Erasmus. Di nuovo.

Martedì. Ci sarebbe tanto da dire a proposito di questi primi giorni ungheresi. Scrivo dal treno, appena partiti da Budapest. Tra un’oretta saremo di ritorno a Zebegény. Nel frattempo, scrivo questo post. Tempo prezioso.
Tempo che già sto sprecando con queste prime righe interlocutorie.

Che dire, sensazioni strane mi prendono testa e corpo. È come un viaggio nel tempo. Quale tempo? Quello che si è concluso un mese fa. Quello che ho provato a descrivere dalle colonne di questo blog negli ultimi mesi.
Eppure, quel tempo, sembra finito non un mese ma un anno fa.
Ma adesso non importa perché l’ersmus è qui, a Zebegény.
Per dire.

Siamo quasi 30, tra ragazzi e organizzatori. Nazionalità: tante. Ungheresi (ça va sans dire), olandesi, lettoni, lituani, rumeni, cechi, polacchi.
Ci sono dei personaggi che meriterebbero un post a parte. Non scherzo.

Il tema del training? ‘Safe internet’. Finora di quello si è parlato poco, onestamente. Si è fatto del gran team building, però.
Non so se è normale, questo è la mia prima esperienza Youth in Action. In ogni caso altri, con svariati YiA alla spalle, paiono soddisfatti. Paghi.

Probabilmente finora ho scritto cose confuse. Ma continuo lo stesso: vediamo se riesco a peggiorare la situazione.

Ieri, io e gli altri due ragazzi della rapprensetativa italiana abbiamo dovuto preparare una breve presentazione dell’Italia. Credo di non avere elencato così tanti stereotipi in così poco tempo.
Ho anche realizzato – su consiglio del più che navigato Giachi – un cartellone per meglio (ri)conoscere il body language di noi italiani. Hanno apprezzato.
Da mangiare si è fatto un’insalata di riso e delle bruschette. Le prima era senza infamia e senza lode. La seconda era a dir poco imbarazzante: pane ungherese, mozzarella che chiamarla così pare un insulto, no origano, no olio d’oliva, no forno. Facendola corta, tutti entusiasti. Bravi loro che non capiscono… nulla di cibo.

Oggi, come dicevo, siamo stati a Budapest. Ci ero stato tre estati fa: fu una delle tappe dell’Interrail post-maturità. Sempre affascinante, devo ammettere.
Ci dividiamo in tre gruppi. Io sono con Silvya e Rimantė (le due lituane), tre polacchi (Marta – fuori come un terrazzo – Gosia e Daniel) Steven e Gwen, olandesi. Per combattere l’afa, si è fatto il bagno in una fontana. Poi si è fatto un salto al castello ed una Borsodi gelata, in compagnia. Insomma, della spensieratezza.

Devo stringere. Giusto due cose. Gwen ti fa innamorare ogni volta che sorride. Così, just for the record.
Steven invece è matto come un cavallo, beve solo degli energy drinks e della birra. In tutti modi, il ragazzo parla tanto. Ma mai risulta superficiale. Tagliente, brllante. Va detto.
Con le due lituane c’è sintonia e complicità. Sarà che vengono anche loro da un erasmus. Saranno le HB di ieri sera. Saranno tutte e due.

Vi devo lasciare, il treno sta frenando.

Ultima riflessione, così, a caldo: qui non c’è tempo per fare la doccia. Parli, presenti, discuti. Organizzi, scrivi, fai delle domande. Ascolti, impari, cresci. Insomma, è un duro lavoro, ma qualcuno doveva pur farlo.

P.S.: qui il wi-fi va a tratti. E quando va, va lento. Qual era il nome del training?

