Breve storia di Mahmud e Sulaf

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Finalmente fa abbastanza caldo, qui in Ioannina. È quel caldo che ci si aspetta in questo periodo dell’anno, a queste latitudini. La casa è vuota, sa di mobili nuovi e di muri appena ridipinti.

Un cucinotto sulla destra, il bagno (che non vedete) sulla sinistra, il letto a castello, un divano. Un tavolo, un armadio, un frigo.

«Non sarebbe un problema se sapessimo di doverci stare solo un mese».

Ma non si può sapere: questa è la nuova casa di Sulaf e Mahmud, e di loro figlio, Aihem, fino a data da decidersi.

«A Palmira vivevamo in una casa di tre piani», mi dice Mahmud.

«In albergo dormivamo in un letto matrimoniale, almeno. Sa che da un anno e mezzo non riesco ad avere intimità con mio marito?», pensa forse a voce alta Sulaf. Ayham sorride. Io non ci avevo pensato, non rispondo, forse non era neppure una domanda.

Qualche giorno fa, insieme a Giovanni e Marco, ho aiutato alcune famiglie a traslocare dall’Hotel Exohi – dove vivevano da circa cinque mesi – nei rispettivi appartamenti.

Ci rimarranno fino alla chiamata da Atene, che è de facto l’ultimo step del processo di relocation: lì sosterranno le visite mediche e nel giro di alcune settimane verranno accompagnati nel Paese che avrà accettato la loro domanda di asilo.

Vedo l’appartamento per la prima volta il giorno stesso del trasloco, esattamente come Sulaf e Mahmud.

Gli spazi vitali sono ridotti. Capisco la loro richiesta di un appartamento più grande: «altrimenti dormiamo per strada». Penso che l’avrei chiesto anch’io, che poi che ne so come ci si sente, però sì, l’avrei chiesto anche io, credo.

Guardo l’appartamento e le loro facce deluse, disilluse, il letto a castello, il divano che dovrà diventare letto in maniera permanente. In fondo l’appartamento è davvero piccolo, ma meglio di una camera di albergo, di una tenda e un pavimento di sassi.

Assisto al più classico dei giochi delle parti. Gioco delle parti che prevede degli «speriamo che ci dobbiate stare solo poche settimane», una chiamata ai piani alti per dimostrare che si stava davvero provando a cercare una via alternativa e, naturalmente, nessuna nuova proposta.

C’era sempre stata una sola soluzione sul tavolo, e alla fine viene accettata di buon grado.

Li aiutiamo quindi a svuotare il furgone di tutti i loro borsoni, lasciandoli momentaneamente in terrazzo, per non ostruire il passaggio. Ci abbracciamo, ci salutiamo.

Qualche minuto più tardi, tornando a casa, la mia, penso: non è giusto.

Poi cambio idea: avrebbero dovuto ritenersi fortunati della nuova sistemazione, lamentarsi era stato fuori luogo.

Oppure no? Io mi sarei lamentato nella loro situazione? La mia parte razionale risponde di no. Ma è lecito aspettarsi sempre comportamenti razionali? Qual è il confine tra la compassione e l’insensibilità? Chi lo stabilisce? Si può stabilire? Secondo me no. O se sì, ancora evidentemente non lo so fare.

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Chi deve pilotare l’aereo?

Sulla vignetta del New Yorker e su «La scienza non è democratica» di Burioni

Regular Coffee

pilotaLa domanda è sbagliata

Sono molto infastidito e preoccupato dalla demagogia del sapere che è molto di moda di questi tempi: il fastidio per gli esperti, il rifiuto delle competenze, il complottismo della scienza “alternativa” contro quella “ufficiale”. C’è però la tendenza, vedo, a reagire a questo fenomeno in un modo sbagliato e pericoloso: ricorrere al principio di autorità. In questo modo, al fastidio per gli esperti si contrappone  il feticismo del curriculum, cadendo nell’errore uguale e contrario rispetto a quegli altri. Il problema, infatti, non è tanto in una delle due diverse risposte alla domanda “A chi bisogna dar credito?”, se agli esperti o al cittadino qualunque. Il problema sta proprio nella domanda, che è fuorviante. Non bisogna dar credito a qualcuno piuttosto che a qualcun altro. Bisogna dar credito alle idee oggettivamente migliori, cioè quelle sviluppate secondo il metodo scientifico, del libero confronto, del pensiero critico. Seguendo l’errore…

