Altre 5 cose semiserie cose che ho imparato dopo un mese qui a San Paolo

1 – Ci ho pensato un po’ ma poi mica ho capito perché qui lavano il pavimento così. Così come? In pratica non è strano che in casa si abbia un tubo, di quelli di plastica che si aggrovigliano — e che diventano appiccicosi, d’estate. Questi vengono utilizzati per spargere acqua su tutta la superficie che si intende lavare. Poi detersivo, si lascia che faccia il suo effetto (credo) e si indirizza tutto verso un bocchetta di scolo. (Forse andrebbe ricordato loro che il Brasile soffre di una crisi da água drammatica e che magari non è il caso di sprecarla. Qui una bella infografica della Folha de S.Paulo aiuta a capire di quali numeri parliamo.)

2 – La lentezza delle cassiere. L’insostenibile lentezza e insofferenza delle cassiere al supermercato. In fila riesci a scrivere un paper, volendo. Finalmente arriva il tuo turno, metti le tue cose sul nastro trasportatore e poi, oltre a un’eventuale tessera fedeltà che ovviamente non hai mai, ti viene chiesto il CPFSpesso rifiuto, un po’ mi vergogno di fare sapere alla Dilma che la mia spesa è composta di un six pack di Bud, un cesto di banane e un barattolo di Nutella. Tornando seri, fornire il proprio CPF avrebbe senso se si pagassero le tasse qui in Brasile, poiché poi a fine anno ti viene restituita una percentuale sulle spese effettuate, e anche il singolo caffè conta.

3 – Ambulanti col POS (spesso più d’uno, si sa mai). Un abbraccio fortissimo a quelli con i cartelli “sotto i 20 euro accettiamo solo contanti” e a quelli che ti guardano male se chiedi di pagare una funghi e salsiccia con la carta. Non deve essere facile farsi sorpassare da Oscar Freire da Souza che vende accendini e gomme da masticare per le vie di Vila Madelena.

4 – Le ricariche telefoniche si fanno in farmacia, di norma. Se sei fortunato anche in qualche chiosco di giornali lungo la strada.

5 – Osservate attentamente la foto in alto al post. X-Burger, X-Bacon, X-Tudo. Significa che vale tutto? In un certo senso sì. Ma c’è di più in realtà. X-Tudo, per esempio, lo tradurremo con “cheese-tutto”. Pensate alla parola “cheeseburger”: dato che ch in portoghese suona come sh in inglese, la parola “cheese”, quando pronunciata dal brasiliano medio (conoscenza dell’inglese: po-ca)  tende a suonare come la lettera X (xis), appunto. Ve l’avevo detto che valeva tutto, no?

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6 cose semiserie che ho imparato dopo quasi un mese qui in Brasile

1 – I rubinetti hanno solo una manopola. Né acqua calda né acqua fredda, solo temperatura ambiente.
Implicazioni: è complicato lavare i piatti, quando se ne trova la voglia, poca, in ogni caso. Lavastoviglie dite? Acqua, in senso metaforico. Non ne ho mai vista una, ad oggi, e mi dicono che sia una questione culturale, non di classe sociale.

2 – Le bibite (in particolare quelle gassate) e gli alcolici che non siano ghiacciati non sono concepiti. Ci va il ghiaccio ovunque, e la birra va bevuta gelata, dalla prima all’ultima goccia (e dato che le birre brasiliane sono molto beverine e poco strutturate, credo che qui ci si trovi davanti a un principio di civiltà). Qui siamo molto in area-USA, inoltre, va detto.

3 – Durante le lezioni, i brasiliani fanno un po’ di tutto: mangiano, dormono, si alzano, escono dall’aula, rientrano con dei pop corn. Questa l’ascriverei al fiorente filone del vale tutto.

4 – Le fondine sempre aperte delle guardie.