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Prime ore in terra magiara

Sabato. Sveglia presto. Dello yougurt, dell’avena e del succo d’arancia rossa. E il sonno per un po’ se ne va.
Vado quindi per controllare l’orario del decollo sulla mia carta d’imbarco quando scopro che non ho nessuna carta d’imbarco sulla quale controllare. Mi pongo la seguente domanda: se stampo due carte d’imbarco (a/r), ottengo due A4 che piego e metto giudiziosamente tra le pagine di un libro, poi perché mi ritrovo con la carta d’imbarco del Budapest-Milano e con un foglio bianco? Mistero.

Non c’è tempo per darsi delle risposte sensate così salto in macchina, Roberto guida e mi porta alla Malpensa.
Io, nel frattempo, utilizzo infiniti mega per cercare una soluzione. Finisco i mega e mi aggancio al suo hotspot. Ma niente da fare: mi rendo conto di non avere il .pdf della mia carta d’imbarco: i geni di Wizz Air, infatti, ti fanno fare tutto online. Bravi loro. Anche no.

Mi rassegno così a pagare i 20 euro per la stampa in aeroporto. Colpa mia, senz’altro. Austostima: meno 50 su una scala in centesimi.

All’aeroporto mi viene a prendere Elemér, organizzatore. Sono il primo del gruppo ad arrivare, deduco. Poco dopo atterra Dominykas, lituano, e Andrzej, polacco.
Il resto del gruppo arriverà più tardi: alcuni nel pomeriggio, altri dopo cena.

È caldo. Molto caldo. Saliamo in macchina. Fa ancora più caldo. È una Skoda, senza aria condizionata. Facciamo così delle saune gratuite, ma non richieste.
In venti minuti raggiungiamo la sede dell’organizzazione, nel centro di Budapest. Raccattiamo dei ventilatori ed aiutiamo Elemér caricando alcune altre cose in macchina. Da lì facciamo un salto a casa di E., periferia (dura) della città. Dello sprawl violento, ad occhio.

Si fanno circa le due del pomeriggio. Prima di metterci definitivamente in viaggio verso Zebegény però, facciamo tappa in una mall, gigante. Al food court è possibile mangiare di tutto: noi optiamo per della cucina tipica ungherese. Io, non essendo particolarmente attratto da niente, prendo del pollo fritto, innaffiato da un fiume di Coca-Cola. Così, per non sapere né leggere né scrivere, ma sapendo di assumere degli zuccheri come se piovessero.
Il lituano opta invece per una cosa decisamente grassa, non so bene cosa ma basti dire che il cuoco non era stato parco con l’olio.
Se avessimo un solo aggettivo per descrivere Dominykas, questo sarebbe ‘socievole’. Ma se ne avessimo un secondo, be’ quello sarebbe ‘pingue’.

Al supermercato compriamo del pane, delle birre e degli spray anti-zanzare. Poi saliamo di nuovo in macchina. Quasta volta si va a Zebegény. Daje!

P.S.: qui c’è gente fuori come i terrazzi.

Francesinhas, birre e monasteri – secondo e terzo giorno

Mi sveglio alle 11, giusto in tempo per mangiare quei 17 toast gentilmente offerti dall’ostello. Ho un leggero mal di testa ma niente di insopportabile. Un’oretta più tardi i due compari danno segni di vita. Gio esordise con una madonna. Capisco immediatamente che posso mettermi comodo, aneddoti epici sono in arrivo.

Racconta di essersi trovato tutto d’un tratto sul lungofiume. Senza cartina, senza avere la minima idea di come tornare all’ovile.
Poi, in qualche modo, ritrova la via di casa. Riesce addirittura a salire sul letto a castello senza rompersi qualche osso. Cose mai viste.
Ah, ci comunica anche di aver perso il cellulare.
Qualche insulto da me e Edo se lo prende.
Ah, ho tralasciato volutamente ulteriori dettagli della storia. Dettagli imbarazzanti.