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Di Pesaro, film porno e Valentina Nappi

A Pesaro, come si sa, il centrosinistra amministra ininterrottamente dal Dopoguerra. Le opposizioni (di fatto centrodestra e M5*, più la sinistra extraconsiliare) parlano di meccanismi ben oliati e di dittatura morbida, sono persone che non si sanno confrontare con la democrazia, e non accettano che la maggior parte dei cittadini pesaresi, ogni cinque anni, li reputi un’alternativa non credibile ad amministrare la città.

E allora strillano, si agitano, farebbero di tutto per una paginata su un giornale locale. L’ultima trovata è stata quella di scagliarsi contro la proiezione di un docufilm sul porno – Queen Kong di Monica Stambrini, con Valentina Nappi – che andrà in onda venerdì 8 luglio, ore 19:15, al Teatro Sperimentale.

Una consigliera d’opposizione, nonché ex candidata del centrodestra all’ultima tornata elettorale vorrebbe discutere «sull’opportunità del Comune di patrocinare un evento all’interno del quale verrà trasmesso un film dove la donna e il suo corpo sono utilizzati per fini non propriamente elevati».

(L’evento in questione è la Mostra Internazionale del Nuovo Cinema, giunta alla sua 52esima edizione, un punto di riferimento mondiale del panorama cinematografico.)

Forse si vorrebbero rievocare tempi lontani, quando, era il 1972, una sentenza khomeinista e a tratti talebana della Cassazione condannò al rogo Ultimo tango a Parigi, privando Bernardo Bertolucci (uno dei tanti grandissimi registi passati per la Mostra in quegli anni, tre l’altro) dei diritti civili per cinque anni, reo di aver offeso il comune senso del pudore, di non essere stato ‘opportuno’.

La consigliera mal cela un moralismo barboso e un sistema di pensiero vetusto e bacchettone, quello dove girare un film porno, per una donna, significa venire sfruttata, mercificare il proprio corpo, venderlo, sottometterlo al potere maschile e così renderlo oggetto, privandolo di dignità e piacere.

Quelle che lei chiama «scelte di dubbio gusto» sono scelte che danno la possibilità a un genere cinematografico da sempre ostracizzato di aprirsi al (grande? Speriamo di sì) pubblico. Il docufilm, basterebbe spendere due minuti su Google, si propone di esplorare il porno in ottica femminile, ha vinto il premio per la miglior regia di un corto narrativo al Queens World Film Festival di New York, e fa parte del progetto Le ragazze del Porno. In questo caso ci si può sedere da due parti diverse della Storia, da un lato quella del sex-positive feminism, sostanzialmente, dall’altro quella del femminismo radicale anti-porno e abolizionista.  Io so da che parte sedermi, anche perché di solito dall’altra ci sono sedute la destra estrema e reazionaria, e certa sinistra ideologica e oscurantista.


Altro passaggio interessante è quello dove si dice che «ognuno è libero di fare in casa ciò che vuole», che forse non vale la pena neanche commentare, se non dicendo che ricorda quelli che «i froci facessero quello che vogliono a casa loro ma non avanzino pretese, né chiedano diritti e legittimazione».

L’apoteosi del delirio, in ogni caso, si raggiunge con «pubblicizzare e diffondere film lesivi della dignità della donna, in un orario non consono e in luogo pubblico». Qui si allude non si sa bene a cosa; i festival sono sempre vietati ai minori di 18 anni perché i film proiettati non sono sottoposti al visto censura, dunque preventivamente vietati.

