Tenere un blog è complicato

La prima banalità di questo post la trovate nel titolo. Aspettatevene delle altre. Aspettatevi anche delle considerazioni a caso e delle quali nessuno sentiva il bisogno.
Cercherò da qui in avanti, almeno fino al ritorno in Italia, di trovare quella continuità che forse ho avuto solo nel primo mese di vita di questo blog. Mi sono imposto di scrivere post brevi ma più frequenti. Vediamo come va.

Sono le 11.45 di una sera dal sapore strano, con tanti pensieri per la testa. Pensieri confusi, ovviamente. Ma mi è venuta voglia di scrivere.

Gli esami li ho finiti il 3 giugno. Da lì in poi avrò più tempo per tutto quello che ho non ho fatto, ho fatto poco od ho fatto male poiché sotto esame, mi dicevo. E invece eccomi qui, quindici giorni dopo, con le stesse aspettative e gli stessi propositi. Più o meno.
Cosa ho fatto in questi due settimane? Il primo weekend l’ho passato in Alentejo: 2 macchine e 7 amici, delle strade non asfaltate e della pioggia, delle tende e delle sagre di paese, del vino rosso e del churrasco, dei sorrisi e della spensieratezza.
L’Alentejo è la regione più povera del Portogallo, e una delle più povere d’Europa. C’è poco da vedere, molto da sentire, da capire. Non ero mai stato, per esempio, così tante ora in una città come Mértola – che conta poche migliaia di abitanti. Eppure, a mente fredda, ci stava. Un luogo per certi versi affascinante.

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Qui sopra siamo in quello che la Lonely Planet considera una delle cose da vedere assolutamente Portogallo. Si tratta di un cromlech costituito da 95 monoliti di granito smussati, alcuni dei quali presentano delle incisioni simboliche. Sì, esattamente quello che state pensando, sono delle pietre in mezzo a degli ulivi. Niente di speciale. Ma con una maschera da ippopotamo, il sole che lentamente si nasconde dietro la collina e degli amici tutto diventa bello. E anche un po’ speciale.

Francesinhas, birre e monasteri – primo giorno

Ore 9.30 di una serata ventosa. Stazione degli autobus di Sete Rios. Tra poco il trabiccolo si metterà in moto, alla volta di Siviglia. Orario d’arrivo previsto: 5.45 di mattina. E senza wi-fi, sarà dura.
Ma questo viaggio ve lo racconterò più avanti, forse. Ora scriverò di un altro.

Finiti gli esami, aspettando l’inizio delle lezioni, si decide di organizzare una tre giorni per le Beiras, Estramadura e Ribatejo, regioni tra Lisbona e Porto. Partenza venerdì presto, ritorno domenica dopo cena. Siamo in tre: io, Giovanni e Edoardo.

Ci si vede alle 7.30 ad Alameda, così per le 7.45 circa siamo in aeroporto, sbrighiamo il carteggio e per le 8 partiamo. Ok per tutti? Sì.
Ore 7.30. Edoardo non pervenuto. Gli telefono. Non ha sentito la sveglia, dice. Incominciamo bene.
Io e Giovanni intanto prendiamo possesso della macchina e diciamo ad Edo di vedersi a Campo Grande, vicino allo stadio dello Sporting.

Gio: “Filo lo prendiamo il dispositivo-tipo-telepass?”, “per me possiamo anche no prenderlo, come vuoi te” rispondo. Segnatevi questo dialogo, ci tornerà utile più tardi.

Ci perdiamo quelle 4 volte nel giro di 2 minuti ma poi arriviamo. Vediamo arrivare Edo da lontano: trolley, camminata lenta e rilassata, champagnino in mano.

Si parte. Neanche un’ora di ritardo sulla tabella di marcia. Un’altra mezzora buona prima di capire che strada fare, con il TomTom che insisteva nel volerci far fare l’autostrada. O almeno noi così pensavamo.
Primo sfogo: per quale motivo mi mandi in autostrada se ti dico di evitare le strade a pedaggio? Per dio. Virgola. Cazzo. Punto.

Percorriamo strade strette, sulle quali è impossibile macinare kilometri velocemente. Il Portogallo rurale. Prescidibile, almeno di primo acchito.
Poi all’improvviso ci troviamo su un’autostrada. Una decina di chilometri poi usciamo. Strada normale per pochissimo, poi un altro pezzo di autostrada. Più cara quella italiana, così ad occhio.