Anche Edo non si ricorda molto del fine serata. Ma di tafazzate non ne ha fatte, almeno così pare.
Saranno le 2. Saremmo finalmente pronti per uscire e vedere Coimbra con la luce del sole quando vedo Edo tastarsi compulsivamente ogni centimetro quadrato dei propri vestiti. Cellulare? Perso, per dirla con Alan Tonetti.
Gio allora allora si sente meno solo, e si vendica degli insulti ricevuti in precedenza.

Lasciamo l’ostello. Coimbra è bellissima. La reputo più suggestiva di Porto. Nel tardo pomeriggio dovremmo spostarci verso Évora, ma riesco a convincerli che non ne vale la pena. La carta della vita notturna coimbrense si dimostra vincente, pare.

Prima che faccia buio decidiamo di fare un salto a Conìmbriga, un sito archeologico di una ex città Romana della Lusitania, una ventina di chilometri a sud di Coimbra, sulla antica strada militare romana che collegava Lisbona a Braga. È il sito archeologico romano meglio conservato di tutta la penisola iberica, dice la guida. Altamente prescidibile, diciamo noi.

Torniamo a Coimbra, prenotiamo un’altra notte all’ostello e usciamo a cena. Serata tranquilla, bevo una birra in un bichiere di vetro (evento raro qui) e verso le 3 siamo di ritorno.

La mattina seguente, domenica, decidiamo finalmente di spingerci verso sud, verso Évora. Sulla strada però, ci fermeremo a Tomar per il Convento di Cristo, fondato nel 1160 da Gualdim Pais, gran maestro dei templari. Cappelle, chiostri e sale capitolari decorate in stili ampiamente differenti. Tutto molto bello, davvero.

Sarebbe ora di pranzo ma i kilometri da macinare sono ancora tanti e ci rimettiamo in marcia. Niente di impossibile se potessimo prendere le autostrade. Ma noi non possiamo, per ragione a voi già note.
Dopo un’ora di strade secondarie, con altre quattro davanti, ci rassegnamo e rivediamo i piani.
Incomincia a venirci anche una discreta fame. Così facciamo tappa nell’anonima Santarém. Sia chiaro: comunque meglio di Aveiro.

Da lì proseguiamo verso Óbidos, un borgo cinto da mure merlate, un labirinto di strade acciottolate e di case imbiancate a calce, un gioiellino. Non ci facciamo mancare una ginja, il liquore locale alla ciliegia.

Il sole sta per tramontare. Saliamo in macchina e andiamo verso Ericeira, a neanche un’ora di Lisbona. Il villaggio è una mecca per i surfisti di tutto il mondo, ed è adagiato tra scogliare di arenaria che si affacciano sull’oceano. Probabilmente ci tornerò più avanti, per poterlo apprezzare meglio.
Mangiamo del buon pesce e poi riportiamo la macchina all’aeoporto.

Il weekend su gomma è finito. Su tutto, due cose le abbiamo imparate. Primo: mai pensare di poter girare il Portogallo senza utilizzare le autostrade. Secondo: nelle autostrade non c’è mai nessuno, incontrare una macchina o un tir è cosa rara.

È passato un mese dall’ultimo post. Tra meno di una settimana sarò a Dublino. San Patrick’s Day. Devo aggiungere altro?

Che Dio sia con te, continua a pregarlo!

Gonz me l’aveva accennato più o meno un mese fa: “Oh Filo, si pensava di fare un giro su gomma per il Portogallo, a gennaio. Una settimanella e passa la paura. Ci saresti?”. Lì per lì avevo ringraziato e gentilmete declinato, consapevole di avere un esame il 18 gennaio.
L’idea era quella di andare verso sud, verso l’Algarve. Partenza lunedì pomeriggio e ritorno a Lisbona mercoledì in serata. Questa almeno la prima parte del viaggio, quella alla quale decido poi di prendere parte anch’io.