È un mondo strano, dunque, è un mondo di politici locali e preti di quartiere che si sentono autorizzati a dire mezzo stampa che le ragazze del porno utilizzano il proprio corpo per fini non propriamente alti, che il messaggio di Papa Francesco viene travisato e la il valore della famiglia messo in discussione (sticazzi, di Papa Francesco), offendendo così tante donne e contribuendo all’opera di ghettizzazione e marginalizzazione da sempre portava avanti in questo Paese da certa morale a trazione cattolica. Ma che ne sanno queste paladine del politically correct di come si sentono e cosa provano le ragazze del porno? Abbiano un po’ di rispetto, e non si permettano di parlare a loro nome, provino invece a mettersi nei loro panni, a capirne l’arte, e la passione che ci mettono.

Smettano per un attimo di stare lì alla finestra, a giudicare (nolite iudicare, recita un antico precetto evangelico). Si lascino andare, sorridano, abbandonino questa sorta di Aventino femminista e bigotto. Trasgrediscano per una sera alla loro educazione ottocentesca ed ingessata su tabù propri di una società retrograda e maschilista.

Venerdì 8 luglio vadano a vedere (e godere) Queen Kong al Teatro Sperimentale.

Persone da combattere, per un mondo migliore

I have no nationality. I’ve lived in so many places that I don’t like to define myself as a Canadian.

A quel punto era obbligatorio mettere mano alla fondina, nell’attesa di un “I am a citizen of the world”. Per fortuna non arriva, ma la guardia non va mai abbassata con queste persone, potenzialmente e, de facto, molto pericolose (oltre che odiose).

Quando la sequestreranno durante un viaggio in autostop in Africa (perché ormai gli altri viaggi son troppo mainstream, avrebbe detto se avessi avuto il coraggio di parlarci di più), chiederà al Ministero degli Affari Esteri del Mondo o a quello canadese di trattare per la sua liberazione? 

Infine, lo dica ai 10 milioni di persone che la nazionalità non ce l’hanno davvero, non per finta, come lei, che gioca a fare la poeta maledetta a Dublino, con le IPA degli altri e le ciocche dei capelli verde-azzurre – quelle sue, per fortuna.

come se la pena non dovesse bastare mai

Ecco. Così.

la versione di chamberlain

Fate un esperimento: cercate su Google il nome di un condannato in un famoso caso di cronaca e “polemiche”. I risultati saranno quasi esclusivamente notizie sulla loro liberazione, sulla concessione di permessi premio o la possibilità di lavorare fuori dal carcere.
Scattone e Ferraro, Renato Vallanzasca, Elisabetta Ballarin e l’ultima in ordine di tempo: Doina Matei, la giovane rumena condannata a sedici anni per l’omicidio preterintenzionale di Vanessa Russo, e a cui è stata sospesa la semilibertà grazie alla campagna di indignazione che si è diffusa per la pubblicazione di alcune fotografie su un profilo Facebook creato con uno pseudonimo.
Non solo è uscita dal carcere dopo nove anni, ma addirittura – in alcune di queste – sorrideva.
La semilibertà è una misura alternativa alla detenzione che può essere concessa dopo che il condannato ha scontato almeno metà della pena. La semilibertà è uno spartiacque, è il momento in cui ti…

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La mia San Paolo del Brasile

Non ci andate, a San Paolo. E siccome questa non è una guida Routard o un post su Vice Italia, non aspettatevi che alla fine vi dica che sì, non potete perdervela, che “a suo modo, è una chicca”. Non ci saranno ribaltamenti, San Paolo non è bella.

San Paolo è, anzi, brutta, a tratti molto brutta. Ma ci ho vissuto. 

Alzavo lo sguardo sui palazzi del centro. San Paolo del Brasile. Città difficile. Da capire, da vivere.

Il cielo non è mai azzurro, di notte non è nero (ci arriva il riverbero delle luci), e non è neanche plumbeo. È un cielo strano quello di San Paolo, e non vuole essere definito.

San Paolo non “è particolare”, non “ha il suo fascino”. San Paolo, semplicemente, non è. San Paolo è un non-luogo. Non c’è grande bellezza, a San Paolo.