Arriviamo ad Alcobaça, prima tappa. Attirati dal Mosterio de Santa Maria de Alcobaça, di cui avevamo letto buone cose. Entriamo nella chiesa: la combinazione tra l’ambizione gotica mischiata all’austerità cistercense ci colpisce all’istante.
Visitiamo il chiostro, il primo di una lunga serie in questa breve roadtrip. Apprezziamo lo stile manuelino del secondo piano, qualche foto a caso da parte dell’Edoardo e siam pronti per partire.

Tappa successiva? Batalha.
Anche qui, come ad Alcobaça, l’unico motivo d’interesse è rappresentato dal monastero.
All’esterno, è un tripudio di pinnacoli e parapetti, archi rampanti e balaustre, finestre scolpite in stile gotico e gotico fiammeggiante.
Varcata la soglia, “si è subito trasportati in un altro mondo, dove la roccia massiccia è stata lavorata in forme delicate come fiocchi di neve e flessuose come una corda intrecciata”. Ecco, forse Gregos Clark – uno delle penne della guida – i fiocchi di neve li aveva visti in altre forme. Intendiamoci, tutto molto bello ma niente di epico come lasciava presagire.
Passiamo poi al Claustro Real e al Claustro de Dom Alfonso V. Belli ma le vere perle sono le Capelas Imperfeitas, cappelle prive di tetto. Suggestive.

Prima di riprendere il viaggio, compriamo della broa de milho (impastata con farina di mais e grano saraceno: buona ma forse andava accompagnata a una fetta di prosciutto o simili), così, per fermare lo stomaco.

Siamo diretti ad Aveiro. Andremo a mangiare una francesinha al Mesa 7, uno dei migliori in zona secondo il portale francesinhas.pt.
Mettiamo l’indirizzo sul TomTom. Pronti. Via.

Neanche 20 minuti e prendiamo a nostra insaputa un’autostrada. Alla Scajola. Non ce ne accorgiamo finché un dispositivo non meglio identificato attaccato al cruscotto emette un bip. Usciamo appena possibile.
Sì, lo so, non ci avete capito niente. Ora vi spiego, anzi mi sfogo (per la secondo volta): qui in Portogallo, nella maggior parte delle autostrade c’è la possibilità di pagare brevi manu, mentre in altre o hai questo dispositivo-tipo-telepass o semplicemente non puoi percorrerle. Quando si dice: cose a caso. Ma veramente a caso. E senza senso.

Vi ricordate lo scambio di batture citato all’inizio? Bene, non avendo il dispositivo-tipo-telepass incorriamo in una simpatica multa da 79 euro (fortunatamente non ancora addebitata, ndr).

Manca poco. Siam carichi per ‘sta francesinha. Manca 1 km all’arrivo, siamo nella zona residenziale di Aveiro ma ci fidiamo. 300 metri, 100 metri, arrivo. L’edificio più vicino è una scuola e a meno che il posto che cerchiamo non sia la mensa scolastica, abbiamo sbagliato.
Ci accorgiamo di aver scritto l’indirizzo scambiando una ‘z’ per una ‘s’. Correggiamo fiduciosi. Pochi minuti alla nuova destinazione. Riusciamo a fare addirittura meglio (o peggio, se preferite): ora siamo in mezzo al nulla. Che non è il solito modo di dire, siamo proprio in mezzo al nulla. Volano delle madonne a caso, alcune rivolte al TomTom, altre, appunto, a caso.

Non senza rimpianti, decidiamo di far rotta verso il centro di Aveiro e mangiare dove capita. Parcheggiamo. Mi viene la brillante idea di intaccare i miei preziosi megabytes Moche e chiedere aiuto a Google Maps. Come al solito, apporto provvidenziale della Mela: giungiamo in pochi minuti a piedi all’agognata meta.
Il posto è vuoto ma c’è da dire che sono anche le 4 del pomeriggio. Francesinha per me e Gio, qualcosa di vegetariano per Edo.

Arriva. Qui una foto dall’alto.
Definirla gustosa è azzardato. Quella cosa rossa nella quale è immersa ha un sapore forte che tende a coprire gli altri. Difficile dare una valutazione oggettiva non avendo un metro di paragone. Gio invece ne aveva provata una a Lisbona: inferiore a questa, afferma.

Per capire cos’è una francesinha e come dovrebbe essere fatta una buona, leggere qui e qui.