5 – Il tasso di disoccupazione è calato al 12% del 2002 al 4,3% dello scorso anno. C’è chi imbusta la spesa al supermercato. Chi all’ingresso della pasticceria/panetteria ti munisce di una carta magnetica su cui addebitare i tuoi acquisti, da pagare all’uscita. E quella e solo quella è la sua mansione. Ci sono macchine della polizia che pattugliano le strade con quattro agenti (pardon, guardie) nell’abitacolo. Ci sono quelli che ti fanno il biglietto sull’autobus (ne avevamo parlato qui).

6 – I tovagliolini. I cazzo di tovagliolini che ti mettono a disposizione in tutti i cazzo di bar-ristoranti-lanchonetes di medio-basso livello (ma qualche volta anche in quelli di medio-alto livello). All’apparenza paiono normalissimi tovagliolini di carta, in realtà sono composti di un unico velo di un materiale a metà tra la carta e la plastica, che non assorbe l’unto, bensì contribuisce a cospargertelo in modo uniforme sui palmi delle mani. Non piacevole. Fastidioso a tratti.

Un po’ di burocrazia qua?

Sono qui in Rua Hugo Dantola 95, sede della Polícia Federal, per iscrivermi al Registro Nacional de Estrangeiro.

Breve parentesi. Per ottenere il visto d’entrata in Brasile ho dovuto presentare, tra le varie cose, la dichiarazione dei redditi di mio padre, casellario giudiziario e carichi pendenti nulli (e allora gli esami del sangue?). Pagare delle marche da bollo a caso, fare delle file, insomma, it’s bureocracy baby.

Dicevo, comunque, qui alla Polícia Federal c’è un po’ di tutto, richiedenti asilo, persone svenute a terra e visi segnati dalle intemperie (ma non solo da quelle, va detto).

Mi preme sottolineare che mi hanno preso le impronte digitali di tutte la dita (non credo le abbiano neanche in Italia, per dire) e ricordato con durezza di prenotare un volo per uscire dal paese entro la scadenza del visto. Rispondo che ce l’ho già, il volo di ritorno. Vorrei aggiungere un “stai serena” alla poliziotta, e che non ho intenzione di intrattenermi inoltre, non siete mica il Maryland, cristiddio. #políciaficatranquila

BONUS TRACK: durante il controllo dei documenti che avevo presentato, la signorina in divisa comincia a ripetere il numero 122. Più precisamente: “Então 122!”. Lo dice almeno cinque volte. Io non capisco. Le chiedo di spiegarsi. Viene fuori che mi vuole dire che il mio visto scade il 22 gennaio, 22/1. Vabbeh, vale tutto, penso a voce alta. 

Mi alzo, auguro buon lavoro, e me ne vado.

Gli omini degli autobus di San Paolo

Giacomo Galeazzi raccoglie dati sull’ATAC e li pubblica su La Stampa. Su tutti me ne colpisce uno in particolare, quello del 40% dei passeggeri che viaggia senza biglietto.

Sono a São Paulo da qualche giorno e mi sento di lasciare i miei due centesimi al dibattito.
Lo sapete qual è la percentuale di paulisti che non paga il biglietto? Io non lo so, probabilmente però sarà prossima allo zero. Perché? Perché i brasiliani sono gli svedesi dell’America Latina? Macché, no, semplicemente perché è pressoché impossibile non pagare il biglietto.

Alle stazioni metro ci sono i classici tornelli o le porte automatiche, entrambi attentamente presidiate da almeno un addetto. Per quanto riguarda gli autobus, invece, tutti hanno un autista e un controllore –dotato di postazione situata più o meno a metà vettura – che si occupa della vendita dei biglietti e del controllo degli abbonamenti. Ora, è evidente che questo significherebbe il raddoppio dell’organico, almeno per quanto riguarderebbr gli autobus. Si potrebbe però cominciare dalle tratte più affollate, per esempio. O portare le ore lavorative annuali ai livelli delle altre città italiane (mica di quelle tedesche), la butto lì, come idea.

Antropology do matter, in a sense: i brasiliani, o molti di loro, non pagherebbero il biglietto, se potessero, dico. Ma allora è subito institutions, we need good institutions.