San Paolo, nonostante l’ora, non è mai del tutto deserta. Anche di notte, ti capita di vedere gente. Pare irrequieta. Forse per questo tarda ad andare a dormire.

C’è tanto cemento armato e molto grigio (nonostante il parco urbano più grande del pianeta si trovi a due passi da Avenida Paulista, il cuore pulsante della città – sì, l’ho scritto davvero), ma se ci sai mettere i filtri giusti pare quasi bella. È vero però con la luce giusta e un Sierra ben assestato è bella anche Terni. O no?

San Paolo accoglie circa 20 milioni di persone, accoglie tutti. Qui c’è tutto infatti: ci sono le favelas, i grattacieli, le case basse, tutte uguali, tutto neutro.

E chi non ha un tetto dorme per strada, tanto le temperature lo permettono praticamente in qualsiasi periodo dell’anno.

San Paolo è gigante. È una vera metropoli. Offre una buona scena musicale, una sconfinata scelta culinaria – dal miglior ramen fuori dal Giappone a ottimi ristoranti italiani che, tuttavia, lascio provare agli altri, non ambendo a pagare venti euro una gricia – e un’estremamente vivace (ma come scrivo? Male, sarà il sonno) vita notturna.

  
San Paolo incuba cambiamento, cultura, arte. O meglio, se c’è una città in America Latina che sa fare questo meglio delle altre, quella è lei, Sampa. Ho letto così, almeno.

E allora, se è brutta, perché ci ho passato, parentesi romane a parte, quasi cinque mesi? La risposta corretta è che avevo chiesto io, alla LUISS, di mandarmici, mettendola come prima scelta a un bando per passare un semestre all’estero, per poi vincerla. 

Un’altra possibile risposta (quella che mi piace darmi) è che la vita è troppo lunga per vivere solo nelle città belle. Quindi no, non ci andate a San Paolo. Se proprio vi va, viveteci, che è diverso. E magari ve ne innamorate. 

(Ci si può innamorare anche delle cose brutte, dicono.)

Paraguay chilometro zero

Arrivo alle 6 di una mattina qualunque, in una stazione degli autobus già brulicante di persone. Ne fermo una incravattata per chiederle cosa mi consiglia qui a Asunción. Mi dice non so, non c’è molto qui, fossi in te andrei al nuovo centro commerciale x. Non ci vado al nuovo centro commerciale x, prendo un autobus a caso e mi faccio lasciare in quello che sembra il centro.

Tuttavia, quanto è divertente (e triste) immaginarsi i saviano e i gramellini nella stessa situazione, indignati, pronti a spiegarci sul giornale di domani l’importanza delle vecchie botteghe (e dei mestieri-di-una-volta, ovviamente), schiacciate da un modello (aggiungere aggettivi netti e apocalittici ad libitum) che ha fallito, andando a appiattire e omologare le vite dei poveri paraguaiani.

(Inoltre, chissà cosa pensano di Bush che a pochi giorno dall’11 Settembre invitava gli amercani a fare shopping, a consumare il più possibile.)