In definitiva, direi che è un piatto che va provato. Ne mangiamo tante di porcate nella nostra vita. Questa almeno è una porcata originale.
E poi era tanto tempo che non finivo qualcosa al ristorante. Un buco in più alla cintura ci stava, due mi sembravano eccessivi.

Ci sarebbe piaciuto vedere cosa aveva da offrire Aveiro. Il problema è che non aveva nulla da offrire. Città anonima, a tratti kitsch, quasi imbarazzante.
Leggiamo che alcuni la chiamano, senza pudore, la ‘Venezia del Portogallo’ e ci viene la pelle d’oca. C’è una canale, dico un canale. Conto tre moliceiros – le gondole dei poveracci. C’è perfino un palazzo in stile art nuveau che si affaccia sul canale.
Non c’è nient’altro. Giuro. Incomincia a piovere, forte, a vento. Decidiamo che possiamo anche andarcene. 15 minuti sono stati decisamente troppi.

Sulla via di Coimbra, a un’oretta di macchina, Gio schernisce quel cane di Clark (quello dei fiocchi di neve per capirsi) con un “alcuni definiscono Venezia l’Aveiro italiana”. Si sdrammatizza.
La decretiamo all’unanimità la città più brutta di sempre. E non c’entra la pioggia fastidiosa, ve lo assicuro.

Ci sistemiamo in ostello. Bellissimo, posizione ottima nella parte alta della città. Dalla finestra ci godiamo la cattedrale Sé Velha.
Appoggiamo le cose e poi usciamo subito. Edo e Gio hanno fame così vaghiamo un po’ alla ricerca di qualcosa che ci ispiri . Si fanno quasi le 10, così chiamo Margherita – una ragazza italiana conosciuta qualche anno fa a Siena ed ora in erasmus a Coimbra. Mi faccio consigliare un posto e lei mi manda in una taverna nella parte bassa della città. Non sprecherò aggettivi per descriverla. Il video che segue vi darà un’idea dell’aria che si respirava.

La serata continua in un bar a trenta metri dall’ostello. Birre come se piovessero. Tequila a caso. Si fa una certa, neanche troppo tardi, tipo le 3, e vado a casa. Mi addormento in 5 secondi netti.
Il fine serata degli altri due compagni di viaggio lo conoscerò solo la mattina seguente. E sarà un finale interessante.

Ora però sono stanchino, gli altri due giorni ve li racconto un’altra volta, cercando magari anche di essere più didascalico.

Saluti da Siviglia che, nonostante le montagne di spazzatura per le strade, è bellissima.

Quello che ho capito del Kongeriket Norge

Come promesso, eccomi qui a cercare di buttare giù qualche riflessione scaturita dal tempo passato a stretto contatto con quattro ragazze norvegesi. Mi muovo lento sulla tastiera, forse per la prima volta da quando ho incominciato a tenere questo diario di viaggio. Sarà perché è sempre difficile mettere nero su bianco le proprie sensazioni, sarà perché so che vorranno sapere cosa ho detto di loro. Non fraintendetemi: non che voglia scrivere delle falsità o delle cattiverie, semplicemente mi dispiacerebbe urtare la loro sensibilità. Ok, mi piace mettere le mani avanti. Ora però inizio a scrivere qualcosa, giuro.

Inizio dai nomi: Hanne, Ingeborg, Lisbeth e Silje (sì, lo ammetto, di quest’ultimo ho dovuto controllare lo spelling). Dirò fin d’ora che ho passato la maggior parte del tempo con Ingeborg e Lisbeth poiché Silje si è fatta una dieci giorni in Norvegia mentre Hanne è stata per una settimana impegnata col suo fidanzato, dormendo in hotel. Ah, il potere d’acquisto norvegese.

