Prime ore in terra magiara

Sabato. Sveglia presto. Dello yougurt, dell’avena e del succo d’arancia rossa. E il sonno per un po’ se ne va.
Vado quindi per controllare l’orario del decollo sulla mia carta d’imbarco quando scopro che non ho nessuna carta d’imbarco sulla quale controllare. Mi pongo la seguente domanda: se stampo due carte d’imbarco (a/r), ottengo due A4 che piego e metto giudiziosamente tra le pagine di un libro, poi perché mi ritrovo con la carta d’imbarco del Budapest-Milano e con un foglio bianco? Mistero.

Non c’è tempo per darsi delle risposte sensate così salto in macchina, Roberto guida e mi porta alla Malpensa.
Io, nel frattempo, utilizzo infiniti mega per cercare una soluzione. Finisco i mega e mi aggancio al suo hotspot. Ma niente da fare: mi rendo conto di non avere il .pdf della mia carta d’imbarco: i geni di Wizz Air, infatti, ti fanno fare tutto online. Bravi loro. Anche no.

Mi rassegno così a pagare i 20 euro per la stampa in aeroporto. Colpa mia, senz’altro. Austostima: meno 50 su una scala in centesimi.

All’aeroporto mi viene a prendere Elemér, organizzatore. Sono il primo del gruppo ad arrivare, deduco. Poco dopo atterra Dominykas, lituano, e Andrzej, polacco.
Il resto del gruppo arriverà più tardi: alcuni nel pomeriggio, altri dopo cena.

È caldo. Molto caldo. Saliamo in macchina. Fa ancora più caldo. È una Skoda, senza aria condizionata. Facciamo così delle saune gratuite, ma non richieste.
In venti minuti raggiungiamo la sede dell’organizzazione, nel centro di Budapest. Raccattiamo dei ventilatori ed aiutiamo Elemér caricando alcune altre cose in macchina. Da lì facciamo un salto a casa di E., periferia (dura) della città. Dello sprawl violento, ad occhio.

Si fanno circa le due del pomeriggio. Prima di metterci definitivamente in viaggio verso Zebegény però, facciamo tappa in una mall, gigante. Al food court è possibile mangiare di tutto: noi optiamo per della cucina tipica ungherese. Io, non essendo particolarmente attratto da niente, prendo del pollo fritto, innaffiato da un fiume di Coca-Cola. Così, per non sapere né leggere né scrivere, ma sapendo di assumere degli zuccheri come se piovessero.
Il lituano opta invece per una cosa decisamente grassa, non so bene cosa ma basti dire che il cuoco non era stato parco con l’olio.
Se avessimo un solo aggettivo per descrivere Dominykas, questo sarebbe ‘socievole’. Ma se ne avessimo un secondo, be’ quello sarebbe ‘pingue’.

Al supermercato compriamo del pane, delle birre e degli spray anti-zanzare. Poi saliamo di nuovo in macchina. Quasta volta si va a Zebegény. Daje!

P.S.: qui c’è gente fuori come i terrazzi.

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