Da Lisbona parto insieme a Gonz, Ilse e Diego. Prima tappa, forzata, Faro,capitale dell’Algarve: Luis e Ana atterreranno in serata. Luis studia a Città del Messico ed è venuto a trovare la ragazza, Ana, che studia al Politecnico di Torino.
Arriviamo in ostello, il tempo di appoggiare gli zaini e usciamo per mangiar qualcosa: saranno anche le 11 di un lunedì sera di inizio gennaio, ma la città pare disabitata e triste. Non malinconica, proprio triste. Non mi sorprendo più di tanto, nessuno me ne aveva mai tessuto le lodi.

Io giorno dopo ci dirigiamo verso la Capela dos Ossos, alle spalle dell’Igreja de Nossa Senhora do Carmo. Fu costruita con le ossa e i teschi di oltre mille monaci, a ricordare in modo inquietante che la permanenza sulla terra è cosa breve. Potrebbe sembrare un’attrazione macabra – e forse lo è.

È circa mezzogiorno, gli altri si avviano verso Lagos in macchina: sulla strada si fermeranno a vedere una casa progettatta da un architetto loro idolo (qui ne trovate uno scorcio ad opera di Gonz).
Io mi fermo un paio d’ore in più a Faro, giusto il tempo di (far finta) di perdermi per la Cidade Velha e dare un’occhiata al porticciolo.
Insomma, città senza infamia e senza lode, niente di particolare: se avete qualche ora passateci altrimenti evitatela senza troppi sensi di colpa.

Prendo poi il primo autobus per Lagos (circa due ore di viaggio), dove mi ricongiungo con gli altri. La città vecchia, anche qui, si lascia guardare volentieri. In ogni caso rimane prevalentemente una città turistica, che si anima per lo più in estate. Una Cattolica lusitana, mettiamola così.

Si sta facendo sera, così decidiamo di fare una spesa per la cena. Ci rimettiamo quindi in viaggio verso l’ostello, distante qualche decina di minuti. In 6 in una Punto, da codice penale. Con non poche difficoltà giungiamo a destinazione. Ci accoglie un ragazzo evidentemente fatto, ride come un matto, ci mostra la camera e non ci chiede i documenti. “Per ogni cosa, chiedete a me tranquillamente”: non mancherò, tranquillo.
Buttiamo su una pasta pomodoro e peperoni, tipica cena da battaglia. Tiriamo fuori le birre dal congelatore e parliamo di cose a caso. Ma non solo: Ilse mi racconta che suo padre, conduttore di una trasmissione radiofonica su argomenti culturali e d’informazione, in seguito all’elezione di Peña Nieto, aveva perso il posto. Ora lavora in tv, ma solo un giorno alla settimana. Insomma, la classe media messicana vive ancora tutto sommato bene – mi dicono – ma la crisi e in alcuni casi l’appartenza politica possono far stringere la cinghia da un momento all’altro.

Stamattina ci svegliamo non troppo presto. Colazione dei campioni con frittata e cipolla, e poi in macchina per qualche minuto (abbastanza per incontrare una pattuglia e rischiare un infarto) verso Sagres, nella punta sud-ovest del Portogallo.
Parcheggiamo vicino alla fortezza. Spoglia come una prigione, il primo impatto da fuori. All’interno però si può godere di un panorama da pelle d’oca sull’oceano e sulle ripide scogliere che si impongono su tutta la costa fino Cabo de São Vicente. Si respira un’atmosfera da fine del mondo: roba da perdere il fiato.

Si fa l’una e mi faccio portare verso Lagos da Ilse e Diego. Loro poi faranno una serie infinita di tappe lungo la strada verso Lisbona, tante case bizzarre e futuristiche li aspettano.
Ah, la passione per l’architettura.

Non mi faccio lasciare alla stazione degli autobus di Lagos ma a qualche kilometro più a sud della suddetta: precisamente alla Ponta da Piedade.
Non c’è nessuno. Mi avvio tra i cespugli verso la punta, impreco un po’ ma alla fine giungo sano e salvo in cima. Prendo fiato e mi siedo su una roccia. Davanti a me l’Atlantico, alla mia destra e alla mia sinistra scogliere di arenaria policroma: spettacolo. Rimango imbambolato per una mezzora buona.