Da sinistra a destra: Hanne, Silje e Ingeborg
Ingeborg e Lisbet, aspettando la metro

Tra di loro parlano norvegese, ma non lo stesso norvegese. Dovete sapere infatti che esso è diviso in due differenti forme scritte: il bokmål e il nynorsk. Nel titolo del post ho utilizzato la prima, ma usando la seconda non sarebbe stato troppo diverso: Kongeriket Noreg, (difficilmente però sono sempre così simili). Nelle scuole vengono insegnate entrambe ma, mentre la prima è utilizzata dall’85% della popolazione, la seconda solo dal 15%. In realtà però quasi tutti conoscono entrambe. Oltre a comprendere danese e svedese. Semplificando, nella parte est del paese, quella confinante con la Svezia, la lingua parlata è il bokmål. Mentre nel Vestlandet, la regione bagnata dall’Oceano Atlantico, e alcune contee limitrofe si parla il nynorsk. Che poi è la lingua parlate da tutte tranne Ingeborg, che abita, appunto, a un centinaio di chilometri a nord di Oslo. Ognuna ha inoltre un proprio dialetto: non voglio immaginare le difficoltà di un immigrato in Norvegia. Ovviamente parlano anche un inglese fluente, e senza accenti. Tempo fa qualcuno propose di rinunciare al norvegese come lingua ufficiale a favore dell’inglese. Ma non se ne fece niente: identità nazionale, difesa delle proprie radici, solite storie. Per essere un paese di 5 milioni di abitanti e infinite lingue (ah, ho dimenticato il sami e il finlandese) parlate, non sarebbe stato forse una cattiva idea. IMHO, s’intende.
Qui di seguito Lisbeth alla prese con uno scioglilingua italiano.

Veniamo al cibo. Mi dicono che in Norvegia è normale cenare verso le quattro del pomeriggio e poi, se si ha ancora fame, fare uno spuntino in serata. Fortunatamente spesso finiamo le lezioni alle sette, e così si cena a un orario decente. Non hanno piatti piatti tipici degni di nota, e pure loro non ne fanno un segreto. In compenso però sembra non riescano a stare senza i loro sapori (sic!) e così hanno fatto la scorta di cioccolate (molto buone per carità), caramelle gommose, zuppe al pomodoro liofilizzate (di dubbia qualità, sicuramente niente di introvabile qui a Lisbona), brunost (un formaggio di capra caramellato di colore marrone), la lista continuerebbe ma mi fermo qui. La cosa mi stupisce perché se io, da buon italiano quale sono, posso fare a meno dei sapori del Bel Paese senza troppi problemi, allora possono farlo tutti. Evidentemente mi sbagliavo. Ovvio, se i miei genitori mi regalano del Parmigiano Reggiano da due 2kg abbondanti, non rifiuto ma accetto volentieri.

Ah, vanno anche pazze per lo snus, ma ne avevo già parlato qui.
I norvegesi non hanno una cucina tipica consolidata e quindi, un po’ come gli americans, amano sperimentare cucine etniche e ricetta dal mondo. Legittimo, più che legittimo direi. La situazione acquista però tratti grotteschi quando mi dicono che negli ultimi anni, soprattuto tra le famiglie appartenenti alle fasce più povere della popolazione, si è diffusa la frozen pizza come piatto principale al pranzo di Natale. Loro ci ridono su, io nascondo goffamente tutta la mia incredulità e il mio sgomento. In realtà anche loro sono preoccupate da questa tendenza, mi rivelano successivamente.

Sono ragazze molto attente, interessate a cogliere le dinamiche sociali che le circondano. Questo forsè è dovuto anche e soprattutto a ciò che hanno studiato alla triennale, e al master cha stanno seguendo qui in Portogallo, International Programme on Family Social Work and Social Policy il nome preciso.

Hanne ed Ingeborg dicono di me che ascolto molto e parlo poco, ma che forse con i miei amici questo non avviene. In fondo, qualche mia carta l’hanno scoperta anche loro. È sempre piacevole chiacchierarci, ho sempre modo di conoscere un punto di vista dal mio, ma allo stesso tempo ho costantemente l’impressione che ci sia qualcosa che non mi vogliano dire. Mi dicono che non è così. Forse sono semplicemente diverse dall’italiano medio, pesano le parole, non le sprecano.
Da loro forse dovrei imparare il rispetto per le regole, la puntualità e l’organizzazione. Ma questi sono stereotipi, mi farebbero notare. Ed avrebbero ragione, non è giusto (e forse neanche possibile) incasellare le persone. Perciò mi limito e limiterò a scrivere quello che vedo e vivo; qualche volta provando anche a togliere gli occhiali di Filippo Galeazzi, per osservare le cose senza filtri. Difficile ma non impossibile.

Gli argomenti trattati sono stati tanti, alcuni molto tecnici, altri scanzonati. Probabilmente avrei altro da raccontarvi ma credò lo farò un’altra volta. Nel complesso un’altra esperienza (nell’esperienza) che porterò con me per sempre.

