda, ne parlerò, magari anche qui.
Per ora posso dirvi che non ho messo da parte l’orgoglio nè calpestato la mia dignità. Altrimenti sarei potuto stare ancora in questa casa. Ma a quale prezzo? Un prezzo troppo alto: l’ammettere di aver fatto qualcosa (di molto grave) che non ho fatto.
Mi sembra di aver vissuto un film, uno di quelli in cui il protagonista viene incastrato da qualcuno più in alto di lui, si trova in mezzo a qualcosa più grande di lui. Ma non può fare niente perché, pur sapendo di essere innocente, non può dimostrarlo.
Il film non è ancora finito, forse. Io intanto mi posso consolare sapendo che i miei coinquilini si fidano di me, mi credono una brava persona. Ma non basta, ovviamente.


Questa è la panqueca con cioccolato e kiwi fatta con passione dalla ragazze brasiliane per la mia partenza (poi rimandata). Mancheranno. Come mancheranno Anna, Antonio, Elsa, Estelle e Martina. Non credo però sarà un addio, piuttosto un arrivederci.
Ora bivaccherò da amici o nel divano di questa stessa casa finché non troverò di nuovo un tetto.

Una compagna di università qualche settimana fa mi scrisse che il mio diario le piaceva perché non era insopportabilmente entuasiastico. Lì per lì non gli diedi troppo peso. In questi ultimi due giorni però ci ho riflettuto a lungo: molti vorrebbero essere al mio posto, in una bella città, a studiare, a divertirmi, a conoscere ogni giorno gente nuova, a stabilire contatti, relazioni, perché in fondo l’erasmus è questo, essere ambasciatori per il proprio paese in missione in un paese europeo. Allo stesso tempo la vita lontano da casa è faticosa, complessa, può essere frustrante a volte. Cose che già saprete, forse. Io credo di averne passate tante in questo primo mese, tra ginocchi mal messi e bonifici fantasma, e ora quest’altra brutta storia.

Ora però la vita va avanti. Alla ricerca di un’altra casa, alla ricerca di nuove avventure.

Bacalhao ed Spd

Avviso ai naviganti: sì, il ginocchio va meglio, semmai ve lo chiedeste. Cammino con una stampella ma a breve lo farò senza.
Vediamo, è qualche giorno che non scrivo qualcosa. Eravamo rimasti alla cena portoghese di venerdì, giusto?
Calcolo male i tempi di percorrenza: errore madornale sopratutto se si cammina per la prina volta con una sola stampella. Alla fine arrivo, quasi un’ora di ritardo, trafelato, ma arrivo. Gli altri mi propongono di ordinare per me, ma ho voglia di sfogliare il menù così declino. Prendo un bacalhao cozido com feijão-frade e batata cozida: non è certo il piatto che m’ispira di più, però va provato. Dopo tutto sono a Lisbona: la leggenda narra che esistano più di cento ricette per cucinarlo. Temevo di mangiare in solitaria ma fortunatemente tutti i piatti arrivano in simultanea. Sarò sincero: non mi fa impazzire, lo trovo abbastanza anonimo, insapore. Forse perché è semplicemente un pesce bollito? In ogni caso, il salmone alla piastra ordinato dalla ragazza di fianco a me sembra ed è prelibato. Anche altri optano per il bacalhao e non paiono particolarmente soddisfatti. Chiediamo poi la carta dei dolci: infrango la severgninana regola del ‘mai ordinare qualcosa da un menù con foto incorporate’. Ci vedo lungo, anzi lunghissimo. Il mio cheesecake al whisky si scoglie in bocca: Leo, mio vecchio coinquilino in quel di Bologna, parlerebbe di orgasmo alimentare. A ragione, aggiungerei. Ne ordino un’altra fetta, neanche due euro. Alla fine della fiera ne spendiamo nove. Scopro solo dopo che il vinho da casa della casa viene 2,20 € a bottiglia. Forse è meglio così, già barcollo abbastanza di mio ultimamente.

La cena mi dà la possibilità di conoscere meglio Anna, tedesca pingue e mai banale, soprattutto nelle sue analisi politiche. Il padre e il nonno sono due dinosauri dell’Spd, e anche lei rispetta la tradizione di famiglia militando nel partito. Se ne colloca alla sinistra, dice, ma non riuscirebbe a votare per la Linke, di cui apprezza alcune posizioni ma del quale non condivide alcune idee, a suo dire troppo utopiche. Studia Scienze Politiche alla Universität Mannheim e ha condotto il suo ultimo studio sul Piraten Partei tedesco. Me ne parla un po’, molto convincente, altrettanto interessanti alcune delle sue teorie. Nel complesso non lo demonizza, ma non crede sia un partito destinato a durare nel tempo: la politica si fa tra le gente, non solo sulla rete, afferma.
Mi sento in dovere di parlarle di Grillo, poi mi lascio prendere dall’entusiasmo e arrivo a parlarle de ‘er Batman’ e di Bossi, forse spaventandola. Parlavo di dimissioni quando Anna se ne esce col caso Guttenberg: indignata, mi dice di essere scesa in piazza per chiedere le dimissioni dell’ex Ministro dela Difefa tedesco. Siamo alle solite: non posso che annuire sperando che un giorno anche in Italia ci si batterà per chiedere le dimissioni di un politico che ha copiato la sua tesi di laurea.