Ovviamente i paraguaiani poveri lo sono davvero (il Paraguay è il secondo paese più povero dell’America Latina) e lo son sempre stati – ma è innegabile che nell’ultimo decennio, nonostante la comparsa dei centri commerciali, sono diventati tutti un po’ più ricchi. Certamente più ricchi di cibo (dato che va di pari passo con il diminuire della quota del bilancio familiare destinata al cibo, appunto). Un’abbondanza mai vista prima che ci permette, nella nostra parte di mondo, di seguire vere e proprie mode come, per esempio, quella del chilometro 0, ma ci arrivo tra poco.
Dicevo, in un paese del terzo mondo come il Paraguay i mestieri-di-una-volta esistono ancora: dal vecchio signore in bottega che lavora il cuoio con mano tremolante e lo sguardo perso nel vuoto, alla bambina del piccolo alimentari dove ho comprato una Coca-Cola. La bambina, che ha al massimo dieci anni, invece di essere a scuola vende, tra le altre cose, frutta e verdura che i genitori e i nonni coltivano da qualche parte – la quantità e la varietà è bassa, e probabilmente anche la qualità (banalmente: la grande distribuzione garantisce competitività, se un prodotto è pensato per l’autosostentazione e venduto a una cerchia ristretta di vicini, all’interno di uno schema de facto monopolistico – un monopolio locale –, la sua qualità tenderà ad essere pessima). Tutto a chilometro 0 però, che figata.
A me di verdura non ne serve, tuttavia al supermercato leggermente fuori città (ci vado poiché di fronte al terminal de ómnibus) mi rendo conto dei prezzi più bassi dei pomodori, per esempio. I pomodori vengono dal Perù, nessun chilometro 0 ma la domanda è: perché il paraguaiano dovrebbe comprare i pomodori sotto casa?
Per nessuna ragione che abbia a che fare con la razionalità. Perché mangiare come facevano i nostri genitori o i nostri nonni (come direbbero alcuni fortunati del primo mondo) non piace a nessuno – nessuno sano di mente, s’intende. I sapori di una volta, il senso delle cose genuine, i legami con la terra, se non si riusciva a mettere insieme il pranzo con la cena, semplicemente, non esistevano, o erano privilegio di pochi. Esistevano le diete monotone e la malnutrizione, quelle sì.
Dicono, il chilometro 0 fa bene all’ambiente, si basa sull’eliminazione dei costi di intermediazione e di trasporto. Dal produttore direttamente al consumatore, prodotti di stagione, che costano meno e sono più buoni. Dicono.
Che costino meno, nella maggior parte di casi, è una balla. E quando non lo è a latere andrebbe notato che essere dipendenti o, peggio, voler essere dipendenti dai prodotti di stagione, fa molto 1700; nel 2015 ambirei a mangiare quello che mi va, più o meno quando mi va, senza dover dipendere da una grandinata. Se poi vengo da dieci ore di lavoro in fabbrica, a maggior ragione, rivendico il mio diritto ad andare al supermercato dove ho a disposizione possibilità di scelta pressoché infinite, e me la posso sbrigare in un paio d’ore, visto che al tempo devo dare importanza, niente vernissage il sabato in orario aperitivo e il cappellino, per me. Sinceramente, inoltre, la morale da qualche anziano sognatore con la barba incolta, ecco, non me la merito.

L’elettore di Tsipras che deve fare la spesa pensa: al prezzo dell’uovo che sto comprando va aggiunto un costo implicito, quello di trasporto. Non si sa da dove ha appreso che produrre vicino costa di meno. Sappiamo però che per l’elettore di Tsipras è un postulato da cui parte per le sue speculazioni. Speculazioni sul nulla strutturato perché, guarda il caso alle volte, a Pesaro come a Asunción gradualmente si è smesso di rifornirci dal negozietto sotto casa.
Se ciò che è prodotto vicino a casa costasse veramente di meno, non ci sarebbe bisogno di difenderlo, il chilometro 0.

Pare che invece sia tutto leggermente più complicato di come pensa l’elettore di Tsipras, e la definizione del prezzo ha più a che fare con fattori come la fertilità delle terre, il clima, il livello dei salari dei lavoratori. Cose così, che se l’elettore di Tsipras sapesse, avrebbe anche qualche argomento in più dalla sua, tipo lo sfruttamento dei lavoratori che permette di tenere i costi così bassi, rendendo di fatto ininfluenti i costi di trasporto.
Per concludere pensavo, come al solito, di ribadire l’ovvio. Un mondo a chilometro zero, il mondo dei nostri nonni, è un mondo nel quale non ambisco a vivere. Nel mondo in cui ambisco a vivere non sono costretto a mangiare mais un giorno sì e l’altro pure. Un giorno mangio una Rossini, quello dopo una tagliata di Angus scozzese, quello dopo ancora l’insalata del campo di mio nonno. Ma se mi va l’insalata anche quando mio nonno non ce l’ha, vado alla Coop e la compro. Così come fa il pendolare paraguayo che si sveglia alle cinque per andare a lavorare, va al centro commerciale, di sabato pomeriggio, con la moglie. E non perché è oppresso o schiavo del lato oscuro di una qualche forza, ma perché ne trae benefici in termini di tempo e costi. Perché un mondo dove l’offerta è maggiore, in quantità e qualità, è un mondo oggettivamente migliore, all’interno del quale siamo tutti più ricchi e, fondamentalmente, più felici.