Questi sono stati e saranno giorni di lezioni, studio, presidenziali americane, e primarie italiane. Non sempre in quest’ordine, purtroppo o per fortuna.
Ora scrivo da Rua de Olival, dalla mia nuova casa. Abito con due ragazzi messicani, Gonzalo e César – per tutti Chicharo. Ma questa, come già avrete immaginato, è un’altra storia. Appena iniziata.

P.S. Forse qualcuno di voi si sarà chiesto dove abbia dormito durante il periodo dalle ragazze norvegesi. Ebbene, avevo una stanza tutta per me, la più grande della casa. Ricevendo quasi 1000 euro di borsa al mese (una parte dall’Unione Europea e un’altra più sostanziosa dal proprio governo – sotto forma di prestito d’onore, va detto), hanno pensato bene di affittare una casa con una camera in più, per gli ospiti.
Ah, di nuovo, il potere d’acquisto norvegese.

Giornata da turista e Che Guevara

Giovedì è il giorno del bus tour organizzato dall’Iscte erivolto a tutti gli studenti erasmus. Non mi ispira per niente ma è gratis, e ci vanno praticamente tutti.
Ritrovo alle 3pm davanti all’Ala Autónoma. Faccio gruppetto con alcune ragazze del mio corso: quattro norvegesi e una tedesca super simpatica, Judith. Prima tappa: Castelo de São Jorge. I bus ci lasciano davanti alla Sé, la cattedrale di Lisbona, il simbolo della città.
Da lì continuiamo a piedi, ovviamente in salita. Con nostro grande stupore, l’entrata è gratuita. Dal Castelo si gode di un magnifico panorama su tutta Lisboa; in lontananza si scorge il Ponte 25 de Abril, copia perfetta del Golden Gate di San Francisco.

Faccio le mie prime foto con la P6000 e non con l’iPhone: tutta questa differenza, di giorno, io non la percepisco. Ma lo dico da profano della fotografia, lo confesso.

Judith

Chiedo a Judith un’opinione sull’operato della Merkel. È molto evasiva. Mi chiede allora – senza nessun tipo di nesso logico – se c’è un viaggio in particolare che mi piacerebbe fare. Le rispondo che il mio sogno è l’America Latina, magari con i mezzi pubblici, gliela butto lì. Non è d’accordo, sostiene che costano troppo. In motocicletta?  Come il Che Guevara mi chiede sorridendo? Vorrei rispondere con un “massì dai” per uscire dall’impasse, ma non riesco a trovare un’equivalente in inglese.
Finiamo poi a parlare di un suo viaggio in Brasile e di altri che vorrebbe fare, tutti in paesi africani.

Seconda e ultima tappa: Belém. Ammiriamo il monastero, mosteiro in portoghese, edificio dallo stile architettonico stravagante e bellissimo. Poi ci dirigiamo verso l’Antiga Confeitaria de Belém che da 1837 delizia gli abitanti di Lisbona. C’è un fila infinita, allora ci spostiamo dall’altro lato della strada dove c’è un McDonald’s. Prendiamo qualcosa da bere e dei Chicken McNuggets. Poi ci sediamo sull’erba di parco poco distante aspettando il bus.
Tuttavia non mi dimenticherò delle pastéis, verrò a prendervi prima o poi!

Calçada Ribeiro Santos 3

Yes I did. No, non sto parlando del blog questa volta.
Vi avevo lasciati dicendovi che mi sarei diretto verso l’ostello una volta atterrato. Così è stato. Il giorno seguente si parte: primo case da vedere, prima visita in università. Mi sento spaesato, catapultato in una nuova realtà, la lingua di certo non aiuta.

Conosco la mia buddy, Terezinha, studia architettura ed abita a Benfica con la famiglia. Vuole farsi chiamare Tatà e io la assecondo senza problemi. È molto disponibile e gentile con me: mi accompagna a fare l’abbonamento per i mezzi pubblici scusandosi più volte per il costo elevato, negli ultimi due mesi il governo centrale lo ho letteralmente raddoppiato. Spending review alla portoghese. Poi mi invita a un party all’Urban Beach, locale sulla sponda occidentale del Tejo. Mi passa a prendere in macchina insieme a due sue amiche. Arriviamo presto, il posto è semivuoto, non è neanche l’una, si riempirà rapidamente mi dice Tatà. La musica è commerciale, poco male mi dico, conoscerò le amiche. Niente da fare, parlano solo portoghese.
Sperimento allora la seguente tecnica: chiedo di parlarmi in spagnolo, io capisco ma non riesco a rispondere. Siamo da capo.
Le ore passano, e la mia terza notte a Lisboa sta per giungere al termine. Torno all’ostello, ancora in camerata da 6: tanti australiani e americans in giro per l’Europa con i quali scambiare qualche parola; ad esempio: “io pensavo che in Europa le stagioni fossero invertite rispetto a dove vengo io (Usa ndr)”… Beati loro che sono ignoranti come i banchi.