Non faccio in tempo ad intristirmi che ci dirigiamo verso il Bairro: mille birre con Judith che mi parla della sua famiglia e di Sean Penn. Poi cornetto al cioccolato della buona notte e che mi manda definitivamente al tappeto.

Il giorno della verità

C’è tensione nell’aria. Ma non di quelle da tagliare con un grissino. Una tensione accettabile, controllabile.
Oggi è il giorno della visita di controllo. Sì, non sono ancora passate due settimane ma l’ortopedico riceve solo di venerdì: il prossimo è feriado qui in Portogallo e quello successivo sarebbe stato troppo in là nel tempo.
Non ho grandi aspettative, sono consapevole di aver fatto dei progressi ma so di non poter ancora camminare sulle mie gambe.
Forse non sono ancora a conoscenza delle doti nascoste del buon Antonio Oliveira, ma non credo mi dica: “Filippo, ora alzati e cammina!”.

Fortunatamente questa volta c’è Nayara con me, mia coinquilina brasiliana che mi aiuterà con le domande più difficili.

Il tutto scorre incredibilmente veloce: Oliveira mi fa qualche domanda e poi mi spedisce a fare le lastre. A radiologia non c’è fila, sono il primo. Cose mai viste. Mi dirigo nuovamente in ortopedia, pochi minuti e vengo ricevuto: l’intervento è scogiurato. Il frammento osseo non è dislocato. Ora camminerò con un sola stampella e, quando me la sentirò, senza.
Non dovrò fare della fisioterapia e anche questa è una buona notizia.
Forse troppe per oggi. Aspetterò rassegnato la punizione del karma.

Stasera cena di corso: buona cucina portoghese a prezzi estremamenti bassi, pare. Vi saprò dire meglio più avanti.

Che dire, ora si tratta di tornare lentamente (ma non troppo!) alla vita normale, ricominciare a camminare e magari tornare su un campo da basket presto.
Ma non voglio correre troppo, occorre stare con i piedi per derra. Ed appoggiarli bene, evitando altri infortuni.

Io, lo scheletro e Nayara

Giornate di ordinaria normalità

Son tempi duri. Mala tempora currunt direbbero i latini. Il weekend è passato lentamente, non il più scoppiettante della mia vita oserei dire. D’altronde quando anche cuocere un pizza surgelata diventa un’impresa capisci che forse rubare il posto auto riservato agli handiccapati è da dementi. Sì lo so, sto delirando. Mi fermo qui, perdonatemi.

Altra giornata di battaglia con il sito dell’università, ieri. Complicatissimo districarsi tra i vari orari delle lezioni e posizioni delle aule. Per non parlare poi del Learning Agreement non ancora definitivo. Ma ci sto lavorando su, vedo la luce fuori dal tunnel.
Arrivo a casa alle sette e mezzo. Stremato e affamato. Elsa e Estelle mi propongono di cenare con loro: le piccole gioie della giornata.
Cena frugale come piace a me: baguettes croccanti, svariati formaggi ed affettati disposti con sapienza transalpina su di un tagliere spazioso. Da notare una mortadella stranamente gustosa.
Loro vino rosso, io fedele alla mia Super Bock – la Moretti portoghese, la birra dello studente.
Mi faccio raccontare da Estelle del suo weekend nell’Algarve, la regione più a sud del Portogallo. Tre giorni di delirio, ovviamente.
Pensiamo di guardare un film: io propongo Drive, l’unico in inglese che ho sul computer. Poi però si fa tardi e rimandiamo. Ricevo e ricambio la buona notte.

Mi sveglio alle 9, oggi. Colazione del campione da Dona Rosa, chioschetto sotto casa mia, e poi la solita odissea verso l’università. Pranzo con Giulia, conosciuta al corso di Relações Internacionais. Toscana di Viareggio, simpatica per antonomasia. Molti interessi in comune, tanto di cui parlare.
Poi ognuno a lezione: lei Scienza Politica, io la cara vecchia Sociology of the Family and the Parenthood. Farei volentieri a cambio.
Arrivo in classe in anticipo. Poco dopo arrivano le ragazze norvegesi. Ingeborg mi dice che ha letto il mio blog, e così han fatto anche le altre, mi lascia intendere. Inizialmente penso abbiano guardato solamente le foto, alla Totti, per intenderci. Mi vedono confuso così decidono di tranquillizzarmi dicendo che non si sono sentite offese. Continuo a non capire. Lampo di genio: Google Translate? Ovvio, mi dicono. E si mettono a ridere.