“That night I had a dream. It felt so real, even though I knew it couldn’t be, or wasn’t yet. I dreamt of a magical future, filled with wondrous devices, where everything you could ever want, would be in one amazing place. And there was happiness there. But then I saw farther still, years, decades, into the future. I saw a handsome older man, his back still straight, visited by his children and grandchildren-people of accomplishment, of contentment.
But then I saw chaos. A fracture of peace and enlightenment, and I worried that the future I’d seen, magical and filled with light, might never come to pass.”

Avremmo (tanto) bisogno di ambientalisti più preparati

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Volevo raccontarvi questa storia. Qualche settimana fa salivo sulla cima del Morro Dois Irmãos, a Rio de Janeiro, incrociando tante persone, tra cui tre italiane. Mi chiedono di scattare una foto in un inglese rivedibile, dico che sono italiano. Pare si sentano improvvisamente molto più a loro agio, e in diritto di raccontarmi cose a cui io potrei non essere interessato. Mi dicono che stanno facendo tre mesi di volontariato con una ONG che si occupa di diritti umani da qualche parte a qualche ora di macchina da Rio. Conto due zainetti di cuoio e un Invicta con una bandierina #notav cucitagli sopra in modo sbilenco. Scarpe molto molto poco adatte a un trekking, inoltre.

Una di loro a un certo punto si stacca e sale su una roccia sporgente, abbozza qualcosa su un libretto nero. Alle sue amiche dice la seguente frase (tenetevi forte che potreste volare via):

Ah, se in Italia avessimo solo la metà del rispetto per l’ambiente che hanno qui in Brasile… Qui è tutto così incontaminato.

Le amiche le danno subito ragione, s’indignano un po’, poi tornano a scattare foto con l’iPhone in modalità panoramica.

Io mi godo la scena, mi domando che tipo di studi possano aver fatto le tre ragazze (azzardo un scienze politiche, capendone molto poco, evidentemente) e se abbiano mai visto un telegiornale o letto un quotidiano brasiliano. Probabilmente no, mi rispondo.

Forse andrebbe loro raccontato che se qui c’è bisogno di fare un buco in una montagna, si fa. Se c’è da fare un ponte o una diga, si fa. Se c’è un edificio che ostacola la nuova strada in costruzione, qui si butta giù, in linea di massima. I mari, i laghi e i fiumi sono così inquinati che il Comitato Olimpico Internazionale ha chiesto al Comitato organizzatore di bonificare le acque sede di competizioni acquatiche a Rio 2016 (bonifiche mai effettuate e che mai sarà possibile fare). Un’inchiesta di Associated Press rivela che gli atleti alle prossime Olimpiadi “nuoteranno e navigheranno in acque così contaminate dalle feci umane che sono a serio rischio di contrarre malattie”. Qui un articolo del Guardian spiega bene come si è arrivati a questo punto, e qua un video di Rep, per i più pigri.

Le si potrebbe anche invitare a cena per parlarle della progettata diga di Belo Monte, nel cuore della foresta amazzonica, sul fiume Xingu. Il progetto prevede cinquecento chilometri quadrati di acqua che invaderanno terre abitate da índios che se ne dovranno andare (senza essere stati consultati dal governo di Dilma). Per alcuni è una prospettiva di assoluta distruzione ambientale (dove la Tav della Val di Susa, in confronto, risulterebbe un gioco di bimbi sulla sabbia), per altri un modo per continuare a crescere (e per crescere occorre una quantità enorme di energia, in questo caso idroelettrica, di cui il paese ha sempre più bisogno). Inutile forse dire che su questa grande opera i sospetti di corruzione sono qualcosa in più di semplici sospetti.