Ritorno sui miei passi, e mi ributto sulla strada autoconvincedomi di trovare una pensilina, prima o poi. Mi rendo subito conto che non passerà alcun autobus e quindi me la prendo con calma. Mi metto a camminare, verso la città. Dopo un po’ mi allontano leggermente dalla strada principale per godere di un’altra bella vista su alcuni faraglioni vicino alla costa. Qui incontro una signora, tra i 75 e gli 80 direi, mi chiede di dove sono e dove sto andando. Ci parlo un po’ e le spiego la situazione. Il marito si offre di accompagnarmi alla stazione degli autobus.
Lei non smette un secondo di parlare ma è simpatica. Lui è più sulle sue, e non sembra badare più di tanto a quello che dice la moglie.

Lungo il tragitto, sapendo che ero diretto a Lisbona, la signora mi dice di non bere alcolici fuori casa, potrebbero scioglierci delle strane pastiglie e “strane diavolerie” dentro, dice. Le dico che seguirò il consiglio. Senza meno.
Vivono entrambi fuori Porto, sono ovviamente in pensione e si son regalati questa vacanza per i cinquant’anni di matrimonio. E non sentirli.
Prima di scaricarmi alla stazione lui mi augura buon viaggio e lei: “che Dio sia con te, continua a pregarlo!”. Ora, in una situazione normale le avrei chiamato un’ambulanza, invece mi sono limitato a un “farò quello che posso, grazie del passaggio!”, prima di chiudere la portiera.

Giornata da turista e Che Guevara

Giovedì è il giorno del bus tour organizzato dall’Iscte erivolto a tutti gli studenti erasmus. Non mi ispira per niente ma è gratis, e ci vanno praticamente tutti.
Ritrovo alle 3pm davanti all’Ala Autónoma. Faccio gruppetto con alcune ragazze del mio corso: quattro norvegesi e una tedesca super simpatica, Judith. Prima tappa: Castelo de São Jorge. I bus ci lasciano davanti alla Sé, la cattedrale di Lisbona, il simbolo della città.
Da lì continuiamo a piedi, ovviamente in salita. Con nostro grande stupore, l’entrata è gratuita. Dal Castelo si gode di un magnifico panorama su tutta Lisboa; in lontananza si scorge il Ponte 25 de Abril, copia perfetta del Golden Gate di San Francisco.

Faccio le mie prime foto con la P6000 e non con l’iPhone: tutta questa differenza, di giorno, io non la percepisco. Ma lo dico da profano della fotografia, lo confesso.

Judith

Chiedo a Judith un’opinione sull’operato della Merkel. È molto evasiva. Mi chiede allora – senza nessun tipo di nesso logico – se c’è un viaggio in particolare che mi piacerebbe fare. Le rispondo che il mio sogno è l’America Latina, magari con i mezzi pubblici, gliela butto lì. Non è d’accordo, sostiene che costano troppo. In motocicletta?  Come il Che Guevara mi chiede sorridendo? Vorrei rispondere con un “massì dai” per uscire dall’impasse, ma non riesco a trovare un’equivalente in inglese.
Finiamo poi a parlare di un suo viaggio in Brasile e di altri che vorrebbe fare, tutti in paesi africani.

Seconda e ultima tappa: Belém. Ammiriamo il monastero, mosteiro in portoghese, edificio dallo stile architettonico stravagante e bellissimo. Poi ci dirigiamo verso l’Antiga Confeitaria de Belém che da 1837 delizia gli abitanti di Lisbona. C’è un fila infinita, allora ci spostiamo dall’altro lato della strada dove c’è un McDonald’s. Prendiamo qualcosa da bere e dei Chicken McNuggets. Poi ci sediamo sull’erba di parco poco distante aspettando il bus.
Tuttavia non mi dimenticherò delle pastéis, verrò a prendervi prima o poi!