È giovedì mattina, 6 appuntamenti sparsi per la città, oggi finalmente lascio l’ostello penso. Visito singole senza finestra da 300 euro, mi esprimo a gesti coi proprietari che non parlano l’inglese, percorro chilometri a piedi, salite e discese, discese e salite, pochi tratti pianeggianti. Si fa pomeriggio, mi dirigo verso l’ultima casa poco ottimista e giù di morale. Mi chiedo se sono stato troppo selettivo fino a quel momento. Mi rispondo che scartare una singola perché senza finestra è semplicemente una questione di buon senso, e così mi metto a posto la coscienza.
Dicevo, ultima casa della giornata, mi accoglie un ragazzo: l’appartamento è appena ristrutturato, svariate spanne sopra la media di quelli visti precedentemente, due belle singole con finestra che costano poco. La fregatura? Il quartiere, Graça, è caratteristico ma distante dall’università (si può ovviare comodamente con i mezzi) e dalla vita notturna, 30 minuti abbondanti a piedi, meno ovviabili e poco simpatici.
Gli dico che ci penso ma in realtà avevo già deciso e una ventina di minuti dopo gli che la prendo. Troppo tardi, tre ragazze l’avevano vista subito dopo di me e già fermata. Mi butto giù, divento nervoso.
Vedevo il traguardo ma avrei dovevo iniziare tutto da capo.

E’ venerdì mattina, scendo dal letto a castello, direzione lobby al pian terreno. Faccio colazione, ormai i ragazzi della reception mi trattano con simpatia mista a compassione. Computer alla mano riapro vecchie mail, faccio nuove ricerche, cerco di procurarmi qualche nuovo appuntamento. Ci riesco molto più facilmente del previsto. Ne vedo uno molto bello, luminoso, costa di più di quello a Graça ma è molto più centrale. Ha 8 singole di cui due comunicanti: praticamente una comune.
Poi ne vedo un altro della stessa proprietaria, all’ultimo piano, tre singole, spazi comuni quasi inesistenti, dalla finestra però vedo la Basilica di Estrela. Decido di prendermi del tempo per pensarci su poiché entrambe sono ancora vuote, sfidando impavido la cattiva stella che mi assiste in questi giorni.

E’ sabato mattina, ancora in ostello. Incontro Edoardo, ragazzo italiano conosciuto il secondo giorno allo Yes Hostel. Anche lui erasmus, ma già con un tetto sopra la testa, e che tetto. Gli chiedo di ospitarmi per le notti di sabato e domenica. Ci sta, io lo ringrazio di cuore anche perché il caro vecchio Yes stava incominciando a stancarmi. Fino a lunedì non ne voglio più sapere niente di appartamenti e appuntamenti.

Il weekend va come deve andare, d’altronde con le medie a 1,50 € posso facilmente mettere da parte per qualche ora le traversie di questi primi giorni.

E’ lunedì, e intanto mi è iniziato il corso di portoghese. Il mio pensiero però da tutt’altra parte: devo decidere se rigettarmi alla scoperta del favoloso mercato immobiliare lisboneta o scegliere uno degli ultimi due visti.
Ma da Edoardo si sta bene, così propendo per rimandare la decisione di almeno un altro giorno. Che poi diventano due.

E’ mercoledì, non posso più procrastinare la scelta. Non perché lo voglia ma perché la doppia dove stavo verrà occupata da due francesi non meglio identificate. Una però verrà meglio identificata in seguito da Edoardo, va detto.
Rifaccio visita alla comune, mi convinco: la prendo. Adesso aspetto con trepidazione i nuovi inquilini. Vi aggiornerò, stay tuned!

Siamo appena all’inizio, continuerò a sfogliare pagine di questo libro chiamato Erasmus mentre il buon Ribeiro Santos, militante antifascista, mi guarderà dall’alto. E mi indicherà la via.

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