Forse, insomma, alle tre ragazze andrebbero raccontate storie come queste. Perché alla fine spesso si riduce tutto a una questione di credibilità. Non bastano le bandierine #notav, il volontariato-vacanza per fare di questo mondo un posto migliore. Occorrerebbe provare ad essere competenti, informarsi, onde evitare per esempio di prendere il Brasile come modello di Stato che rispetta l’ambiente e chi lo abita da millenni.

Ma non racconto nessuna storia, preferisco non svegliarle dal loro sonno, un sonno molto, troppo pesante.

Contro il liceo in lingua inglese

 

Leggo commenti entusiasti sull’Internet per questa cosa del primo liceo pubblico totalmente in inglese. Passerò da reazionario ma francamente questa cosa a me perplime.

Siamo il paese dove l’analfabetismo funzionale tocca percentuali vicine al 50 per cento (superiamo anche il Messico, per dire). Ci sono persone che arrivano alla Maturità senza saper riempire un foglio protocollo con frasi sensate e corrette grammaticalmente (e che arrivate all’università hanno il coraggio di lamentarsi se viene chiesto loro di scrivere una qualunque cosa superi i 500 caratteri), persone che non solo non leggono libri e giornali ma che se li leggessero non sarebbero in grado di comprenderli.
Darsi un’occhiata ai dati emersi dall’ultimo test PISA (consci dei limiti che questo tipo di test hanno), svoltosi nel 2012, per provare a farsi un’idea.

L’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’OCSE in matematica (si colloca tra la 30esima e 35esima posizione), in lettura (tra la 26esima e 34esima) e in scienze (tra la 28esima e 35esima) rispetto a 65 Paesi ed economie che hanno partecipato alla valutazione PISA 2012 degli studenti quindicenni.  

Insomma, siamo un paese composto di persone che mediamente non hanno gli strumenti per comprendere i fenomeni che direttamente influenzano la loro vita e vorremmo permetterci il lusso di dare la possibilità di frequentare un liceo in inglese?

Poi, certo, ci sarebbe da capire se il corpo docente sia effettivamente capace e preparato a fare lezione in inglese. Io credo di no (e forse non solo io visto che agli insegnanti del liceo milanese in questione si chiede una conoscenza di livello B1 dell’inglese) ma questo è un altro discorso. O forse no, poiché, ammesso che tra, diciamo venti anni, lo sia, la domanda di fondo rimane: vogliamo veramente che i nostri figli a 13/14 anni, smettano di scrivere in italiano e lo facciano solo in inglese? Perché la possibilità che poi sappiano scrivere un buon paper (almeno dal punto di vista grammaticale) in inglese è alta, ma altrettanto alta è la probabilità che non siano in grado di partecipare a un concorso pubblico nel paese dove hanno frequentato il liceo.

Ora, qui non viviamo nel mondo delle favole. Siamo consapevoli che scuole private americane, francesi et al. esistono ovunque da decenni. Qui a Sao Paolo per esempio ce ne sono tantissime, e molti dei miei colleghi brasiliani le hanno frequentate, e oggi molto probabilmente fanno parte di quel 75% di analfabeti funzionali presenti in Brasile.

Conforme dados de 2005 do IBOPE, no Brasil o analfabetismo funcional atinge cerca de 68% da população (30% no nível 1 e 38% no nível 2). Somados esses 68% de analfabetos funcionais com os 7% da população que é totalmente analfabeta, resulta que 75% da população não possui o domínio pleno da leitura, da escrita e das operações matemáticas, ou seja, apenas 1 de cada 4 brasileiros (25% da população) é plenamente alfabetizado, isto é, está no nível 3 de alfabetização funcional.

Niente di male, son scelte personali (o spesso dei loro genitori, ma poco cambia). Chi però se non la scuola pubblica, invece, dovrebbe avere il compito di difendere e insegnare la lingua del proprio paese? E, tornando all’Italia, ha o no la sua scuola pubblica tra i suoi doveri e obiettivi anche quello di preparare i propri studenti alla comprensione di un quotidiano e quello di rendere possibile loro la partecipazione e l’eventuale successo in un qualunque concorso pubblico locale o nazionale che sia? Secondo me sì.