Inizia la lezione. Un’ora circa di lezione frontale. Poi ci dividiamo in gruppi da due. Io sto con Hanne e dobbiamo confrontarci sullo stato delle same-sex couples nei nostri rispettivi paesi. Ora sì che mi diverto, penso. Ma l’entusiasmo nello sparare a zero su tutto e tutti lascia presto spazio allo sconforto nell’ascoltare la situazione norvegese, una specie di paradiso per le coppie omossessuali. Successivamente cerchiamo di schematizzare ciò di cui abbiamo appena discusso poiché da lì a poco andremo ad esporlo alla classe.
A fine presentazione un’americana mi chiede se i pochi diritti delle coppie omosessuali in Italia hanno a che fare con l’influenza della Chiesa nella politica. Perspicaci questi yankees.

Guardo fuori dalla finestra: il cielo è plumbeo, fosco. È la prima volta che lo vedo così da un mese a questa parte. Da lì a poco verrà a piovere, a catinelle. Non accenna a smettere e io incomincio a preoccuparmi per il ritorno a casa. Fortunatemente dopo un’oretta smette. Prima di arrivare alla fermata dell’autobus c’è un tratto di strada in discesa: cammino sul marciapiede di ciottoli levigati dal tempo e dalle intemperie. È scivoloso ma le ragazze norvegesi mi fanno gentilmente compagnia e mi danno manforte. Silje mi dice che i miei post le sono sembrati molto riflessivi. Evidentemente il suo Google Translate fa miracoli.
Le dico che andrò a tradurre il suo, di blog, ma non che sono scettico sulla qualità della traduzione.

Anche oggi si son fatte quasi le otto e sono appena arrivato a casa. Elsa mi ha fatto la spesa: toccherebbe farla santa.
Faccio una doccia, mi scaldo una pizza e guardo gli ultimi minuti di Fiorentina-Juve. Mi bevo una birra con le ragazze ascoltando della musica folk.

Dopotutto, anche da invalido, si può passare una serata sorridendo.

Tim e la pizza

Non sono abituato. No, le stampelle non fanno per me: faccio duecento metri sotto il sole e la t-shirt potrebbe sembrare appena uscita dalla lavatrice.
Ma devo portarle, almeno fino al 28 settembre, giorno della visita di controllo. Lì spero mi daranno nuove indicazioni. Metto in conto di doverle tenere anche oltre quella data ma spero di non dovermi sottoporre a un intervento chirurgico. Farei anche la danza della pioggia se servisse a scongiurarlo.
In caso contrario, dovrei valutare se farmi operare qui a Lisbona o in Italia dal re del ginocchio aka Raul Zini.

Ogni cosa, ogni semplice azione quotidiana è diventata complessa. Ci farò il callo. Quello alle mani già ce l’ho, ça va sans dire.

Ieri non ho avuto lezione, mi son riposato e nel pomeriggio ho accettato l’invito a cena da parte di Caterina. La casa la conosco bene poiché è quella a cui mi sono appoggiato qualche giorno prima di trovare la mia, se ricordate. Esco di casa con largo anticipo, prendo un bus fino a Cais de Sodré e poi un altro che mi porta a Praça Luís de Camões. Da lì in poi non ho scelta: stampelle. Ma sono neanche trecento metri, poco male.

Il menù della serata prevede la pizza. Sono le otto e mezza ma l’impasto ancora non è pronto. Intanto arriva tale Tim, tedesco, e un suo coinquilino spagnolo. Proprio a Tim viene affidato il compito di impastare. Il tempo passa e così decidiamo di buttar su una pasta per fermare lo stomaco. Intanto l’impasto è pronto, lo lasciamo lievitare neanche un’ora e poi stendiamo le pizze. Mentre si cuociono Tim mi racconta un po’ della sua vita: appena diplomatosi decide di imparare un mestiere, quello del carpentiere. Una volta appreso parte per l’Australia. Lì fa mille lavori diversi, dal carpentiere al pescatore, dal raccoglitore di fragole al barista.
Ovviamente non perde l’occasione anche per viaggiare e conoscere quell’immenso paese che è l’Australia.
È poi in quel periodo che inizia a surfare e non è un caso se oggi è a fare l’erasmus qui a Lisboa, con una casa vicino all’oceano.

La pizza non solo è commestibile ma è anche gustosa. Si può far meglio ma non c’è male come primo tentativo.

Poco prima di mezzanotte decido di tornare casa, stavolta in taxi con Anna, mia coinquilina. Siamo alla prima rampa di scale, perdo l’equilibrio, e rotolo giù per cinque o sei scalini. Temo subito il peggio ma fortunatamente non è niente di grave. Mi rimetto i piedi e, scalino per scalino, lentamente, raggiungo porta di casa incolume.

Ora mi aspetta un weekend di riposo e di studio. O forse anche di mare, ginocchio permettendo.