Ché poi nel mondo di lavoro di oggi, chi sa l’inglese, è generalmente più avvantaggiato, siamo al punto di rimarcare l’ovvio. Se però, io stato, devo scegliere se dare la precedenza alla conoscenza delle lingua inglese a favore di quella italiana, sorgono dei problemi. Se non riesco a garantire l’alfabetizzazione ai miei studenti, allora sto sbagliando qualcosa.

Nel mondo che vorrei nessun diplomato è funzionalmente analfabeta. Nello medesimo mondo che vorrei ogni diplomato ha una conoscenza della lingua inglese in linea con gli altri paese europei (grazie a un potenziamento dell’insegnamento della lingua inglese e ad una selezione senza sconti dei professori, a cui non deve e non può più bastare una laurea in lingue all’Università di Urbino).

Ma questo, appunto, non è il mondo che vorrei. È il mondo reale, un mondo a risorse limitate, dove è necessario fare tutto il possibile per alfabetizzare i nostri ragazzi (che suona molto “i nostri marò”, lo so e me ne scuso preventivamente). Se avremo successo nel garantire questo minimum standard, allora, forse, potremmo pensare ad impartire tutte le lezioni di cinque anni di liceo in lingua inglese.

Altre 5 cose semiserie cose che ho imparato dopo un mese qui a San Paolo

1 – Ci ho pensato un po’ ma poi mica ho capito perché qui lavano il pavimento così. Così come? In pratica non è strano che in casa si abbia un tubo, di quelli di plastica che si aggrovigliano — e che diventano appiccicosi, d’estate. Questi vengono utilizzati per spargere acqua su tutta la superficie che si intende lavare. Poi detersivo, si lascia che faccia il suo effetto (credo) e si indirizza tutto verso un bocchetta di scolo. (Forse andrebbe ricordato loro che il Brasile soffre di una crisi da água drammatica e che magari non è il caso di sprecarla. Qui una bella infografica della Folha de S.Paulo aiuta a capire di quali numeri parliamo.)

2 – La lentezza delle cassiere. L’insostenibile lentezza e insofferenza delle cassiere al supermercato. In fila riesci a scrivere un paper, volendo. Finalmente arriva il tuo turno, metti le tue cose sul nastro trasportatore e poi, oltre a un’eventuale tessera fedeltà che ovviamente non hai mai, ti viene chiesto il CPFSpesso rifiuto, un po’ mi vergogno di fare sapere alla Dilma che la mia spesa è composta di un six pack di Bud, un cesto di banane e un barattolo di Nutella. Tornando seri, fornire il proprio CPF avrebbe senso se si pagassero le tasse qui in Brasile, poiché poi a fine anno ti viene restituita una percentuale sulle spese effettuate, e anche il singolo caffè conta.

3 – Ambulanti col POS (spesso più d’uno, si sa mai). Un abbraccio fortissimo a quelli con i cartelli “sotto i 20 euro accettiamo solo contanti” e a quelli che ti guardano male se chiedi di pagare una funghi e salsiccia con la carta. Non deve essere facile farsi sorpassare da Oscar Freire da Souza che vende accendini e gomme da masticare per le vie di Vila Madelena.

4 – Le ricariche telefoniche si fanno in farmacia, di norma. Se sei fortunato anche in qualche chiosco di giornali lungo la strada.

5 – Osservate attentamente la foto in alto al post. X-Burger, X-Bacon, X-Tudo. Significa che vale tutto? In un certo senso sì. Ma c’è di più in realtà. X-Tudo, per esempio, lo tradurremo con “cheese-tutto”. Pensate alla parola “cheeseburger”: dato che ch in portoghese suona come sh in inglese, la parola “cheese”, quando pronunciata dal brasiliano medio (conoscenza dell’inglese: po-ca)  tende a suonare come la lettera X (xis), appunto. Ve l’avevo detto che valeva tutto, no?